LA STORIA/ 3. Parsi: i cento passi che dividono due continenti

- Vittorio Emanuele Parsi

VITTORIO EMANUELE PARSI conclude oggi il racconto in tre puntate sul suo viaggio nel Caucaso. All’interno la fotogallery dei luoghi in cui si è recato

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Foto Ansa

Attraversare il confine tra Azerbaijan e Georgia, significa passare dall’Asia all’Europa. Cento passi. Meno che quelli che separano la sponda asiatica di Istanbul da quella europea. Eppure, contrariamente ai nostri più consolidati stereotipi, europeo non significa ricco. È povera la Georgia, con i suoi 4 milioni scarsi di abitanti. Decisamente più povera dell’Azerbaijan.

Appena oltre il tecnologico posto di controllo georgiano, si trova un piccolo market, con annesso ristorante, dove ci servono un ottimo”cachapuri” (una versione locale della focaccia al formaggio di Recco). Tutto molto pittoresco, ma anche decisamente primitivo. Anche gli ubriachi che ricercano la via di casa, ci ricordano che abbiamo lasciato le terre musulmane del Caucaso, dove l’alcool circola anche in maniera copiosa, ma le sbornie non sono mai un fatto pubblico.

Siamo in uno dei più importanti distretti di produzione vinicola della Georgia, e nei giorni successivi avremo modo di fare conoscenza con l’ottima qualità del vino georgiano. Il dopoguerra è stato caratterizzato anche dal tentativo russo di boicottare le esportazioni vinicole della Georgia (importanti per il Pil del Paese). In maniera non sorprendente, molti Paesi dell’ex blocco sovietico, la Polonia in primis, hanno dimostrato la loro attiva solidarietà alla piccola Repubblica aggredita dal gigante russo proprio promuovendo le importazioni e l’acquisto del vino boicottato dai russi.

Nella linda cittadina di Signaghi, una cinquantina di chilometri nell’interno, la guerra sembra lontana, come lo sembra la sera nei vivaci e affollati caffè della città vecchia di Tibilisi. Eppure, la guerra dell’agosto 2008 ha costituito una vera e propria mazzata per la Georgia da cui il Paese fatica a riprendersi.

La decisione del presidente Saakashvili di provare a riprendere militarmente il controllo della repubblica ribelle dell’Ossezia del Sud ha offerto ai russi un pretesto formidabile per dare una lezione alla troppo audace e filo-occidentale (secondo il Cremlino) Georgia. Nel giro di una quindicina di giorni, e pagando un prezzo salato in termini di morti e distruzioni, Tibilisi non solo ha visto confermata la secessione dell’Ossezia meridionale, ma ha perso anche l’intero territorio dell’Abkhazia.

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Abkhazia e Ossezia del Sud si erano proclamate indipendenti a seguito dei conflitti del 1991-92 e del 1992-94. E’ un’indipendenza contestata dalla comunità internazionale (a eccezione della Transistria, la cui indipendenza peraltro non è parimenti riconosciuta): solo Russia, Venezuela, Nicaragua e Naru hanno relazioni diplomatiche con le Repubbliche ribelli.

  

A prescindere dal buon diritto georgiano a rivendicare la sovranità sui due territori, quello di Saakashvili è stato un clamoroso passo falso, probabilmente indotto dalle lotte intestine all’amministrazione Bush tra il vicepresidente Cheney e la Segretaria di Stato Rice. Questo però i georgiani non amano affatto ammetterlo, e soprattutto, ciò non sembra aver minimamente affievolito l’americanismo (e l’europeismo) del governo e della stessa opinione pubblica.

 

Come mi ha ribadito il viceministro degli esteri Aleqsandre Nalbandov, la Georgia, che fornisce un significativo contributo militare alle forze ISAF nella pericolosa provincia afgana dell’Helmand, non è minimamente disposta a rinunciare al sogno atlantico e a scegliere una neutralità filo-russa in cambio della fine dell’occupazione dei suoi territori: «La decisione di aderire nella NATO è stata ratificata con un referendum da oltre il 70% dei nostri cittadini, per cui non è negoziabile, come non lo è la nostra sovranità. Noi ci comportiamo già “come se” fossimo un membro della NATO. Analogamente aspiriamo a divenire un giorno parte dell’Unione Europea».

