CINA/ Da Mao a Orwell. Diario di viaggio di un ex comunista

- Aldo Brandirali

Appunti di viaggio di ALDO BRANDIRALI, in visita in Cina con una delegazione del Comune di Milano. «Mai come qui vien da chiedersi: a che serve avere tutto se perdo me stesso?»

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Partenza sabato 12 giugno 2010, ore 15. Sono in compagnia di dieci consiglieri comunali di Milano. Fermata a Dubai e arrivo a Pechino la mattina di domenica. Veniamo accolti dal nostro accompagnatore, che parla bene italiano ed è del ministero degli Esteri cinese. Una persona che progressivamente imparerò a conoscere e a stimare.

Mi ricordo del precedente viaggio, nel 2004, ma l’aeroporto è diventato il doppio di quello di sei anni fa. Sulla via per Pechino altra sorpresa: si vede del verde che non c’era. Alberi trapiantati e zone destinate a verde. Cambia l’attenzione della Cina per l’ambiente. Sapevo che avrei percorso chilometri fra grattacieli, ma sei anni fa erano prevalentemente sedi commerciali, ora sono soluzioni abitative. Case in vendita, masse di cinesi che possono comprare casa. Questo si ripeterà nelle altre città che abbiamo visitato, mi rendo conto che negli ultimi sei anni quasi un terzo di cinesi ha avuto la casa nuova.

All’arrivo nella parte centrale di Pechino iniziano gli ingorghi, anche questi li troveremo ovunque andiamo. Eppure le strade sono spesso a sei corsie, già nel passato si sono previste strade larghe. Il traffico è però cambiato: le automobili sono in gran parte di grossa cilindrata.

All’inizio facciamo i turisti, ma visitiamo luoghi che io ho già visto in passato.

A un incrocio mi arrabbio, ho l’omino verde del semaforo ma in Cina la svolta a destra è continua anche se il semaforo è rosso, per cui i pedoni devono badare alla loro vita. Non lo sapevo e mi sono piantato davanti a un auto con piglio litigioso.

Incontro con l’ambasciatore italiano. Tiene il cane dentro l’ambasciata e questo abbaia a tutti i venuti, l’ambasciatore chiede se qualcuno ha paura dei cani, solo che lo chiede dopo che tutti sono già in salone. Spiega che noi italiani non capiamo la nuova Cina. Dalla sua spiegazione comprendiamo solo che noi in Italia pensiamo ancora alla Cina comunista.

In effetti ci rendiamo conto che la parola compagno non la dicono più. C’è un solo partito, una dittatura popolare, ma è un potere, non una politica.

Eppure la politica c’è, dobbiamo capire in cosa consiste. Non è solo il lasciar libero il mercato e incentivare la competizione. Sin dal primo incontro istituzionale ci dicono che il governo ha assegnato compiti a tutti per portare al resto della Cina il benessere. Parlano del governo come di un grande padre, e tutti sentono il compito di tenere unita la Cina.

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Andiamo a visitare un grande quartiere, di origine industriale diventato il quartiere degli artisti, migliaia di laboratori e di negozi espositivi. Mi sorprendo al vedere per la prima volta un ambiente di creatività moderna, anzi ultramoderna, di libera espressione artistica, dove però non si esprime una critica. Mi sarei perlomeno aspettato richiami alla parte povera del paese. Ritorni a tradizioni scomparse, e cosi via. Ma l’egemonia culturale “tiene” bene nell’arte astratta, non c’è ragione di metterci dati concreti.

 

Incontro con Antonino Laspina, direttore della sede cinese del nostro ICE. Fa un racconto travolgente del dinamismo economico della Cina, con ampie tabelle di cifre. Ci chiede di capire e far capire in Italia come e perché questo dinamismo è destinato a investire e cambiare il mondo intero. Basti pensare al ruolo ormai strategico che i cinesi stanno svolgendo in Africa. Oppure all’acquisto della Volvo da parte dei cinesi.

