ISRAELE/ La sparatoria figlia di uno scontro politico: ecco come la vedo da corrispondente a Gerusalemme

- int. Filippo Landi

Nella notte l’esercito israeliano ha attaccato una nave di attivisti filo-palestinesi diretta a Gaza, provocando la morte di 19 persone. Un fatto che potrebbe avere conseguenze gravissime. Ne abbiamo parlato con FILIPPO LANDI

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Stanotte l’esercito israeliano ha attaccato in mare una flottiglia multinazionale di attivisti filo-palestinesi in navigazione verso la Striscia di Gaza con un carico di aiuti umanitari. Gli attivisti, guidati dalla Ong Free Gaza, volevano forzare il blocco imposto attorno alla Striscia dall’avvento al potere degli islamici di Hamas, nel 2007.

Lo scontro è avvenuto sulla nave Marmara, battente bandiera turca, che guidava la spedizione di sei imbarcazioni, in acque internazionali, a qualche decina di miglia dalla costa. I commando israeliani, saliti a bordo da imbarcazioni ed elicotteri, hanno aperto a un certo punto il fuoco, uccidendo 19 persone. Ventisei attivisti sono rimasti feriti (uno è in fin di vita). Fra questi, anche un leader radicale degli arabi di Israele, lo sceicco Raed Salah Feriti anche dieci soldati israeliani, due in modo grave. Un portavoce militare israeliano ha accusato i promotori della flottiglia di aver organizzato una “provocazione violenta”. I soldati avrebbero quindi risposto a un attacco dei pacifisti.

Israele sembra però trovarsi isolato, dato che tutta la comunità internazionale ha condannato quanto accaduto e si teme che ora possano esserci davvero gravi conseguenze in una zona già tormentata da recenti guerre. Il presidente palestinese Abu Mazen ha parlato di “massacro”’ e ha proclamato tre giorni di lutto nazionale. Da Gaza i dirigenti di Hamas hanno parlato di “crimine” commesso da Israele. Un esponente islamico, Ahmed Yusef, ha invocato “un’intifada” di popolo dinanzi alle ambasciate d’Israele nel mondo. La Lega araba ha convocato per domani al Cairo una riunione urgente dei suoi ministri degli Esteri.

 

Turchia, Grecia, Spagna, Svezia, Danimarca e Irlanda hanno convocato i rispettivi ambasciatori di Israele, l’Unione europea ha chiesto allo stato ebraico di aprire un’inchiesta. Pesanti critiche sono venute dai governi di Francia e Germania e il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini parlando di un “fatto assolutamente grave”, ha “deplorato” l’uccisione di civili.

La tensione è salita alle stelle con la Turchia, già alleato strategico di Gerusalemme, ultimamente molto critico con lo stato ebraico. Ankara ha richiamato l’ambasciatore a Gerusalemme, ha parlato di un rischio di “conseguenze irreparabili” nelle relazioni bilaterali e ha chiesto la convocazione del consiglio di sicurezza dell’Onu. Centinaia di persone hanno manifestato a Istanbul e nella capitale. Israele ha per ora invitato i suoi cittadini a non andare in Turchia.

Grande preoccupazione e dolore sono stati espressi dalla Santa Sede, secondo quanto riferito da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana. La Casa Bianca ha espresso il profondo rincrescimento per la perdite di vite umane a bordo della nave attaccata. Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, in visita in Canada, è quindi stato sollecitato a rientrare in patria.

Di quanto accaduto e delle conseguenze che potrebbe avere, abbiamo parlato con Filippo Landi, corrispondente Rai da Gerusalemme.

 

Qual è il suo primo commento su quello che è successo?

 

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Credo sia utile partire da una considerazione fatta da un giornalista israeliano nei giorni scorsi. Rivolgendosi al governo Netanyahu ha detto: “State facendo di tutto perché la flottiglia dei pacifisti diventi un argomento centrale nello scenario politico internazionale”. C’è quindi difficoltà a comprendere, anche da una parte dell’opinione pubblica israeliana le scelte compiute in questi giorni dal governo. Si sapeva che voleva bloccare le navi e condurre i pacifisti e gli aiuti all’interno di un porto israeliano, da dove i pacifisti sarebbero stati espulsi e le merci eventualmente in parte inviate a Gaza.

