MEETING/ 2. McAleese: ecco la nuova Irlanda, oltre l’odio e lo spirito settario

- Mary McAleese

I passi salienti del discorso di MARY McALEESE, Presidente d’Irlanda, tenuto ieri al Meeting di Rimini. «Come ha detto uno dei nostri poeti, John Hewitt, “costruiamo per riempire gli arretrati di secoli”»

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Mary McAleese, presidente d'Irlanda

Ringrazio gli organizzatori del Meeting e tutte le persone venute qui, a Rimini, per essere parte di questo grande raduno, questo raduno che cerca di stabilire amicizie tra estranei, attraversando le tante faglie della differenza e della diversità. L’esperienza ci dice che il genere umano ha spesso sconvolto la storia attraverso un grande male e una sconvolgente indifferenza. Ma qui a Rimini noi crediamo che la bontà e la grandezza di cui è capace il genere umano siano non solo molto più potenti della nostra depravazione, ma che la totalità del nostro destino umano rimane incompiuto finché siamo vittime o protagonisti delle culture di demonizzazione.

Questo pomeriggio vorrei guardare alla storia dell’Irlanda e alle forze che in questo momento stanno trasformando la nostra lunga storia di conflitto politico in una storia di riconciliazione e buon vicinato.

Il primo Presidente dell’Irlanda, Douglas Hyde, disse: “L’odio è una passione negativa. È forte, fortissimo nel distruggere, ma non serve a niente per costruire. Invece, l’amore è come la fede; può spostare montagne e con fede, abbiamo montagne da spostare”.

L’Irlanda ha saputo resistere durante una montagna di storia infelice che ha portato a un’organizzazione poco funzionale dei rapporti interni all’isola, e dei rapporti tra Irlanda e Gran Bretagna. Sebbene tutti i protagonisti fossero nominalmente cristiani, il rancore tra protestanti e cattolici, tra Nazionalisti irlandesi e Unionisti britannici è stato tossico, e si è trasmesso di generazione in generazione per secoli. Non è per caso che il movimento che ha affrontato questa disfunzione ha preso nel XX secolo un vigore maggiore dei tentativi simili compiuti dalle generazioni precedenti.

La mia generazione è stata la prima ad avere beneficiato di un largo accesso all’istruzione, la prima a crescere con le parole della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che proclamano la dignità e il diritto all’uguaglianza di tutto il genere umano, la prima ad essere nata dopo l’oltraggioso inutile massacro di due guerre mondiali, la prima a vedere il mondo di vecchi imperi sbriciolarsi e appassire, e a vedere l’idea di democrazia affermarsi ovunque nel mondo.

L’Irlanda è diventata parte dell’Unione Europea, quella avventura notevole intrapresa al fianco di altre nazioni che si erano combattute per secoli l’una contro l’altra. Fino ad allora noi avevamo vissuto tutti profondamente immersi in culture di demonizzazione reciproca, ma ora la dinamica è cambiata, è stata fatta per cambiare, e questi cambiamenti hanno avuto alla loro base una ferma riconciliazione tra nazioni, un rispetto per la sovranità di ogni Stato membro, l’affermazione di una dignità innata dell’individuo e un impegno a costruire un’Europa che difende e lotta per i diritti umani.

I popoli di oggi dell’Irlanda, dell’Irlanda del Nord e della Gran Bretagna hanno fatto anche uno sforzo rimarchevole con l’Accordo del Venerdì Santo, nel 1998, per muoversi oltre quel ciclo continuo di offese che si erano accumulate nella storia, fino ad arrivare a un orizzonte di relazioni fresche, che possono offrire libertà, giustizia, uguaglianza e pace a tutti.

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Sia i trattati dell’Unione Europea sia l’Accordo del Venerdì Santo sono sorretti dal rispetto per il dialogo democratico e i diritti umani, l’uguaglianza di tutti i cittadini e il diritto di rivendicare questa eguaglianza. E la cosa più importante è che sono sostenuti dal supporto della stragrande maggioranza dei cittadini.

 

Ci sono alcuni che si dedicano ancora alla violenza e quelli che sposano ancora lo spirito settario, ma ora le loro azioni provocano una commovente solidarietà inter-comunitaria in favore della pace, dove prima le avrebbero soltanto spinte di corsa a rifugiarsi nei loro rispettivi bunker settari. Ora non più.

