AFGHANISTAN/ Perché morire per un popolo in mano ai terroristi?

- Gian Micalessin

La morte di due militari italiani in Afghanistan ha fatto riemergere ansie e paure riguardo alla nostra presenza in un teatro pieno di insidie e pericoli. Un impegno che però, come ci spiega GIAN MICALESSIN, ha un motivo preciso

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Rieccoli. Sono di nuovo fra noi. Sono i politici ansiosi di riconsegnarci all’antica dimensione della commedia all’italiana. Sono gli avvoltoi sempre in attesa di un caduto in divisa per suggerirci di ritirarci dal mondo, di chiuderci dietro le frontiere nazionali, di restituire alle mamme i loro figli in divisa.

Ma dietro a questo atteggiamento apparentemente compassionevole si nasconde il più fallimentare cinismo, il bieco calcolo di una politica sempre pronta a ballare sul sangue dei nostri soldati per conquistarsi consensi inzuppati nel dolore. Eppure la considerazione morale è forse l’ultima a cui prestare attenzione. La dimensione più dannosa di quella politica decisa a riproporci a ogni caduto il “refrain” del ritiro immediato è la sua inadeguatezza.

Il convoglio colpito ieri mattina dalla trappola esplosiva dei talebani era in marcia verso Bala Morghab, una ridotta all’incrocio delle rotte del contrabbando d’armi e droghe tra la provincia afghana di Badghis e il Turkmenistan. La nostra presenza in quella zona è il modello su scala ridotta di tutta la missione afghana. Fino all’agosto del 2008, quando un nostro contingente prese possesso di quel vecchio cotonificio un tempo base sovietica la provincia di Badghis era alla mercè di un gruppo di talebani che si finanziava con i traffici malavitosi e imponeva la propria legge ai villaggi della zona.

Dopo la caduta dei talebani la provincia non aveva conosciuto alcuna realtà statuale.  Le avanguardie dei nostri soldati vennero scambiati per soldati russi dagli abitanti della zona ancora convinti di aver a che fare con l’Armata Rossa degli anni Ottanta  e immediatamente attaccati dalle bande degli insorti. In oltre due anni di presenza, scanditi da scontri duri e sanguinosi, i nostri contingenti appoggiati dalle truppe spagnole e americane hanno progressivamente allargato la loro zona d’influenza, intavolato trattative con i vari capi villaggio e spinto ai margini della vallata i talebani.

 

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Non a caso questa zona è stata la prima a conoscere nel luglio 2009 una tregua formale firmata dai rappresentanti del governo di Kabul e dai capi degli insorti. Una tregua ispirata dagli anziani capi tribù della zona convinti che la presenza della Nato nei centri abitati fosse più salutare e benefica di quella talebana. È stato un processo difficile e sanguinoso costato la vita non solo ai due militari italiani morti ieri, ma anche a qualche alleato americano e a decine di soldati afghani. 

Questi sacrifici hanno consentito però di costruire ponti, scuole e opere d’irrigazione ridando fiducia a una popolazione che fino all’arrivo delle nostre truppe neanche sapeva chi governasse a Kabul. Il controllo di quella zona oltre a colpire i traffici di armi e droga ha consentito alla Nato di garantirsi un anello di collegamento tra le provincie occidentali gestite dagli italiani e quelle settentrionali affidate al comando della Germania. 

Solo controllando quelle zone la Nato può garantire una presenza uniforme in tutto l’Afghanistan, muovere rifornimenti e mezzi, accelerare l’addestramento sul campo dei battaglioni afghani e verificare le loro capacità sul campo. La trasformazione dell’esercito afghano in una forza efficiente capace di garantire autonomamente la sicurezza dei villaggi è il primo passo per garantire in futuro il ritiro dei contingenti stranieri. 

Ma per consentire agli afghani d’impegnarsi nella lotta all’insurrezione talebana bisognerà garantire loro un’assistenza continua e intensa per almeno altri tre anni. Questi tempi indispensabili per garantire il dispiegamento di un effettivo minimo di circa 120mila uomini sono anche l’intervallo migliore per incoraggiare lo sviluppo d’ istituzioni politiche in grado di affiancarsi all’esercito e sfruttare al meglio gli aiuti internazionali. 

 
 

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In poche parole a Bala Morghab e in altre zone dell’Afghanistan la Nato sta cercando nonostante errori, incertezze e passi falsi di costruire un tessuto nazionale alternativo a quello talebano. Solo questa strada garantirà la loro sconfitta o li costrimgerà a scendere a patti. Solo la creazione di istituzioni forti difese da un esercito e da una polizia efficienti consentiranno di sviluppare un economia in grado di sottrarre i cittadini afghani al controllo dei talebani, ai loro traffici di droga e alle loro campagne di arruolamento. 

Andarsene adesso significherebbe buttar via il bambino con l’acqua sporca. Abbandonare tutto mentre l’Afghanistan fa i primi passi equivarrebbe a regalare ai talebani i milioni di euro spesi per sviluppare le infrastrutture regionali, significherebbe convincere i soldati afghani e i loro concittadini che dell’Occidente non ci si può fidare.

I talebani, invece, si ritroverebbero a governare su un Afghanistan reso più ricco ed efficiente dai nostri soldi e avrebbero l’opportunità di mettere le mani sugli arsenali di un esercito riarmato, ma ancora non in grado di difendersi da solo. Sarebbe insomma come dire abbiamo scherzato e regalare ad al Qaida e ad un terrorismo integralista sull’orlo del tracollo un campo d’addestramento ancor più attrezzato ed efficiente di quello del 2001. Equivarrebbe a siglare la propria sconfitta e trasformare l’Occidente nella periferia renitente e pavida del mondo.

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