REPORTAGE/ Un giorno con gli indignati di Wall Street e le loro domande

- La Redazione

Il disincanto di una speranza riposta male, una promessa che l’America non è riuscita a mantenere: questi, secondo LUIGI CREMA, i veri motivi delle proteste degli indignati

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Foto Ansa

Sono tornato ancora una volta a Wall Street a curiosare. Son più di due mesi che qua si protesta ormai. Sinora, in questi due mesi, mi è stato veramente difficile scrivere un pezzo. Mi mancava obiettività, avevo sentimenti contrastanti: da una parte fa finalmente piacere vedere che c’è gente che non si accontenta; dall’altra viene da scoraggiarsi quando non si capisce nemmeno in che cosa queste persone stiano riponendo la propria speranza.

Fossi stato in Europa, neppure me ne sarei interessato: ogni autunno là si protesta per qualcosa. Qua invece un’occupazione fa notizia perché non si protesta mai. È la prima volta che qualcuno solleva un dito senza che si parli di pacifismo o di diritto alla vita: questa protesta, infatti, non riguarda una guerra ingiusta, e non tocca la guerra tra pro life e pro choice, e gli americani vanno in piazza in massa solo su questi due temi. Però non c’è nemmeno una rivendicazione politica, non ci sono messaggi.

Ritorno, così, ancora una volta a Zuccotti Park per farmi qualche chiacchiera. Incrocio un poliziotto e gli chiedo quanta gente ci sarà. Mi dice che non può parlare, ma il collega abbassando lo sguardo mi dice non più di 200. Il parchetto, in effetti, è molto piccolo (google dice 10.000 metri quadri).

E chi sono? In mezzo al parchetto noto gruppetti di ragazzi dei centri sociali (nero vestiti, capelli coloratissimi, che suonano o fumano), però si vedono tanti  ragazzi bianchi figli della classe media benestante, cresciuta col computer e con l’idea di trovare un buon lavoro dopo il college. Il campeggio è ben organizzato. Gli occupanti si sono divisi in zone, ci sono le tende, ci sono dei banchetti per mangiare, una zona per i bagni, scatoloni per scambiare libri o vestiti usati, e c’è anche una parte per la stampa con portavoce pronti a rispondere a domande. Ovunque computer e cellulari, per restare ben connessi al mondo.

Cerco dei volantini. Non ce n’è. Nessuna lista con rivendicazioni, nessun proclama. Al tavolo della stampa chiedo perché, e orgogliosamente mi viene risposto “non serve”. La protesta, però, ha un suo sito internet, dove si possono trovare dei manifesti che non sono manifesti, come questo, il primo postato sul sito: http://occupywallst.org/article/September_Revolution/.

 

Un manifesto, chiamato A modest call to action. Ma quale rivoluzione ha mai partorito un titolo più moscio: A modest call to action? Tutto è fatto al minimo, come dire “non vogliamo rivoluzioni, non vogliamo una nuova ideologia, ma questo mondo così non va”. Il primo vero risultato è questo: c’è gente in piazza che parla: nella terra dell’individualismo, forse la cosa più bella partorita da questa manifestazione è che dei ragazzi stiano condividendo il loro tempo, e non ammazzando il tempo con gadget tecnologici.

Mi metto a chiacchierare con due ragazzi: “Che cosa è cambiato in questi due mesi nella tua vita?”; “Abbiamo capito che i media sono importanti, e sappiamo che il movimento è cresciuto in tutta America, e guardano a noi come un esempio”. “Mi spiego meglio: che esperienza avete fatto in questi due mesi? Raccontami qualcosa di bello che è successo”. Non riescono a rispondermi. Sembra che manchi un vocabolario per parlare di queste cose.

Parlo con Marc, del banco-stampa, e gli chiedo: “Cosa c’è da cambiare?” “Wall Street controlla troppo il Governo, ci vuole più correttezza nelle istituzioni”; “Lo sai che in Spagna lo Stato è molto più forte che da voi, e il mercato più debole, eppure anche la loro economia è in ginocchio?”; “Davvero?”; “Sì, l’Europa del super-stato-sociale è in crisi proprio come l’America”; “Ascolta, io ho studiato filosofia, ed è da anni che dico che questo mondo, così com’è, va cambiato”. Nessuno, chiacchierando, è riuscito a dirmi che quella del libero mercato è un’ideologia come le altre.

Esco dal parchetto e faccio un giro della piazza: il panorama è variopinto. Un gruppo di signori di mezz’età afroamericani balla tenendo un cartello: “I sionisti controllano Google”; due ebrei ortodossi col cappellone nero guardano ridendoci sopra. Un ragazzo bianco va in giro con un cartello con scritto “Marx aveva ragione”; gli chiedo se aveva dormito in quelle notti nel parchetto, mi risponde di no. Gli chiedo una qualche spiegazione sulla protesta e lui mi indica di andare da altri. Un gruppo di latinosinvoca la rivoluzione cubana in America. Fermo due persone sui 60 anni, mi dicono che sono dei curiosi. In effetti noto tante Nikon e Canon, e tanti turisti asiatici. Oltre ai tanti turisti ci sono i media, i microfoni, i giornalisti, alcune telecamere. Parlo con una ragazza e cominciamo a chiacchierare. Le chiedo se ha dormito qua, “No”. “Sei di NY?”, e mi risponde che è arrivata dal Rhode Island per protestare. Le chiedo che lavoro fa, mi dice che ha appena finito il college e che non ha trovato lavoro.

 

Due sindacalisti con lo stemma gigante della loro sigla appuntato sul petto chiacchierano tra loro. Ci sono veramente pochissime sigle di gruppi organizzati, sindacati o partiti: noto solo un paio di gruppetti. Qua a Zuccotti Park va in scena la protesta dei senza volto.

Diversi cartelli dicono “Io sono il 99%”. Questo è di sicuro lo slogan più gettonato, il vero leitmotiv che emerge in quella miriade di cartelli, e che ci dice che loro sono il popolo, mentre i ricchi, l’1% che tiene in mano tutta la ricchezza, sta da un’altra parte. È una battaglia, questa, contro l’ingiustizia sociale. Non ci si chiede, però, perché si è arrivati a questo grande squilibrio sociale.

Quello che sembra andare in onda è la protesta di chi si è ritrovato fregato. “Abbiamo fatto quello che ci avete detto, e le cose però non funzionano bene: non abbiamo un lavoro, e non siamo ricchi come avremmo voluto”. Sembra una rabbia contro l’assunto fondamentale di questo Paese, una rabbia che, proprio per questo, nessuno riesce ad articolare. A voce si battono contro quell’1%, ma in verità questi ragazzi sembra che dicano: “Non era questo il patto della Terra dell’Opportunità. Americasignifica che se ti metti sotto avrai indietro qualcosa. Io ho fatto il college, ho debiti a non finire (4 anni di un buon college costano 200.000 dollari, prestati dalle banche con interessi tra il 7 e il 12 per cento: fate voi i calcoli per capire quanto costano 6 mesi di disoccupazione…), mi sono dannato l’anima, e adesso son qua senza prospettive”. Questo è quello che emerge a Zuccotti Park: una disillusione, un tradimento, il venir meno di una speranza mal riposta, ma nessuno dei ragazzi con cui ho parlato è riuscito a dirmelo.

 

(Luigi Crema)

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