 

Sono cresciuta in una comunità del nord Irlanda divisa al suo interno, dove le nostre storie personali sottolineavano e si concentravano sulle differenze, sulle cose che ci separavano gli uni dagli altri e ci impedivano di avere fiducia reciproca. Ciascuno raccontava la storia a modo suo, e in ciascuna delle due versioni l’altro era denigrato. I vicini con differenti convinzioni politiche vivevano così fianco a fianco, ma in un’abietta e pericolosa ignoranza reciproca. Eppure questi racconti distintivi ben confezionati e separati minimizzavano altre realtà molto importanti, la nostra storia condivisa, i nostri problemi comuni, la nostra interdipendenza e le opportunità sprecate che noi buttavamo via trascurando il potenziale che la collaborazione tra noi offriva. Voci coraggiose hanno iniziato a chiedersi se potessimo trovare un sistema gestito per lavorare insieme.

 

Non sempre i loro sforzi iniziali hanno avuto successo, ma passo dopo passo, grazie allo sforzo schietto di tentare e non arrendersi mai, sono riusciti ad approdare a una comprensione più completa dei problemi di ciascuna parte. Hanno iniziato a vedere la possibilità di un dialogo come una strategia alternativa per il riconoscimento delle loro ambizioni politiche. Una parte di loro sono diventati leader dell’allontanamento dalla violenza verso la risoluzione del conflitto attraverso il dialogo e la costruzione del consenso.

 

Ma non è stata una folgorazione sulla via di Damasco. Il filosofo irlandese del XVIII secolo Edmund Burke diceva: «Non disperare; ma se ti capita di farlo, continua a lavorare nella disperazione». È una bella descrizione del processo per cambiare i cuori dalla guerra alla pace. Attraverso un impegno accurato di persuasione senza tregua di una massa critica di cittadini che concordano sul fare i sacrifici e i compromessi necessari per costruire un nuovo futuro di uguaglianza per tutti.

 

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Abbiamo visto con terribile chiarezza che l’accordo del 1998 non era un mero evento una tantum, quando la storia cambia per sempre, ma solo l’inizio di un lungo processo per disimparare le vecchie strade e imparare quelle nuove. Come uno dei nostri poeti, John Hewitt, ha dichiarato in modo memorabile, “noi costruiamo per riempire gli arretrati di secoli”. Questi arretrati non saranno riempiti da semplici spettatori.

 

Nei 13 anni da quando sono diventata presidente dell’Irlanda, ho avuto il privilegio di essere testimone di molti cambiamenti del cuore che confinavano con il miracoloso. Ma nessuno è stato più miracoloso del ruolo positivo di costruzione della pace giocato dai paramilitari. Generalmente provenivano da comunità emarginate che avevano sofferto di più durante le violenze e che sentivano un profondo senso di esclusione e vittimismo. Tuttavia alcune delle più radicali iniziative inter-comunitarie stanno venendo da quegli individui che lavorano per assicurarsi che la loro gente possa beneficiare del più completo beneficio della pace. I libri di storia ricorderanno i nomi dei grandi leader che hanno contribuito a promuovere il cambiamento. Ma il fatto che più è in grado di ispirarmi è il potere delle persone comuni di realizzare il cambiamento attraverso le loro vite quotidiane, attraverso quello che loro dicono e fanno. Sono le persone che non hanno lasciato ad altri il compito di cambiare la storia e il cui coraggio, secondo le parole di Winston Churchill, è caratterizzato dal «passare di fallimento in fallimento senza perdere il loro entusiasmo».

 

Il meeting di Rimini resterebbe soltanto sul piano teorico, una buona idea incompiuta, se non fosse per quelli che portano l’idea dell’amicizia oltre ogni sorta di divisione, creano una struttura e si impegnano a farla diventare realtà – le migliaia di volontari che nel costruire il Meeting anno dopo anno, hanno dimostrato un grande desiderio di cogliere l’opportunità di superare la mera curiosità per gli altri e di raggiungere una profonda amicizia e condivisione. Chi può dire se i cuori sono stati cambiati qui o altrove, perché il Meeting di Rimini accade e continua ad accadere.

 

Vediamo la prova del fallimento umano nella nostra pur giusta indignazione, che altro non è se non il segno della nostra mancanza di volontà di risolvere i problemi. Come otteniamo il mondo che vogliamo? Il modo per costruire la pace è lo stesso in tutta Europa e in particolare in Irlanda costruiamo nel modo poco romantico descritto come “un processo di ogni giorno, settimana, mese, cambiando gradualmente opinioni, erodendo lentamente vecchie barriere, costruendo con calma nuove strutture”.

 

Lo facciamo da noi stessi, vivendo la sfida espressa dalle parole di Gandhi: “Sia il cambiamento ciò che volete vedere nel mondo”, e se noi facciamo questo con amore ci riusciremo, pur con i tempi dovuti.

  

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