IL CASO/ 1. Cosa può fare l’Italia contro il “Merkozy”?

- Robi Ronza

Perché stupirsi del tandem di Germania e Francia, che esercita di fatto la supremazia in Europa? Sarebbe più interessante per l’Italia cercare “altrove” nuove alleanze. ROBI RONZA

C’è qualcosa di patetico nella sorpresa con cui non soltanto molti cronisti ma persino molti commentatori scoprono in queste settimane l’entità della cooperazione tra Francia e Germania, il suo peso sulle sorti dell’Eurozona e dell’Unione europea. Non si tratta di un fiore inaspettatamente sbocciato o del frutto di un’estemporanea sintonia fra l’attuale presidente francese Sarkozy e l’attuale cancelliere tedesco Merkel. E’ invece una realtà profonda,  radicata, strutturale, già sorta in precedenza ma poi formalizzata nel 1963 con il trattato dell’Eliseo, da allora in poi sempre cresciuta e infine fortemente rilanciata dal 2003 in avanti: una cooperazione che ha consistenza strutturale nei più diversi ambiti, da quello politico a quello militare, fino al punto che i due eserciti hanno una grande unità in comune, la brigata di fanteria meccanizzata franco-tedesca, dislocata a cavallo del Reno tra l’Alsazia e il Baden-Württemberg. 

Presso i governi di ciascuno dei due Paesi c’è poi un Segretario generale per la Cooperazione franco-tedesca, a Parigi francese ma con un vice tedesco, e a Berlino tedesco ma con un vice francese. Molto significativamente l’attuale Segretario generale tedesco è il ministro di Stato in carica per gli affari europei. I due ministeri degli Esteri francese e tedesco collaborano regolarmente, e ciascuno ha una missione di rappresentanza presso l’altro. Giovani diplomatici tedeschi seguono corsi di formazione a Parigi al Quai d’Orsay, e giovani diplomatici francesi fanno lo stesso a Berlino all’Auswärtiges Amt, il ministero degli Esteri della Repubblica Federale. Tra l’altro i due ministeri gestiscono congiuntamente in Internet un portale bilingue della Cooperazione franco-tedesca. 

Nella versione francese del messaggio di saluto agli internauti con cui si apre il portale si legge tra l’altro, con toni quasi berlusconiani, che  “le couple franco-allemand, moteur de l’Union européenne (…) s’engage quotidiennement pour une Europe concrète, une Europe des résultats”. Nella versione tedesca non si arriva a parlare di coppia, di duo (nella sua variante di genere maschile il francese couple ha anche questo significato) ma solo di strette “relazioni”; il tono è più cauto ma la sostanza non cambia. La realtà di tale stato di cose e le ambizioni egemoniche che lo caratterizzano non sono dunque un mistero ben custodito ma anzi una volontà proclamata. 

 C’è quindi poco da irritarsi per le battute ironiche e per i sorrisetti d’intesa tra Sarkozy e Merkel. C’è pure poco da lamentarsi per gli incontri bilaterali di Obama con il presidente francese e con la cancelliera tedesca che hanno preceduto l’apertura dei lavori del G20; e soprattutto di Parigi e Berlino che lavorano fianco a fianco per salvare le loro banche onerate dal peso di un gran numero di titoli di Stato greci, coprendo l’operazione con una più o meno subacquea campagna  di discredito del nostro Paese. 

Questo stato di cose non ci sta bene, ma per arrivare – sia dentro l’Eurozona che dentro l’Unione europea – a un assetto più equilibrato non basta la trovata o il colpo di mano di un giorno. Occorre lavorare a lungo e sistematicamente. Non possiamo certo pensare di infilarci come terzo incomodo in un duetto così affiatato; e nemmeno tentare di compensarlo con un rapporto privilegiato impossibile con la Gran Bretagna, che non solo non fa parte dell’Eurozona e non ci ama, ma ha inoltre un legame altrettanto strutturale ed esclusivo con gli Stati Uniti, dunque addirittura fuori dell’Unione. Però con buone probabilità di successo potremmo a nostra volta costruirci delle analoghe alleanze giocando soprattutto la carta delle nostre attuali o potenziali relazioni all’interno dell’Unione con i Paesi danubiani e balcanici, e all’esterno con il Levante. 

 

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