IL CASO/ Meglio Talebani in Afghanistan o politicamente corretti in Gran Bretagna?

- Gianfranco Amato

I casi del deputato Philip Hollobone e del predicatore Shawn Holes pongono inquetanti interrogativi sullo stato di salute della democrazia in Gran Bretagna. Ne parla GIANFRANCO AMATO

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Due episodi accaduti pressoché contemporaneamente prima di Pasqua possono dare un’idea di come si sia ridotta nel Regno Unito la libertà di parola, la “freedom of speech” un tempo vanto di quella che era considerata la culla della democrazia liberale.

 

Tutti noi da ragazzi, studiando gli usi e costumi d’oltremanica, abbiamo ammirato la mitica tolleranza britannica simbolicamente rappresentata dallo Speakers’ Corner, l’area dell’angolo nord orientale del londinese Hyde Park, dove chiunque può presentarsi senza essere annunciato e parlare di qualsiasi argomento, proprio in nome di quella libertà un tempo tanto cara agli inglesi.

E non a caso quell’area fu scelta proprio in reazione al fatto che lì, in passato, sorgeva un patibolo, simbolo della repressione. Dal palco dello Speakers’ Corner hanno parlato cittadini comuni, emeriti sconosciuti, qualche colorito mattacchione, ma anche politici e personaggi famosi del calibro di Karl Marx, Lenin, George Orwell e William Morris.

Quell’immagine idilliaca della società britannica, purtroppo, si è sempre più affievolita negli ultimi decenni, dopo l’avvento dei talebani del politically correct. Per rendere evidente l’esatta dimensione del cambiamento, torno ai due episodi che citavo all’inizio e che ritengo particolarmente sintomatici.

Il primo riguarda un deputato. Si tratta dell’onorevole Philip Hollobone denunciato per aver criticato il burqa islamico durante un dibattito parlamentare sull’immigrazione tenutosi nella Westminster Hall lo scorso 2 febbraio. In quell’occasione il deputato conservatore osò invocare il divieto di indossare il burqa, capo d’abbigliamento che copre completamente il volto delle donne musulmane e il niqab, un altro indumento femminile islamico che pur nascondendo la faccia lascia comunque visibili gli occhi.

Questi i passaggi incriminati del discorso di Hollobone: «Condivido pienamente le preoccupazioni di chi vuole opporsi a coloro che intendono circolare in pubblico completamente coperti. Immaginate quanto sarebbe ridicolo se tutti i membri della House of Commons indossassero il burqa. Come potrebbe il Presidente della Camera riconoscere il parlamentare a cui dare la parola?». La frase, però, ritenuta particolarmente offensiva è stata quella con cui Hollobone ha negato un valore religioso al burqa, equiparandolo alla stregua del fatto di «circolare per strada con un sacchetto di carta sulla testa munito di due buchi per gli occhi».

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Per queste parole Hollobone è stato denunciato dal Northamptonshire Racial Equality Council, un occhiuto organismo, finanziato con i soldi dei contribuenti, che vigilia sull’eguaglianza razziale contrastando ogni tentativo di discriminazione non solo etnica ma anche sulla base del genere, degli orientamenti sessuali, della religione, dell’età e della disabilità.

 

A seguito di quell’iniziativa, il parlamentare viene contattato telefonicamente da ufficiali di polizia e sottoposto a interrogatorio. Il dossier relativo alla denuncia è poi trasmesso al Crown Prosecution Service. Più tardi Hollobone viene ufficialmente informato che non si potrà procedere penalmente contro di lui a causa dell’immunità parlamentare di cui gode. Hollobone, che è noto per essere il parlamentare britannico più parco (non ha assistenti e limita all’indispensabile i costi dell’ufficio) ha reagito in maniera comprensibilmente piccata all’iniziativa giudiziaria mossa nei suoi confronti.

 

Dopo aver bollato come «oltraggioso» il comportamento tenuto dal Northamptonshire Racial Equality Council, e aver sottolineato come un ente sovvenzionato con fondi pubblici non dovrebbe «perdere tempo a denunciare membri del Parlamento», ha sollevato il problema della libertà di espressione nel Regno Unito. Soprattutto quando la minaccia a tale libertà riguarda soggetti tutelati dalle guarentigie parlamentari.

 

Sul punto Hollobone è stato assai chiaro: «Non intendo affatto cedere ai tentativi minatori di ricorrere all’autorità giudiziaria perpetrati nei miei confronti per farmi stare zitto, per cui ho intenzione di continuare a parlare apertamente di un tema che ben può essere oggetto di dibattito parlamentare».

 

Resta l’amara considerazione che se la libertà di parola è messa in discussione persino per un membro della House of Commons tutelato dall’immunità, che ne sarà della libertà di opinione del semplice cittadino? Ecco, per avere un’idea di cosa possa oggi accadere in Gran Bretagna a un comune mortale, cito il secondo episodio.

 

La vittima, questa volta, è Shawn Holes, un quarantasettenne americano, sposato e padre di due figli, che è stato arrestato dalla polizia a Glasgow, processato per direttissima e condannato a una multa di 1000 sterline. Il reato contestato è quello di «commenti omofobici» con l’aggravante del «pregiudizio religioso».

