LETTERA DA MOSCA/ Chi salverà ora la “mia” Russia, gigante depresso senza più domande?

L’attentato all’aeroporto di Mosca, spiega GIOVANNA PARRAVICINI, porta a galla un malessere che cova da tempo nella società russa

26.01.2011 - Giovanna Parravicini
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Fiori deposti all'aerporto di Mosca (Foto Ansa)

Mosca, il giorno dopo. Un pallido sole si fa strada tra i fiocchi di neve che scendono svogliati. La vita, che per qualche ora era rimasta sospesa nella tensione, nell’orrore dell’impatto con le immagini dell’esplosione all’aeroporto di Domodedovo, comincia lentamente a riprendere. E la filosofia che si riscontra più comunemente – sui giornali come tra la gente con cui scambi quattro parole – è la rassegnazione. «Dobbiamo abituarci a vivere come in Israele, gomito a gomito con il terrorismo», ha scritto a botta calda il giornalista Michail Rostovskij. Non c’è sistema di sicurezza, controspionaggio che possa metterci al sicuro: sorvegliamo pure gli aeroporti, succederà in metrò, oppure in qualche ristorante, al cinema…

Lo scorso ottobre il direttore della Commissione d’inchiesta sul terrorismo, Aleksandr Bastrykin, ha fatto presente che nel 2010 il terrorismo è aumentato di due volte e mezzo rispetto all’anno precedente. Gli attentati terroristici nel Caucaso – secondo dati della Procura Generale – in quest’ultimo anno sono aumentati del 100%. Il capo del Ministero degli Interni ha recentemente riconosciuto che il livello del rischio-terrorismo in Russia resta alto.

I due tragici attentati – in marzo nella metropolitana e lunedì nel nuovo aeroporto-modello moscovita – sono un’eloquente conferma che la realtà è ben diversa da come ce la presentano le autorità statali. Anche oggi, come sempre in simili occasioni, lo Stato gonfia i muscoli, promette di far luce al più presto e implacabilmente sui responsabili, ha fissato un indennizzo di 3 milioni di rubli (circa 75.000 euro) per ogni vittima, ma nessuno ci fa gran conto. È un copione già noto.

Nonostante i controlli costanti, lo spiegamento di forze dell’ordine (ormai ogni moscovita ci ha fatto l’abitudine entrando in metro e nei luoghi pubblici), i crescenti finanziamenti nel settore della sicurezza, è una realtà in cui dominano corruzione, violenza, incertezza… Sì, la vera protagonista è l’incertezza. A tutti i livelli: i deputati si stracciano le vesti perché la legislazione sulla sicurezza dei trasporti non risponde agli standard moderni, i funzionari – responsabili dell’aeroporto, polizia, vigili urbani – si palleggiano la responsabilità dell’accaduto. Ma si va oltre: quest’incertezza sta diventando anche un carattere nazionale, popolare. 

Nella massa di interventi, reazioni, esternazioni seguite a quest’ennesima tragedia, mi ha colpito (nell’analisi di una politologa, Svetlana Babaeva), il suo ricondurre l’orrore della strage di lunedì a un fenomeno generalizzato, una sorta di «orrore quotidiano»: «Questa è la vita: e tra qualche giorno per la maggioranza essa rientrerà nei binari di sempre, la tragedia diventerà l’ennesima macchia fosca nella memoria. Il paese è in preda all’angoscia e alla depressione, che si percepiscono letteralmente in tutte le sfere, anche se si esprimono in maniere diverse. Negli uni l’angoscia assume la forma di evasioni culturali senza capo né coda, in altri di un cupo pessimismo che fa cascare la braccia, in altri ancora si trasforma in rabbia e aggressività. Si è perso il senso di qualunque iniziativa. E questa perdita è evidente, una perdita crudele e tangibile. Non si muove niente, tutto resta dov’è, e se questo cinque anni fa rallegrava, oggi suscita una cupa esasperazione. La mancanza di senso è la risposta diretta alla domanda sui risultati. Non se ne vedono. La gente non li vede da nessuna parte. E prima o poi si fa la domanda: perché fare degli sforzi, se tanto non cambia niente? Non è solo una stagnazione, peggio, è il putrefarsi di quello che abbiamo tra le mani. Perché la vita non è una cosa statica, è continuamente in movimento. Verso il meglio oppure verso il peggio». 

 

Insomma, la sfida del terrorismo porta allo scoperto un malessere che cova da tempo nella società russa. Potremmo anche chiamarlo «calo del desiderio» perché le «aspettative non si sono realizzate, non hanno trovato un oggetto all’altezza delle proprie esigenze». Ma quali aspettative?

«L’uomo – dice ancora la Babaeva – è fatto in modo tale da aver bisogno di vedere un’utilità alla propria vita. In un primo tempo può consolarsi con qualche piccolo risultato, ringalluzzirsi per quel che riesce a fare, ma con il passare del tempo lo afferra sempre più il pensiero della vanità dei suoi sforzi. Così, procedono a spron battuto i lavori per preparare le Olimpiadi e i Mondiali di calcio del 2018, fervono le discussioni se seppellire Lenin o mantenerlo nel Mausoleo, ma tutto questo ricorda troppo un metodo per distogliere l’attenzione dalla questione veramente seria».

 

Neppure qui in Russia, proprio come in Italia, «basta più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza». Così davanti a questa tragedia si capisce che tutto ci è dato per ricominciare.

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