UCRAINA/ Un passo verso Bruxelles, due verso Mosca

- La Redazione

Il recente accordo tra Ucraina e Russia, spiega GABRIELE VARGIU, allontanano Kiev dai paesi occidentali avvantaggiando Mosca

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Foto Ansa

Riuniti nella città di Kharkiv, est dell’Ucraina, il Presidente russo Dimitri Medvedev e il neo-eletto Presidente Victor Yanukovich hanno siglato l’accordo che potrebbe metter fine ai ricorrenti problemi energetici in cui Kiev è incorsa negli ultimi anni. In cambio di un sostanziale sconto sui prezzi delle forniture di gas naturale, il Cremlino ha ottenuto il benestare ucraino al rinnovo dell’affitto della base navale di Sebastopoli, pedina fondamentale per il controllo geostrategico del Mar Nero e del quadrante caucasico.

 

La nuova intesa segna al contempo un raffreddamento nelle relazioni tra l’Ucraina e l’Occidente, seppellendo definitivamente le speranze di chi, dopo la Rivoluzione arancione, auspicava una rapido ingresso del Paese nell’Unione Europea. Ma la traballante economia ucraina seppur dipendente dall’energia russa mostra da tempo stretti legami commerciali con i mercati occidentali: una realtà che la politica estera di Yanukovich non può e non intende ignorare.

Strategie diplomatiche ed energetiche del neo-presidente Yanukovich

Quando il 7 febbraio scorso Victor Yanukovich uscì vincitore dal secondo turno delle elezioni presidenziali ucraine non pochi in Occidente temettero un repentino ritorno di Kiev nell’orbita russa. La sconfitta di Yulia Timoshenko e l’uscita di scena di Viktor Juscenko suggellavano il definitivo tramonto di quella Rivoluzione arancione che nel 2004 sembrò suggerire al mondo che il più importante alleato europeo del Cremlino era pronto ad avviare i negoziati d’accesso alla Nato e all’Unione Europea.

Ma i primi sessanta giorni di mandato del nuovo Presidente della Repubblica sembrarono smentire queste previsioni. Yanukovich, fresco di investitura, preferì consacrare la sua prima visita da Capo di Stato alle relazioni con l’Ue, scegliendo di recarsi in marzo prima a Bruxelles e solo successivamente a Mosca.

Il 12 e 13 aprile, nel corso del Nuclear Security Summit di Washington, il Presidente ucraino aveva dato ulteriori segnali di riavvicinamento ai partner occidentali aderendo pienamente all’appello di Barack Obama sulla necessità di implementare le misure di sicurezza nei depositi di carburante atomico. Se molti si limitarono a promettere controlli più serrati, Kiev in tale occasione volle fare di più: esclusi i Paesi Nafta e il Cile, l’Ucraina fu l’unico tra gli invitati alla conferenza a impegnarsi per un completo smaltimento delle proprie riserve di uranio arricchito.

Tenuto conto di simili premesse, la notizia dell’accordo che lo stesso Yanukovich ha recentemente siglato col suo omologo russo Medvedev non può che essere accolta da europei e americani come una doccia fredda.

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Il 21 aprile scorso, nella cornice della città di Kharkiv, parte di quella vasta regione del Paese in cui la vicinanza del gigante russo ha forti ripercussioni linguistiche e culturali, il quarto Presidente dell’Ucraina post-sovietica ha concesso alla Russia il rinnovo dell’affitto della base navale di Sebastopoli, nella penisola di Crimea. In cambio della permanenza per altri 25 anni della flotta russa del Mar Nero sul suo territorio nazionale, l’Ucraina ha ottenuto un significativo taglio sui prezzi delle forniture di gas che giungono dalla Federazione russa: lo sconto toccherà la cifra di 100 dollari se il prezzo del prodotto sarà maggiore di 330 dollari per mille metri cubi (tcm), o del 30% se il prezzo sarà minore di tale cifra.

 

In entrambi i casi la riduzione dei costi di rifornimento energetico costituirà una boccata d’aria fresca per la traballante economia ucraina. Gli echi della crisi finanziaria iniziata due anni fa si sono infatti pesantemente ripercossi sulla crescita del Paese che nel 2009 ha dovuto registrare una contrazione del Pil pari al 14,1%. I settori più colpiti dal tracollo economico sono stati proprio quelli in cui il controllo statale appariva preponderante, come le ferrovie e lo stesso settore energetico, minacciato dalla paventata bancarotta di Naftogaz, la compagnia di Stato adibita all’estrazione, raffinazione e trasporto del gas naturale.

 

Nonostante il Fondo Monetario Internazionale avesse già nel novembre 2008 stanziato un prestito di 16,4 miliardi di dollari per frenare il dissesto delle finanze ucraine, i ritardi mostrati dal governo nel proporre sostanziali manovre correttive hanno inevitabilmente condotto alla sospensione dell’erogazione dei fondi. Tutto ciò non solo ha contribuito a mortificare la ripresa economica del Paese, ma ha funto anche da volano per la vittoria elettorale di Yanukovich lo scorso gennaio.

 

Alla luce di simili dati si può dunque affermare che l’accordo dello scorso 21 aprile risponde essenzialmente a preoccupazioni di carattere interno più che alla volontà del neo Presidente di virare la politica estera nazionale in una direzione filorussa.