 

Ecco quello che è successo. Holes è uno “street preacher”, ovvero un predicatore di strada, figura familiare nel mondo anglosassone, che ha avuto la malaugurata idea di attraversare l’oceano, con un gruppo di colleghi, per svolgere temporaneamente la propria attività in Scozia.

 

Lo scorso 18 marzo, Holes, secondo la versione dei fatti emersa al processo, stava predicando nel centro di Glasgow, parlando genericamente del cristianesimo e del peccato, quando dalla folla gli è stata posta la questione relativa all’omosessualità. Il predicatore, uomo di esperienza e alquanto cauto, risponde che «chiunque, compresi gli omosessuali, hanno bisogno di accogliere Cristo come il Salvatore». Che la domanda, però, nascesse da una provocazione lo dimostra il fatto che tra la folla vi sono alcuni omosessuali – sei o otto -, i quali, mentre si baciano ostentatamente tra di loro, pongono a Holes la domanda: «Cosa ne pensi di questo?».

 

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Di fronte a quell’evidenza il predicatore, pur comprendendo di essere vittima di un agguato, non può fare a meno di rimarcare che «l’omosessualità, secondo la visione cristiana, è un peccato mortale e che il peccatore, in caso di mancato pentimento, è destinato alla dannazione eterna». Quanto basta per incorrere in seri guai. Dopo poco, infatti, si presentano due poliziotti, i quali riferiscono a Holes di essere stati chiamati da due uomini presenti al discorso, e gli contestano di aver affermato che «gli homos devono andare all’inferno».

 

Holes cerca di spiegare che le cose non erano andate propriamente così. Primo, perché lui non usa e non ha mai usato il termine dispregiativo di “homo”. Secondo, perché la questione dell’inferno era dottrinale e non un’espressione offensiva. La giustificazione, però, non evita al predicatore di essere arrestato e messo in cella. Il giorno dopo viene portato davanti al magistrato, lo Sheriff Rita Rae, per violazione del Criminal Justice (Scotland) Act 2003.

 

In quella sede, scioccato e preoccupato per quanto accadutogli, decide di patteggiare una multa di 1000 sterline, pur negando fino all’ultimo la propria colpevolezza. Holes, infatti, ha spiegato di non essere una persona facoltosa e quindi di non potersi permettere i costi di un processo, e che, inoltre, doveva urgentemente rientrare negli Usa perché il padre era gravemente malato.

 

L’episodio appare talmente incredibile che persino Peter Tatchell, un noto attivista per i diritti dei gay, ha preso le difese di Holes definendo decisamente «sproporzionata» la pena inflittagli. Ha anche aggiunto, mostrando un certo buon senso, che «il prezzo da pagare per la libertà di parola è quello di tollerare opinioni che possono apparire discutibili e offensive», perché «come le persone hanno il diritto di criticare la religione, i credenti dovrebbero avere il diritto di criticare l’omosessualità». Per Tachell, infatti «solo l’incitamento alla violenza dovrebbe essere illegale».

 

Non la pensa così, purtroppo, il competente Crown Service – corrispondente circa alla nostra Procura della Repubblica – che per bocca di un suo portavoce ha tenuto a precisare che quell’ufficio «prende sempre in considerazione, con estrema serietà, tutti i crimini derivanti da pregiudizio».

 

Non sono mancate, ovviamente, anche voci critiche da parte dei cristiani. Gordon Macdonald, esponente del Christian Action Research and Education for Scotland, ha deciso di protestare ufficialmente per questo caso allarmante e di scrivere a Stefen House, Capo della Strathclyde Police, per chiedere chiarimenti sulle direttive date agli agenti in simili situazioni.

 

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Peter Kearney, portavoce della Chiesa Cattolica, ha lamentato come sia «molto difficile accusare penalmente un uomo per aver espresso proprie opinioni religiose», aggiungendo che «i fatti di questo caso mostrano chiaramente che le affermazioni di Holes nascevano da convinzioni di carattere religioso, e non da una forma odiosa di discriminazione».

 

Quando ho letto ciò che è accaduto a Philip Hollobone e a Shawn Holes non ho potuto fare a meno di pensare alle parole del presidente americano Roosevelt contenute nel suo celebre messaggio al Congresso del 6 gennaio 1941, noto come il discorso delle “quattro libertà”: «Nel futuro che noi cerchiamo di rendere sicuro, desideriamo ardentemente un mondo fondato su quattro libertà fondamentali dell’uomo. La prima è la libertà di parola e di espressione, ovunque nel mondo. La seconda è la libertà religiosa per qualunque credo, ovunque nel mondo. La terza è la libertà dal bisogno, ovunque nel mondo. La quarta è la libertà dalla paura, ovunque nel mondo».

 

In quel lontano 1941 Roosevelt, pronunciando quelle parole, pensava alla tragica situazione delle dittature europee, alla Germania nazista e all’Unione Sovietica comunista. Non avrebbe mai potuto immaginare che un giorno sarebbero servite anche per la Gran Bretagna del 2010.

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