ELEZIONI/ Se gli americani preferiscono lo shopping all’autocritica di Obama

- Lorenzo Albacete

La campagna elettorale di Barack Obama si annuncia come molto singolare. Per ora prevale l’autocritica sulla propaganda. Onestà o strategia? L’editoriale di LORENZO ALBACETE

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Barack Obama (Ansa)

Passati i festeggiamenti per il Giorno del Ringraziamento, le cose sono tornate alla normalità, cioè ai dibattiti tra i pretendenti Repubblicani al trono presidenziale. Lo spettacolo dei Repubblicani alla ricerca di un leader nazionale può anche essere divertente, ma quando è troppo è troppo, e perfino una nuova storia di pretesi abusi sessuali non è più sufficiente a ravvivare l’interesse. Mi chiedo se questi dibattiti non siano una tattica di Mitt Romney per portare la gara a un livello di noia tale da far sembrare lui interessante.

Nel frattempo, i Democratici stanno probabilmente guardando divertiti lo spettacolo, prendendo appunti in preparazione della loro campagna. Il punto è che anche i Democratici si trovano immersi in un problema tutto loro, cioè le frequenti autocritiche di Barak Obama e la sua apparente mancanza di entusiasmo per la prossima competizione. Alcuni commentatori hanno perfino sollevato la questione di una sostituzione di Obama, ma il suo team sostiene che il presidente sta semplicemente aspettando il momento giusto per attaccare. Ma se è così, perché tutte queste pubbliche autocritiche?

Un osservatore fa notare che Obama ha ammesso di essere “incasinato” e “frustrato” e che potrebbe limitarsi a un solo mandato alla Casa Bianca. Ha anche riconosciuto di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale e ammesso che il cambiamento che aveva giurato di portare a Washington non c’è stato.

«Comunque nascano queste autocritiche, da accortezza politica, umiltà o sincerità, esse aiutano a fare del presidente un personaggio onesto e apprezzabile in vista delle elezioni del 2012, un leader disposto a riconoscere che le aspettative eccelse della sua campagna del 2008, fondata sulla speranza di cambiamento, non si sono realizzate nella realtà».

Il Comitato Nazionale Repubblicano (RNC) tuttavia, non ritiene che questo possa aiutare Obama e ha messo in circolazione sul web un video di un minuto utilizzando le dichiarazioni di Obama. «Non abbiamo fatto progressi sufficienti in economia», dice in un punto; «Abbiamo perso la nostra ambizione, la nostra immaginazione», afferma in un altro,  aggiungendo «Ci siamo un po’ seduti».

Il direttore della ricerca dell’RNC, Joe Pounder, ha dichiarato che non “vi è critica migliore” ai risultati di Obama di quella che fa lui stesso, specialmente sull’economia. «In queste elezioni, i Repubblicani aspettano impazienti  di usare le parole dello stesso Obama contro di lui, in ogni occasione e su ogni argomento», ha detto Pounder.

«Sono irritato con me stesso, con il nostro team… sono qui in televisione a dire che ho incasinato le cose», disse Obama due settimane dopo l’insediamento. «Devo confessare il mio errore», affermò circa la sua decisione di nominare nel suo governo il senatore Tom Daschle, malgrado la sua evasione fiscale.

Il presidente, in un’intervista a NBC News, indicò l’ipotesi di una sua possibile non rielezione se l’economia non fosse migliorata. «Penso che tra un anno la gente comincerà a intravvedere qualche miglioramento, ma ci saranno ancora molte difficoltà. Se non risolverò la situazione nei prossimi tre anni, allora l’opzione sarà di un solo mandato», disse allora. In questi quasi tre anni, il presidente non ha mai smesso di riconoscere i suoi errori e limiti.

Nel suo libro “Confidence Men”, Ron Suskind analizza i primi due anni dell’amministrazione Obama e cita questa affermazione del presidente: «L’area dove credo che la mia gestione e concezione della presidenza si sia più evoluta, e dove credo che si sia fatta la maggior parte degli errori, non è stata tanto il fronte politico quanto quello della comunicazione. Credo che una delle critiche assolutamente legittima sui miei primi due anni sia che mi sono trovato del tutto a mio agio dentro un approccio tecnocratico di governo… e qui ci sono una serie di problemi da risolvere».

I sostenitori di Obama considerano questi dubbi su se stesso una prova dell’onestà del presidente, anche quando questa sincerità non è politicamente opportuna. «Il presidente ha sempre detto chiaramente agli americani quali erano le difficoltà che il Paese aveva di fronte», ha detto Ben LaBolt, il responsabile stampa della campagna di Obama. «Il presidente non segue facili vie d’uscita politiche, egli fa ciò che è giusto per il Paese».

L’argomento che continua a dominare le elezioni è, ovviamente, l’economia. Come presidente, Obama ha detto: «la mia responsabilità è di assicurare che la nostra economia sia in crescita, la classe media si senta sicura, che vengano creati posti di lavoro» e perciò «Devo assumermi la responsabilità diretta per il fatto che non abbiamo avuto tutto il progresso di cui avevamo bisogno».

Obama ha accennato alla possibilità di un solo mandato anche nel suo secondo anno in carica. «Preferisco essere un buon presidente per un mandato piuttosto che un mediocre presidente per due mandati», ha dichiarato in un’intervista all’inizio del 2010 ad ABC News.

All’inizio di questo mese, sempre con ABC News, ha riconosciuto che le cose non sono migliorate di molto. «Non penso che stiano meglio di quanto stessero quattro anni fa», ha detto riferendosi  alla maggioranza degli americani, ma aggiungendo subito dopo che la sua amministrazione «è stata capace di costanti progressi verso la stabilizzazione dell’economia». Ma poi è riapparsa la sua umiltà: “Il tasso di disoccupazione è ancora decisamente troppo alto».

A esattamente un anno dal voto, Obama non parla più della possibilità di un solo mandato, ma della necessità di un secondo mandato per mantenere tutte le promesse della campagna del 2008. In questo autunno, ha reclamizzato i suoi risultati ed enfatizzato, contemporaneamente, il fatto che ha ancora molto da fare, soprattutto in economia.

«Abbiamo realizzato circa il 60%, che non è male in tre anni», ha detto di quelle promesse a un incontro di sostenitori quest’autunno. «Sappiamo ora che il cambiamento è possibile. È difficile e complicato, talvolta frustrante, ma sappiamo che è possibile», ha detto. «Qui è il punto. C’è ancora una quantità di persone che stanno male e c’è ancora una quantità di lavoro da fare. Così, per quel 40% che non è stato fatto, ho bisogno di voi perché mi servono altri cinque anni. Ho bisogno di altri cinque anni per finire il lavoro».

E così lo spettacolo continua e la gente ne scappa dandosi freneticamente a folli compere.

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