CORNO D’AFRICA/ Leo (Avsi): così si vive a Dadaab, dove i medici di Msf sono stati rapiti

- La Redazione

LEO CAPOBIANCO, rappresentante AVSI in Kenya, ci racconta la vita nel campo di Dadaab, dove ieri due medici spagnoli che lavorano per Medici senza frontiere sono stati rapiti

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Bambini africani

La notizia del rapimento dei due medici spagnoli di Medici senza frontiere non ha tardato ad arrivare. Le voci circolano velocemente, nel campo di Dadaab, una sterminata distesa di tende bianche che potrebbe sembrare senza vita. Per sicurezza sono state dispiegate delle forze di polizia così da prevenire l’entrata di terroristi di Al Shabab – anche se l’identità dei rapitori potrebbe essere ricondotta ad altre sigle. Il comandante ha assicurato i kenioti che la situazione è sotto controllo e che i criminali saranno fermati prima della loro entrata nel Paese. L’UNHCR dirama dispacci sulla sicurezza che sembra raggiungere una quasi normalità, anche se il pericolo di infiltrazioni è alto, e il rapimento degli spagnoli, purtroppo, ne è la conferma.

I militanti di Al Shabab non si presentano con scritto in fronte la loro appartenenza. Sono persone che possono confondersi con la gente normale, con i rifugiati. Chiunque li potrebbe anche confondere con i rifugiati che arrivano dalla Somalia, a piedi, cercando di passare il confine e camminando anche ottanta chilometri per arrivare, stremati, al campo con la loro famiglia. Tutti cercano di arrivare qui a Dadaab per registrarsi all’ufficio accoglienza dell’UNHCR.

Due settimane fa è stato rapito uno degli autisti di Care International. Il nostro autista ce lo riferisce. Era a due passi da dove è accaduto “l’incidente”. Si sono portati via la macchina e con lei anche l’autista. Care ha sospeso le attività per qualche giorno e poi le ha riprese, ma in forma ridotta. Del loro autista non si sa ancora nulla. La chiamano “delinquenza comune”.

Intanto, a Dobley, a circa 20 chilometri dal confine Somalia-Kenya si è saputo che c’è stata una battaglia tra circa 400 militanti di Al Shabab e le forze governative. Sembra che molti giornalisti abbiano cercato di raggiungere il luogo a un’ora di macchina da Dadaab. Dicono sia stata rapita una donna francese nella piccolo isola turistica di Lamu, e si crede che sia stata rapita proprio con lo scopo di ottenere un riscatto da parte del governo di Parigi.

Ma torniamo al campo. Da quando Avsi nel 2009 ha cominciato a lavorare in questi campi, qui in Kenya, non potevamo certo immaginarci che saremmo diventati testimoni di questa immensa tragedia a cui tutto il mondo sta guardando. Le statistiche dicono che abbiamo raggiunto il numero di 470.000 persone rifugiate. Una città come Bologna, credo. Dicono che Dadaab sia diventata la terza o la quarta “città” più popolosa del Kenya.

Una volta registrati nel campo come “rifugiati”, i nuovi arrivati hanno diritto a una tenda, alla razione del cibo settimanale, all’assistenza medica, non è richiesto loro di lavorare e, nel caso questo accadesse, ricevono degli incentivi che variano a seconda della qualifica professionale. La maggior parte dei nuovi rifugiati giunti a Dadaab provengono da aree della Somalia dove conducevano una vita molto modesta facendo gli agricoltori o i pastori. Tantissimi bambini non hanno mai frequentato le scuole, non sanno neppure cosa voglia dire stare seduto dietro un banco. E voci dicono che si stia diffondendo una certa resistenza da parte di alcuni loro coetanei ad accoglierli nelle scuole già esistenti nei campi, in quanto la loro integrazione potrebbe abbassare ulteriormente il già basso livello di apprendimento scolastico.