 

Da queste parti, le dichiarazioni della Segretaria di Stato Clinton circa il fatto che gli USA considerano Abkhazia e Ossezia meridionale alla stregua di «territori occupati dalla Russia», che pertanto ritengono responsabile «di tutti gli obblighi di cui le convenzioni internazionali fanno carico alle potenze occupanti», è stata presa molto sul serio.

 

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«Le tensioni tra abkhazi e georgiani sono sempre esistite, come esistono tensioni in tante altre aree multietniche del mondo. Ma, se la Russia non avesse soffiato sul fuoco e poi non fosse intervenuta direttamente, avremmo trovato la strada per evitare la guerra», è l’opinione, largamente condivisa da queste parti, del vice Primo Ministro e Ministro per la Reintegrazione (dei territori occupati) Temur Iakohashvili.

 

Sta di fatto che, come conseguenza della guerra in Abkhazia, gli abkhazi sono balzati dal 17% della popolazione al 45%, mentre i 250.000 georgiani, che costituivano il 43%, sono quasi completamente sfollati. Analogo destino per i 30.000 georgiani che costituivano la più numerosa (29%) minoranza etnica dell’Ossezia del Sud. La guerra con la Russia dell’agosto 2008 non ha fatto che consolidare questo dato di fatto, rafforzando e rendendo esplicita la presenza militare russa nel Caucaso.

 

Quando chiedo al Ministro quali concrete speranze nutra di vedere un giorno davvero reintegrate le due repubbliche ribelli nella sovranità georgiana, vista la strenua opposizione del gigante russo, la sua risposta, lì per lì, mi sorprende: «Vista dall’Europa la Russia appare molto forte, ma vista dall’Asia la prospettiva cambia. È un Paese che sta conoscendo un disastroso calo demografico, tranne che nei territori caucasici: e ciò rappresenterà un problema crescente per l’equilibrio interno della Russia». Con qualche aggiustamento, sono le stesse parole che mi capiterà di ascoltare qualche giorno dopo da un brillante diplomatico polacco.

 

Non c’è pero animosità tra i popoli della Georgia. Ne abbiamo conferma quando incontriamo Joni Apakidze, rettore della Università statale di Sokhumi (la capitale dell’Abkhazia, che gli abkhazi chiamano Sokhum…), sfollata a Tibilisi, con professori e studenti, dal 1994. Il rettore spera di poter incontrare il suo omologo abkhazo, per riprendere i contatti interrotti. I due si conoscono molto bene. L’attuale rettore abkhazo, infatti, era stato già rettore dell’Università di Sokumi prima della guerra… E’ questo il legato di speranza che Rondine si porta nella prossima tappa in Abkhazia, con il discreto appoggio delle autorità georgiane.

 

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Il giorno dopo, così, la delegazione di Rondine oltrepassa la red line che segna il territorio tra Zugdidi (Georgia) e l’Abkhazia. Si tratta della prima volta che una delegazione così variegata e numerosa attraversa il check point sui luoghi del conflitto del 1992-93 e del 2008. Ancora una volta una striscia di terra di nessuno e tre posti di controllo militari dividono due territori in realtà uniti da un ponte. Ma per Rondine non ci sono problemi: con l’autorizzazione di entrambe le parti il passaggio è consentito.

 

Quel lembo di terra che divide due popoli in realtà fratelli è deserto: a parte le mucche che passano incuranti da una parte all’altra della strada e un asinello fa da taxi e porta le valige oltre il confine. Ad accogliere gli studenti, Franco Vaccari e tutta la delegazione di Rondine è Kan, anche lui (ex) studente: ed è commovente vedere l’abbraccio tra il ragazzo e Davit (di Tiblisi) che torna in questi luoghi dopo 4 anni.

 

La strada per arrivare a Sokhum è ancora devastata dai bombardamenti del 2008 e non c’è traccia di vita umana, di ricostruzione… Finalmente a Sokhum, Rondine ha importanti incontri istituzionali e civili, accademici e religiosi: compreso il rettore dell’Università, al quale consegna la speranza del suo antico collega. Una speranza oggi un po’ più vicina a divenire realtà.

 

(3 – fine) 

 

Per la descrizione della tappa in Abkhazia si ringraziano Serena Sartini e Chiara Savarino
Le foto allegate sono opera di Vittorio Emanuele Parsi e di Silvano Monchi

 

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