 

Mercoledì si parte per Shanghai. Due ore di aereo. Arrivo di sera in città, luci di arredo grandiose, in cima ai grattacieli luci che fanno sembrare i tetti delle piccole pagode, come se il villaggio fosse stato innalzato di oltre trenta piani. Il ponte più grande che attraversa il fiume ha luci che si modificano ciclicamente, realizzando l’arcobaleno. Alle dieci di sera le luci si spengono.

La prima sera, cena nel ristorante italiano, evidentemente abbiamo qualche problema ad appassionarci alla cucina cinese. Sino a qui abbiamo apprezzato solo anatra laccata e pesce fresco. Ma fra noi ci sono veri avventurieri, come quelli che hanno mangiato lo scorpione fritto.

 

Visita all’Expo. Immenso perché punta ad educare grandi masse di cinesi a conoscere il mondo. Tutte le varie nazioni hanno fatto grandi investimenti per farsi conoscere. È evidente che si tratta di un’immensa promozione turistica, mentre non ha grande rilievo la presentazione di prodotti. L’Italia si presenta con il Duomo di Firenze, e poi con la moda, il design, la Scala, infine Milano presenta il progetto Expo 2015. Forse dovevamo presentare altre bellezze dell’Italia, ma esibire il Duomo di Milano e piazza San Pietro non è stato possibile.

 

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Siamo venuti per la settimana di Milano, l’assessore alla cultura Finazzer Flory ha presentato il “dinamismo di Milano”, poi espresso con l’uomo che correva su pedana rotante. Cosa sorprendente per i cinesi che in sei anni hanno fatto più strada che Milano in venti.

Incontro con i gestori dell’Expo. Ci spiegano come sono riusciti a fare le infrastrutture con una velocità impressionante, e ci dicono che hanno l’aspettativa di 70 milioni di visitatori. Chiedo se hanno calcolato quanto guadagneranno, mi rispondono scandalizzati che il governo cinese ha fatto l’Expo per dare informazione ai cinesi e per costruire relazioni.

 

In un quartiere visitiamo una residenza attrezzata per famiglie dove prevalgono gli anziani, forma interessante di integrazione generazionale. Poi incontriamo i responsabili del dipartimento (la forma di decentramento nei quartieri). Visitiamo una scuola, dove i ragazzi praticano molto sport, in particolare il tennis da tavolo. Bambini di dieci anni mostrano grande tecnica e una velocità impressionante.

Nella divisa semplice e in ordine dei bambini, nel loro atteggiamento in classe e sul campo di gioco, si vede grande responsabilità e attenzione educativa degli insegnanti. Rimaniamo colpiti dagli anziani, dalla loro dignità e dal loro “spessore” morale. Sorge la domanda: da dove origina questo spessore etico? Non è un prodotto del comunismo e neppure della dittatura. Lasciamo la domanda aperta.

 

Visita ad una fabbrica di calze, 5000 lavoratori giovani su migliaia di macchine automatiche prodotte da un’azienda di Brescia, centinaia di milioni di calze prodotte ogni anno. Qui si fa ricerca scientifica per fare calze particolarmente confortevoli, con la presenza di fibra di bambù la calza diventa persino curativa secondo elementi della medicina cinese. Le ho provate, e posso confermare che sono davvero confortevoli.

 

Incontro con i governanti locali. La mia prima domanda è legata al fatto che la fabbrica ha costruito le case per i suoi operai. Chiedo se i giovani possono portare con sé i loro genitori. Scandalizzati mi chiedono se in Italia i vecchi vanno dove vanno i giovani. Glisso sulla questione che i familiari vecchi di questi giovani versano in situazioni di miseria. Ma qualcuno capisce e mi assicura che i giovani mandano contributi economici ai genitori.

 

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Presentano la loro città (Yiwu) quale più grande mercato del mondo, parlano di 200.000 visitatori al giorno. Polemizzo, non ci credo, impossibile. Andiamo a visitare i padiglioni di questo immenso mercato o fiera. 97.000 espositori permanenti. Ogni espositore propone come grossista decine e decine di prodotti diversi. Si trova di tutto, con occasioni di risparmio incredibili, noi stessi ci scateniamo. Le dimensioni numeriche di tutto quel che vediamo superano ogni nostra possibilità di comprensione.