AVSI sta sempre più concentrando il proprio intervento nei campi nel settore educativo. Sia con la riabilitazione strutturale delle scuole e dei centri educativi, a volte ridotti a un quasi nulla, sia con la costruzione di nuove scuole, nuove classi, soprattutto dove il sovrappopolamento raggiunge anche i 100-120 bambini per classe. Stiamo costruendo anche biblioteche a cui si possa accedere anche la sera (in questo caso grazie alla donazione dell’ambasciata americana che ci ha fornito impianti elettrici con i pannelli solari) in modo che possano diventare luoghi sicuri; stiamo costruendo asili di prima accoglienza per i nuovi arrivati nei quali i bambini sono seguiti da educatori e insegnanti che già da anni stanno lavorando con noi, anche nella formazione degli insegnanti, dei loro futuri maestri. Inoltre, insieme ai professori della Mont Kenya University, partner di Avsi, si sta riuscendo a fare ottenere a oltre 900 insegnanti di scuole primarie un certificato di qualifica riconosciuto anche dal ministero dell’Educazione del Kenya, così che, una volta rientrati in Somalia, questi nuovi maestri, potranno essere assunti da veri insegnanti, qualificati.

Un amico prete americano che ha visitato il campo di Dadaab, dopo aver visto tutto quello che le agenzie delle Nazioni Unite e le Ong stanno facendo per questa emergenza umanitaria, ha commentato: “ho visto la generosità della comunità internazionale nel voler dare una casa, del cibo e l’assistenza medica a questa povera gente, ma ho visto che voi invece cercate di costruire un futuro per queste nuove generazioni che non sono in cerca solo di cibo o di una casa, ma di una speranza”.

In mattinata, prima della partenza, ho partecipato a un incontro dei responsabili delle Ong che stanno lavorando a Dadaab. In questi ultimi tre mesi sono sicuramente triplicate. Si è parlato della futura apertura di un nuovo campo (nome “Kambioos”) per poter accogliere in qualche modo i nuovi arrivati. Ma il governo del Kenya non ha ancora dato il permesso. Aspettiamo per iniziare a lavorarci. Poi installeremo nuove tende per i nuovi rifugiati, latrine, pozzi dell’acqua e tutte quelle cose che magari sembrano banali, “piccolezze”, ma che cambiano la vita. Eccome. Intanto, sono già 2.000 le famiglie che hanno cominciato a stabilirsi lì. In queste situazioni si vorrebbero reazioni e risposte immediate. Ma bisogna avere anche pazienza. Anche se, a volte, averla è difficile.

Poi, finalmente ho visto l’enorme “città” dall’alto. L’aereo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha appena lasciato il piccolo aeroporto di Dadaab in direzione di Nairobi. L’aereo fa una virata inaspettata, sembra quasi che voglia tornare indietro. A volte, anche per motivi tecnici, succede. Ma questa volta è diverso: qualcuno dei presenti a bordo deve aver chiesto di poter sorvolare i campi rifugiati per poter fare delle riprese. È la prima volta che mi capita di vedere i campi dall’alto. Se non fosse stato per questa virata probabilmente sarebbe stato come al solito: ci si lascia alle spalle qualcosa la cui dimensione non te la immagini nelle sue proporzioni reali. Ora è davanti a me. Una sterminata distesa di tende bianche che si perde all’orizzonte. Mai vista una cosa così! Ecco dove sono i 1.500 rifugiati che, ogni giorno, dai primi di giugno, hanno cominciato ad affluire in continuazione dalla vicina Somalia stravolti dalla siccità, dalla fame e dalla paura. Stando accanto a queste persone tutti i giorni, anche se pochi dei nostri operatori capiscono l’arabo o il somalo, si riesce a instaurare un linguaggio che tutte queste donne e questi uomini sanno comprendere, e molto bene. È il linguaggio del cuore. Un cuore che desidera libertà, amore, giustizia e bellezza.

 

 (Leo Capobianco)



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