ISLAM/ La preghiera in classe? Una rivendicazione politico-culturale in un territorio “estraneo”

- int. Salvatore Abbruzzese

Vietare ad un ragazzo islamico di inginocchiarsi e pregare nel corridoio della propria scuola rivolto verso la Mecca, non è un atto discriminatorio. SALVATORE ABRUZZESE ci spiega perché.

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Foto Ansa

Si chiama Yunus, ha 18 anni e frequenta un liceo di Berlino. E, secondo il tribunale che ha rigettato un suo ricorso presentato 4 anni fa, non può pregare nella sua consueta maniera. Per la precisione, il giovane è islamico, ed era solito inginocchiarsi tutti i giorni, a mezzogiorno, rivolto verso la Mecca, nel corridoio del suo istituto. Il che – hanno stabilito i giudici – potrebbe disturbare gli altri compagni. Un caso di discriminazione religiosa, che potrebbe rappresentare un potenziale pericoloso precedente? «Anzitutto, occorrerebbe capire se secondo la religione islamica è necessario inginocchiarsi al centro di un corridoio per svolgere le proprie pratiche religiose.  Detto questo, l’atto religioso in quanto tale va distinto dalla sua dimensione espressiva pubblica», afferma, raggiunto da ilSussidiario.net Salvatore Abruzzese, professore ordinario di Sociologia della religione all’università di Trento. Secondo il quale «non si può far finta di non sapere quanto pesino alcune forme ostentate della propria religione. Che del resto, non sono imposte dai testi. Mentre il problema di stare in uno spazio comune esiste, eccome». Certo, va riconosciuto che, forse, il tribunale tedesco ha commesso qualche errore: «i problemi della dimensione religiosa non si possono risolvere a colpi di sentenze – continua -. Ci vuole buon senso, prudenza, la capacità di discernere un caso dall’altro. Ogni volta che una religione va regolata da apparati giuridici ci si trova sempre di fronte a grosse difficoltà». Sta di fatto che c’è da chiedersi come sia possibile che solo ora si affronti un problema del genere e non lo si sia fatto 20 anni fa. Anche allora, infatti, i fedeli islamici erano presenti in Europa e pregavano alla stessa maniera.

«E’ evidente – spiega il professore – che sono subentrati degli elementi che hanno complicato la situazione, rendendola più opaca di quello che dovrebbe essere. Vent’anni fa la presenza islamica era completamente dissociata da qualunque dimensione rivendicativa o conflittuale. Tali tensioni non esistevano. Hanno iniziato ad esistere quando l’islam ha rivendicato un’identità politico-culturale in uno spazio estraneo». In particolare, «nel momento in cui si inizia a presidiare uno spazio pubblico per imporre la  propria dimensione religiosa, senza alcun tipo di interfaccia con l’esterno, si creano delle complicazioni. Capita ogni qualvolta delle pratiche culturali vengano espletate al di fuori dai propri territori».

Il ragionamento è semplice, e sgombra il campo da equivoci sull’ipotesi di discriminazione religiosa: «Tali pratiche, non a caso si sono sviluppate in contesti geografici  in cui c’era un rapporto immediato tra cultura, territorio, popolazione, storia e memoria. Nel momento in cui sono paracadutate altrove, queste usanze, per quanto legittime, devono interfacciarsi in un contesto che non è il loro». Non è una questione di discriminazione religiosa, anche per un altro ovvio motivo. «La libertà, in tal senso, fa parte dei cromosomi dell’Occidente. I problemi, caso mai, si sono sempre in altri paesi…»

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