IL CASO/ Perché pacifisti e ambientalisti non difendono l’Africa dalla Cina?

- Alessandro Galimberti

ALESSANDRO GALIMBERTI ci parla di come la Cina stia sfruttando le ricchezze dell’Africa, uccidendo anche ogni iniziativa imprenditoriale del Continente nero

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Foto Fotolia

Nessuna invasione è stata così tollerata, nascosta e ignorata come quella che la Repubblica Popolare della Cina sta portando avanti in Africa: contadini, uomini d’affari, muratori, commercianti… Non si vedono, ma sono dappertutto.

 

La Cina è ormai il più grande partner commerciale della maggior parte dei Paesi africani, il volume degli scambi bilaterali ha superato i 100 miliardi di dollari e un migliaio di società cinesi si sono istallate sul continente. Con più di un milione di persone presenti in Africa, i cinesi sono uno dei maggiori gruppi di immigrazione. Dal 2000, il loro governo sta offrendo incentivi per incoraggiare l’emigrazione verso l’Africa, un continente che sembra essere per loro ciò che fu il Far West per gli americani.

Anche senza le statistiche, la realtà è davanti agli occhi: quasi tutti i prodotti industriali venduti in Africa sono fabbricati in Cina. È molto difficile trovare giocattoli, utensili da lavoro, mobili, casalinghi o medicinali che non vengano dalla Cina. Per molti aspetti, questa è la situazione che si può trovare oggi anche in Europa, ma vi è una fondamentale differenza: la qualità e la sicurezza.

Se richiesti, i cinesi possono rispettare gli standard imposti dai Paesi occidentali. Se richiesti, appunto! Ma chi si preoccupa in Africa se un giocattolo è fatto con materie tossiche? Il prezzo è il solo criterio che conta su questi mercati. Chi si cura della biodegradabilità delle materie utilizzate? Semplicemente nessuno. Per questo la Cina può esportare in Africa i suoi prodotti di qualità infima e con costo estremamente basso.

Questa è anche la ragione per cui è praticamente impossibile che cresca, o persino nasca, un’industria africana. Per esempio, se qualcuno pensasse di aprire una fabbrica di ombrelli in Sierra Leone, dove la stagione delle piogge dura sei mesi, meglio che lasci perdere: a 500 km dalla capitale, nel bel mezzo del niente, è possibile comprare un ombrello nuovo di zecca “made in China” per 5000 leones, meno di un euro! Per la stessa cifra si può comprare una moderna torcia elettrica.

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Nessuno può competere con questi prezzi e nessuna industria può crescere qui, perché è più conveniente importare questi prodotti dalla Cina. L’analisi economica è in realtà un po’ più complicata, ma quelli portati sono due esempi reali. Se poi vogliamo parlare delle medicine, sembra che quasi il 50% delle medicine prodotte in Cina e distribuite in Africa sia manipolato o inefficace.

 

Un ministro della Sierra Leone disse una volta: “Se si chiede a uno dei Paesi del G7 di realizzare una infrastruttura essenziale come una strada, una diga o un ponte, questi partirà da uno studio di impatto ambientale, per poi effettuare uno studio di fattibilità e passare via via alla bozza di progetto, al progetto definitivo, al coinvolgimento delle comunità locali, alle procedure anticorruzione, le gare, l’analisi delle offerte, l’assegnazione dei contratti e, finalmente, potrà dare inizio ai lavori. Se chiedete lo stesso lavoro ai cinesi, costoro inizieranno i lavori un mese dopo, finendoli in sei mesi , con manodopera, macchinari, materie prime e qualsiasi altra cosa provenienti dalla Cina”.

 

Il ministro ha però omesso l’altra parte della storia: molto spesso i cinesi realizzano queste infrastrutture senza curarsi dei permessi di occupazione dei terreni, di scavo, di deforestazione e via dicendo. In molti casi, membri del governo locale entrano nell’affare, per corruzione o con conflitti di interesse di cui tutti sono al corrente, ma che nessuno cerca di impedire. Secondo l’istruttivo “La Chinafrique”,scritto da Serge Michel e Michel Beuret (Editions Grasset&Fasquelle, 1998, pubblicato in italiano da Il Saggiatore nel 2009), il ministro delle Risorse forestali della Repubblica del Congo è azionista della società cinese che sfrutta una concessione che il ministro ha assegnato alla “sua” società.

 

Quello del legno è uno dei settori preferiti dai cinesi, che hanno ottenuto vaste concessioni di sfruttamento: da qui il legno viene inviato in madrepatria. Alcuni di questi tipi di legno sono di elevato valore, come per esempio quello dell’albero moabi , che impiega 100 anni per giungere alla maturità. Pare che la Cina sia il maggior fornitore di legno per il gigante dei mobili Ikea. La situazione è simile per il settore minerario.

 

La Cina sta distruggendo le foreste africane e nessuno dice niente, né ambientalisti, né pacifisti, né anticolonialisti alzano la loro voce contro questo sfruttamento. Eppure, una volta c’era sempre qualcuno pronto a manifestare contro il commercio delle armi, le concessioni petrolifere e l’estrazione di oro e metalli preziosi, fatti da Usa, Gran Bretagna o Francia.

 

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Come mai la Cina invece non solleva alcuna protesta? Perché le navi cinesi possono devastare le coste africane con campagne di pesca al di fuori di ogni controllo, dragando il fondo marino e rovinando l’ecosistema di quei mari, senza nessuna protesta di quegli implacabili combattenti contro lo sfruttamento occidentale dell’Africa?

 

Perché possono distribuire milioni di fucili, pistole e perfino machete (molti sono stati usati durante il genocidio in Ruanda) senza alcun boicottaggio? Perché possono fornire armi ai ribelli nel Ciad, al dittatore dello Zimbabwe o a chi viola i diritti umani nel Sudan? Questo atroce e orribile silenzio è malvagio, come lo è la silenziosa ma violenta invasione della Cina.

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