 

Le importazioni di gas in Ucraina coprono l’80% del fabbisogno nazionale, mentre quelle di greggio sfiorano il 90%: entrambi provengono sostanzialmente dal vicino russo. Gli esorbitanti prezzi raggiunti dagli idrocarburi nel mercato interno hanno però spesso indotto Kiev all’insolvenza dei debiti contratti con il loro partner commerciale, spingendo quest’ultimo a più riprese a sospendere l’erogazione dei rifornimenti di gas.

 

Crisi energetiche come quelle del 2006 o del 2009 non solo hanno rischiato di mettere in ginocchio il Paese, ma hanno persino coinvolto soggetti terzi alla disputa: buona parte dell’Unione Europea accede infatti al gas russo per mezzo di pipelines che devono forzosamente passare sul suolo ucraino. La sospensione dei rifornimenti per Kiev si era dunque tradotta in danno per molti altri Paesi del Continente, alcuni dei quali hanno da allora cominciato a ipotizzare e studiare con Mosca soluzioni alternative con cui bypassare il problema (l’ambizioso progetto del South Stream ne è il più chiaro esempio).

 

Obiettivo indiretto del patto di Kharkiv è evitare che simili, e imbarazzanti, impasse possano riproporsi negli anni a venire.

 

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Le conseguenze dell’accordo sul processo d’integrazione europea e sull’adesione NATO

Sebbene dettato prevalentemente da necessità economiche, l’accordo russo-ucraino non potrà non avere ripercussioni politiche nelle relazioni tra Ucraina, Unione Europea e Stati Uniti d’America. Nonostante nella sua visita a Bruxelles Yanukovich non abbia definitivamente smentito l’ipotesi dell’ingresso ucraino nella Nato, una simile possibilità risulta oggi impraticabile.

 

Con la firma del 21 aprile Kiev ha assicurato al Cremlino il controllo per il prossimo quarto di secolo di tutta l’area settentrionale del Mar Nero, un vantaggio geostrategico di certo non indifferente. A riguardo basti pensare che le operazioni militari condotte nel 2008 dalle forze armate della Federazione contro la Georgia hanno goduto per tutto il loro svolgimento dell’importante supporto logistico della base di Sebastopoli.

 

Non meno pregiudicato risulta il cammino del Paese verso l’adesione all’Unione Europea. A tal proposito va segnalato che ancor prima delle elezione di gennaio l’agenda dei responsabili per l’allargamento alla Commissione Europea (Olli Rehn fino al 2009 e in seguito il ceco Stefan Füle) sembrava aver messo in disparte l’ipotesi di una candidatura ucraina nel breve termine.

 

La crisi economica e un sovraffollamento nelle candidature avevano da tempo suggerito a molti dei Paesi membri, Germania in primis, una politica dell’allargamento decisamente più cauta. Già nel 2008 le speranze di Jusshenko di vedere il suo Paese rappresentato a Bruxelles entro il 2017 erano state ridimensionate alla creazione di una più modesta Eastern Partnership.

 

Il partneriato, fortemente voluto dalla diplomazia polacca e da quella svedese, ha ad oggi il solo compito di favorire il dialogo tra Bruxelles e le Repubbliche europee dell’ex-Urss, Russia esclusa; non disponendo di strutture autonome e permanenti né di un segretariato le sue capacità e la sua influenza sul processo di allargamento dell’Ue risultano estremamente limitate.

 

Conclusioni

L’elezione di Yanukovich e l’immobilismo dei Ventisette di fronte al dissesto economico-finanziario che ha colpito il Paese hanno senza dubbio indebolito l’euro-entusiasmo della classe dirigente e dell’opinione pubblica ucraina. Tuttavia leggere gli eventi degli ultimi mesi quali inequivocabili segnali di uno stabile riavvicinamento russo-ucraino appare quantomeno prematuro.

 

Lo stesso Partito delle Regioni, la formazione politica guidata dal neo-eletto Presidente, vanta e difende i suoi legami con quell’industria metallurgica, chimica e mineraria le cui politiche commerciali privilegiano da tempo il mercato europeo su quello della Federazione. Se dunque il mandato di Yanukovich segnerà un rallentamento nel processo d’integrazione europea, difficilmente gli anni a venire vedranno l’Ucraina orientarsi economicamente e univocamente in direzione russa.

 

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Molto più probabilmente, come suggerito dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton, Kiev cercherà di impostare una politica estera di equilibrio tra i suoi ingombranti vicini, cercando di ottenere con il minimo del coinvolgimento il massimo dei guadagni percepibili da entrambi.

 

La nuova dirigenza ucraina potrebbe comunque essere indotta ad abbandonare questa strategia incentrata sull’equidistanza se, superate le turbolenze della crisi greca, Bruxelles deciderà di impegnarsi concretamente per riportare Kiev nella sua orbita, recuperando così il terreno perso negli ultimi due anni. Un primo passo potrebbe essere il rapido inserimento del Paese nella “lista bianca” di Schengen, l’attesa liberalizzazione dei visti di viaggio che permetterebbe agli ucraini di avvicinarsi fisicamente alla realtà politica e sociale dell’Europa Unita.

 

(Gabriele Vargiu)

 

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