 

Si ha qualche notizia in più su quanto avvenuto effettivamente a bordo della nave Marmara?

 

Gli scontri che ci sono stati hanno visto persone che erano a bordo della nave strattonare i soldati scesi dagli elicotteri o lanciare verso loro bastoni, e a quel punto i soldati hanno aperto il fuoco con raffiche verso le persone. La stragrande maggioranza dei passeggeri (compresi anziani e bambini) era però sotto coperta nel ponte passeggeri, aspettando il concludersi degli eventi.

 

È la prima volta che si verifica un fatto così grave, con il coinvolgimento di civili stranieri?

 

I civili a Gaza, Cisgiordania e in Israele sono coinvolti in operazioni di polizia ed esercito israeliano e qualche volta ci sono andati di mezzo anche cittadini stranieri. È la prima volta però che si agisce contro civili, in questo modo e coinvolgendo così tante persone. I doganieri turchi, ricordiamolo, hanno consentito l’accesso alla nave solo dopo un rigidissimo controllo su persone e merci. Si trattava quindi effettivamente di pacifisti.

 

Ai soldati è probabilmente allora sfuggita la situazione di mano.

 

Quello che è accaduto è l’epilogo di alcune scelte avvenute. Scelte politiche che hanno affidato ai militari la soluzione di un problema che non era militare, ma politico. Se i soldati hanno sparato perché si sono sentiti aggrediti o per prendere possesso della nave, non si può attribuire loro tutta la responsabilità di quanto accaduto. È interessante notare che questo fatto è avvenuto nel momento in cui si sta portando avanti una difficile trattativa tra il governo palestinese di Abu Mazen e i leader di Hamas. A questo punto sarà difficile opporsi a una riconciliazione interna ai palestinesi.

 

Vi sono dunque precise responsabilità politiche?

 

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Il governo Netanyahu, a ruota di quello Olmert, ha continuato a portare avanti il blocco economico che dura da ormai 3 anni nei confronti di Gaza da quando Hamas ha preso il potere. L’attuale governo ha però aggiunto un blocco politico, dettato dalla scelta di non discutere e non trattare con Hamas. Così come politico era l’intento, al di là delle dimensioni degli aiuti, dei pacifisti.

 

Quale?

 

Il blocco nei confronti di Gaza è molto selettivo nei confronti dei materiali di costruzione, che servirebbero alla ricostruzione dopo l’ultimo conflitto. Non è un caso che le navi trasportassero cemento e altro tipo di materiale edile. L’iniziativa dei pacifisti serviva quindi anche a dare un messaggio politico ai governi di tutto il mondo: portiamo a Gaza dei materiali indispensabili che altrimenti non potrebbero arrivare.

 

Negli scontri è stato ferito anche lo sceicco Raed Salah, capo del Movimento islamico nei territori palestinesi. Questo avrà delle conseguenze?

 

Salah è un personaggio noto della comunità arabo-israeliana islamica È stato arrestato più volte dalla polizia di Gerusalemme e condannato a tenersi lontano da questa città. Anche se non è in pericolo di vita, il suo ferimento può innescare nuove proteste, soprattutto tra gli arabo-israeliani del Nord di Israele, ma anche di Gerusalemme, dove il governo non vuole riconoscere Gerusalemme Est quale capitale palestinese.

 

Ci saranno conseguenze nelle relazioni tra Israele e Turchia?

 

Il governo islamico moderato guidato da Erdogan è ben consapevole da anni dell’impatto della politica israeliana in Medio Oriente. La Turchia è uno dei pochissimi paesi della regione che ha relazioni diplomatiche normali con Israele. E ha anche collaborazioni nel settore economico, turistico e militare. Questa amicizia è però un problema politico per i governanti turchi, dato che le immagini devastanti del conflitto di Gaza sono arrivate dentro alle case turche, creando forti malumori nell’opinione pubblica (non solo islamica, ma anche laica) nei confronti di Erdogan. Questa vicenda, considerando che le vittime sono anche turche, non può che accentuare questo “conflitto”, per ora latente e diplomatico, tra Turchia e Israele.

 

(Lorenzo Torrisi)

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