BLAIR/ L’ex premier: non sarà la politica a salvare l’Italia

- int. Tony Blair

“Ripongo una grande fiducia nel vostro paese, e so che ce la farete”. Lo ha detto TONY BLAIR, ospite dell’Università Cattolica di Milano per un conferenza su “Fede e globalizzazione”

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Tony Blair (Imagoeconomica)

«Ripongo una grande fiducia nel vostro paese, e so che ce la farete, che riuscirete ad uscirne». Tony Blair, primo ministro britannico dal ’97 al 2007, dieci anni alla guida del Labour, non può sottrarsi alle prevedibili domande di rito sulla drammatica crisi italiana.

L’ex premier è in Italia per un ciclo di conferenze promosso dalla sua Tony Blair Faith Foundation, dedicato alla fede nel mondo contemporaneo. «I fondamentali in Italia sono molto buoni, l’Italia è un grande paese, un paese di persone con grandissimi talenti» ha detto ieri Blair in conferenza stampa prima dell’incontro in Università Cattolica, a Milano, ospite del rettore Lorenzo Ornaghi e di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. «È chiaro che sarà necessario un cambiamento, che saranno necessarie delle riforme. E questo costituirà la sfida, la sfida per voi e per tutti i paesi avanzati, perché la crisi che ha interessato l’Eurozona coinvolge tutti, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il mondo intero».

In questo frangente è indispensabile una leadership forte, dice Blair, all’altezza delle sfide. Manca nelle sue parole qualsiasi tipo di accenno polemico ai nomi e ai cognomi della crisi italiana di questi giorni. «La politica e gli affari italiani li lascerei a voi e non a me, però devo ammettere che per un leader non c’è mai stato un momento più difficile di oggi». Ma l’importante, ammette Blair, è «vedere in questa crisi anche un’opportunità. L’Europa dovrà prendere delle decisioni che avrebbe già dovuto prendere in passato», ma «non dobbiamo dimenticare la forza del nostro sistema, la forza del nostro stile di vita». Ecco perché occorre «iniettare anche un po’ di ottimismo dentro questi discorsi che parlano di crisi. Sicuramente il mondo dovrà cambiare, e noi dovremo cambiare con esso».

Intanto Mario Monti, economista, è accreditato come prossimo capo del governo, chiamato da Napolitano per fare le riforme che devono allontanare lo spettro del default. «Prima di tutto occorre capire che per superare questa crisi non possiamo più fare riferimento alla politica come l’abbiamo vista in termini tradizionali di destra e sinistra» risponde Blair a chi gli chiede quale sarebbe la sua prima mossa se fosse nei panni di Monti, o di Warren Buffet, con la sua proposta di tassare i multimilionari. La questione, risponde Blair, «non è più destra verso sinistra, ma passato verso futuro. E’ questa la prova che attende i leader. Saranno cambiamenti estremamente dolorosi, ma il non farli sarebbe un’alternativa ancor più dolorosa».

«Saranno necessarie delle riforme fiscali, del mercato del lavoro, questo è fuor di dubbio», ma è la prospettiva che conta, spiega Blair. «Oggi c’è contrapposizione tra una politica di breve termine e una politica di lungo termine. Il nostro tentativo dovrebbe essere quello di allineare queste due politiche». Qui Blair lancia un avvertimento allo Stato: «non può pensare di fare tutto», dice rispondendo ad una domanda sulla differenza tra la Big society di David Cameron, primo ministro, e la Good society di Ed Miliband, attualmente alla guida del Labour. «La disputa la lascio a loro e non entro nel merito» dice Blair senza rinunciare all’ironia, però il monito è chiaro. «Secondo me un governo non può fare tutto, è importante che stabilisca delle partnership col settore privato e con la società civile. Dal canto suo il terzo settore ha un grosso ruolo da svolgere, anche se non può pensare di sostituire il governo».

Tony Blair è stato invitato dall’Università Cattolica e dalla Fondazione per la Sussidiarietà a tenere un discorso su Religione in ambito pubblico, secolarismo o laicità? In una intervista pubblicata ieri su La Stampa, ha detto che «ovunque la libertà di religione non è rispettata, la dignità umana è travolta». È uno dei punti che stanno più a cuore all’ex premier: «Abbiamo parlato di crisi finanziaria e politica, ma se pensiamo alla prossima generazione dovremmo preoccuparci molto di più dei conflitti che scaturiscono non tanto dall’ideologia politica, quanto dall’ideologia culturale e religiosa. E non si può a mio avviso avere una vera democrazia senza che vi sia liberà religiosa, di espressione, di stampa, di voto: questo è indispensabile. È indispensabile arrivare a un mondo dove le persone di diverse fedi si rispettano, vivono insieme, coesistono. Questa è la sfida più grande che pone la globalizzazione. Il XX secolo è stato il secolo del conflitto politico, mentre il XXI sarà caratterizzato più dal conflitto ideologico e culturale, quello che riguarda la fede, la libertà religiosa e la protezione delle minoranze religiose».

La fede è un tema al quale Blair non si sottrae, anche se quando parla di sé è breve e riservato. «Le ragioni della mia conversione? Nella Chiesa mi sentivo a casa», dice. Ora la sfida è un’altra: il posto della fede nel dibattito pubblico. «Con la mia fondazione vogliamo presentare la fede come un aspetto del progresso». Lo ha ripetuto più tardi, nella sua conferenza pubblica: «La fede appartiene al mondo e il mondo ne ha bisogno».

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