 

Io mi dedico a verificare una mia ipotesi: i cinesi possono produrre tutto ma solo copiando, non inventando, perché per la creatività ci vuole la libertà. Eppure tutti i prodotti, se pur anche copiati, vengono di certo migliorati dai cinesi. Per cui si può dire che la produzione in Cina si è fatta contemporanea. Devo ricredermi, la domanda sui cinesi si sposta più in avanti. Comincio a pensare che i cinesi influenzeranno il futuro cambiamento del mondo. Ma verso dove?

 

Incontro con le autorità di Shanghai. Grande e lussuosa cena. Chiedo se si faranno ancora tante case per abitazioni, mi rispondono che ora vogliono stare sotto i trenta piani delle attuali case nuove. Chiedo perché non si vede il cielo a Shanghai e li colpisco nella loro preoccupazione maggiore: l’inquinamento. Hanno tutto il futuro incentrato su questo problema, energie alternative, costruzioni a basso consumo, auto elettriche.

 

I miei colleghi consiglieri cominciano ad avere qualche fastidio per le mie insidiose domande. Insistono nel far sapere ai cinesi che sono stato un maoista e che ho l’animo radicale. Trovo che il mio passato di filo-cinese non entusiasma i cinesi attuali, mi guardano con circospezione.

Io non desidero ragionare sul loro passato, mi interessa il loro futuro. Questo perfetto capitalismo sottoposto a dittatura comunista è un vero mistero.

 

Capisco il punto in comune fra comunismo e capitalismo: il mito dello sviluppo quantitativo. Fino a che ci sarà sviluppo i cinesi non si domanderanno il senso del loro vivere. Ma noi dell’Occidente cristiano e democratico come possiamo spiegar loro il bene prezioso della libertà?

È un problema di pluralismo? Sull’astratto ti rispondono sempre che per tenere insieme un miliardo e mezzo di cinesi bisogna ridurre le differenze e tenere la disciplina.

 

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Eccomi all’ultimo incontro, distretto di Songjiang, ricchissimo e tutto di nuova costruzione. Al tavolo, ricchi imprenditori e la responsabile locale del partito. Prima domanda mia : correte, correte, ma dove andate? Risposta: dove tutti i cinesi staranno meglio. Chiedo di nuovo ad un imprenditore giovane e particolarmente simpatico: tu allora dove andrai quando tutti staranno bene?

 

Mi chiedono cosa ricordo di Mao, rispondo con una citazione: “non si può avere un pulcino covando un sasso”, mi chiedono cosa significa, rispondo che le cose si sviluppano per la loro energia interna, perché Mao era comunista ma anche confuciano, e la sola logica del conflitto di classe non gli bastava. Quindi si poneva il problema del costruire l’unità secondo il riconoscimento del popolo, l’idea era servire il popolo. Allora mi chiedono della svolta a destra fatta da Deng Xiaoping. Ricordo loro che questi diceva che non importa se i gatti sono rossi o grigi, l’importante è che prendano i topi. Rimangono sbalordititi di questo mia “immersione” nella storia cinese…

 

A questo punto ho una miracolosa occasione. Oltre il lago che si vede dal ristorante c’è un grande quartiere tutto nuovo, al suo centro si erge il campanile di una chiesa, con sopra la croce. Io dico che prima avevo il cuore con Mao ma che ora ho il cuore con quella croce che si vedeva all’orizzonte. Stupore generale, che io normalizzo dicendo: so dove andrete dopo lo sviluppo, andrete verso la scoperta di altro.

 

Qui finisce il mio viaggio. Morale: se volete vedere il mondo di Orwell andate in Cina. Imparerete a farvi la domanda giusta sull’esistenza: a che serve avere tutto se perdo me stesso? I vecchi cinesi all’alba fanno la loro strana ginnastica, e attendono che i giovani superino la sbronza attuale.

 

 

 

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