GRAN BRETAGNA/ Gordon Brown perde, Cameron non vince e Clegg si sgonfia

- La Redazione

Ancora non ci sono i dati ufficiali, ma quel che appare chiaro, spiega EMANUELE BRACCO è che nelle elezioni della Gran Bretagna non c’è un vero vincitore

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Secondo i primi exit polls le elezioni le avrebbero vinte di misura i Conservatori di David Cameron, i quali però non sembrano riuscire a ottenere una maggioranza assoluta dei seggi. Sono risultati molto sorprendenti sotto molti punti di vista, complicate anche dalle consuetudini costituzionali britanniche.

Tentiamo di fare un po’ di ordine: i 650 seggi in palio nella Camera dei Comuni vengono assegnati con sistema uninominale secco, il che vuol dire che sapere le percentuali a livello nazionale non è molto di aiuto; i sondaggisti hanno il compito non semplice di cercar di capire come questi voti si trasformino in seggi nei 650 collegi.

La cosa più sorprendente è di certo che la bolla di Nick Clegg, giovane leader dei Liberal-Democratici, sembra si sgonfi: nonostante la (effimera) popolarità portatagli dai dibattiti televisivi sembra che i Lib-Dem addirittura perdano qualche seggio, passando da 62 a 59.

Una possibile lettura che si può dare a questo risultato è che gli elettori, come spesso accade, sono più intelligenti della stampa e degli intellettuali che avevano creato questo mito di Nick “Nuovo Che Avanza” Clegg. Gli elettori hanno capito forse che i Lib-Dem, avendo una base elettorale molto distribuita nel paese non sarebbero mai riusciti ad ottenere una maggioranza di seggi, e che sicuramente sarebbero rimasti il terzo partito. Perchè votarli allora?

Gordon Brown invece ha perso, e ha perso forte! Sembra che i Labour perdano oltre 90 seggi, quasi tutti guadagnati dai Conservatori. È una sconfitta forte, dovuta alla grave crisi economica, ed alla stanchezza della ricerca di un quarto mandato che a prescindere dalla performance del Primo Ministro è davvero rara.

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David Cameron invece sarà particolarmente deluso: quasi vince, ma non proprio. Riesce a prendere oltre novanta seggi ai Laburisti, contiene i Liberal Democratici, ma si ferma sulla soglia della maggioranza assoluta, con 19 seggi meno della maggioranza assoluta. Paga probabilmente la difficoltà per il partito della Thatcher famoso per rigore e tagli a sfondare, in un momento in cui tutti cercano un po’ di tirare i remi in barca e schivare la scure delle future manovre finanziarie, e anche una leadership che non è assolutamente comparabile con quella di Blair, Obama o della Thatcher.

 

Quali scenari si aprono quindi? La situazione è molto complicata. La consuetudine costituzionale britannica vuole che in caso nessun partito abbia la maggioranza assoluta, sia il partito al potere, e quindi Gordon Brown e i Laburisti, a cercare di formare un governo. Questo farebbe teoricamente salire le quotazioni di una coalizione Lib-Lab, con laburisti e liberaldemocratici. Sarebbe quindi il partito sonoramente sconfitto dalle urne a essere potenzialmente alla guida di un governo di coalizione, con poca legittimazione popolare e bisognoso di affrontare una situazione economica drammatica. Tuttavia, stando ai numeri dei primi exit polls, Labour e Lib-Dem sommati non arrivano ad una maggioranza assoluta.

 

Bisogna quindi volgere lo sguardo all’ultima riga della tabella: “Altri”. Chi sono questi altri? Prima di tutto i nazionalisti scozzesi (Scottish National Party) e gallesi (Plaid Cymru), entrambi partiti “di sinistra” attaccati con le unghie e coi denti alla grande spesa pubblica in queste aree generalmente più povere della media dell’intero Regno Unito. Allearsi con i “partiti della spesa” in un’epoca in cui c’è assoluto bisogno di fare economia potrebbe risultare molto pericoloso per il giudizio che i mercati potrebbero dare di un governo del genere, e più in generale per l’andamento generale della politica economica, che sarebbe zavorrata da questi peones locali.

 

Rimane quindi l’Irlanda del Nord, che potrebbe quindi giocare un ruolo cruciale. Questa provincia esprime in proporzione più deputati che il resto del paese: 18 su 650, per una popolazione di meno di due milioni di persone. Qui i partiti nazionali non hanno presa, e il panorama politico è molto complicato. I cinque o sei deputati che verrano eletti per il partito “cattolico” indipendentista Sinn Fein, tra cui il leader storico Gerry Adams, non andranno mai a Londra e non prenderanno possesso del loro seggio, non avendo alcuna intenzione di giurare fedeltà alla Regina.

 

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Questo vuol dire che la maggioranza assoluta di 326 seggi su 650 di fatto va abbassata di un paio di unità. Il partito “protestante” dei Democratic Unionist difende invece nove seggi, e potrebbe essere considerato come un possibile alleato dei Conservatori che gli permetterebbe di raggiungere la tanto agognata maggioranza.

 

In conclusione sembra che la profezia del governatore della Banca d’Inghilterra Mervin King si avvererà: chiunque vinca le elezioni dovrà fare tanti e tali tagli, che difficilmente riuscirà a essere rieletto per un secondo mandato. Questa ipotesi è ancora più probabile se a governare sarà un governo di minoranza, di coalizione, o con un mandato poco chiaro da parte degli elettori.

 

(Emanuele Bracco)

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