LIBIA/ Jean: il tempo fa più forte Gheddafi e le sanzioni Usa gli fanno il solletico

- int. Carlo Jean

La caduta di Gheddafi, grazie alle ingenti somme di denaro di cui dispone, è tutt’altro che scontata e la Libia, spiega  CARLO JEAN, rischia di sprofondare in una logorante guerra civile. 

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Il leader libico è morto?

«Gheddafi ha perso il controllo dei pozzi petroliferi, ma può contare su enormi cifre di denaro e sull’appoggio degli Stati vicini. Egitto, Tunisia, Ciad e Algeria sostengono il regime libico inviandogli armi e le loro forze speciali che si fanno passare per volontari. E’ il clan del dittatore di Tripoli quello che potrebbe uscire vincitore da una guerra civile, soprattutto se durerà a lungo». Ad affermarlo, in un’intervista esclusiva a Ilsussidiario.net, è il generale Carlo Jean, analista militare ed ex numero uno dell’ufficio Pianificazione finanziaria dell’Esercito italiano. Secondo l’esperto, le sanzioni di Obama non sono in grado di creare reali problemi a Gheddafi: la vera posizione della Casa Bianca è aspettare e vedere per salire sul carro del vincitore al momento opportuno.

Generale Jean, quanto è reale il rischio che in Libia si sviluppi una guerra civile che durerà a lungo?

Il rischio di una guerra civile di lunga durata esiste, ed è quello a cui verosimilmente punta Muammar Gheddafi, perché in questo caso dovrebbe riuscire a prevalere. Il dittatore libico infatti ha a disposizione molti soldi e l’appoggio degli Stati vicini, ed è in questo che consiste il suo reale vantaggio sugli insorti.

Quali sono i fattori decisivi per la vittoria di Gheddafi o dei ribelli?

Innanzitutto le tribù. In Libia se ne trovano un centinaio, composte in media da 60mila persone ciascuna. E si tratta di un fattore che può produrre effetti molto imprevedibili, perché le tribù cambiano campo molto facilmente, soprattutto se qualcuno è disposto a pagare per comprare la loro fedeltà. Gheddafi dispone ancora di enormi somme di denaro, e quindi è in grado di far passare dalla sua parte almeno una parte delle tribù che si sono ribellate.

Perché l’esercito libico si è dissolto così rapidamente?

La Libia, a differenza dell’Egitto, non è una nazione, ma una costruzione coloniale la cui struttura sociale è basata sulle tribù. La lealtà dei singoli soldati va quindi alla tribù, non va alla nazione. I militari sono divisi secondo le linee etniche, tribali, claniche, e quando è arrivato il momento in cui si sarebbero dovuti scontrare con la folla, si sono divisi secondo queste appartenenze.

Le armi di cui dispone il dittatore sono tecnologicamente avanzate?

 

Nelle guerre civili non occorrono armi particolarmente sofisticate. Bastano lanciarazzi e kalashnikov.

Gheddafi è ancora in grado di controllare il petrolio libico e di avvantaggiarsene?

 

No, tre quarti delle risorse petrolifere libiche si trovano nella Sirte e sono state prese sotto il controllo da una grossa tribù, composta da 150/200mila persone, che è passata con i rivoltosi.

Quali sono gli Stati vicini che appoggiano Gheddafi?

 

Sicuramente Egitto, Tunisia, Ciad e Algeria, che hanno tutto l’interesse a non vedere gli insorti prendere il potere in Libia. E questo sostegno si concretizza con il fatto che passano a Gheddafi munizioni, rifornimenti, oppure consentono ai loro «volontari» di andare a rafforzare Gheddafi. Volontari tra virgolette perché spesso si tratta delle loro forze speciali.

 

Ma perché Egitto e Tunisia, dopo avere deposto Mubarak e Ben Alì, dovrebbero appoggiare Gheddafi?

Innanzitutto quelle di Egitto e Tunisia non sono state rivoluzioni ma colpi di Stato. In Libia inoltre la rivolta è molto più simile a quella dello Yemen. Quanto avvenuto in Egitto è che i militari, che hanno mantenuto il potere, hanno cambiato la vecchia classe dirigente, sostituendo i vecchi generali con quelli giovani. Il resto è stato folklore, i giovani sono scesi in piazza, ma le cose non sono cambiate. La piazza può fare una rivolta, ma non può mai vincere una rivoluzione. La rivoluzione la vincono le minoranze organizzate, dure e decise, che hanno interessi precisi. E’ lo stesso motivo per cui, storicamente, i Giacobini hanno sconfitto i Girondini e i Bolscevichi hanno cacciato i Menscevichi.

Nel caso della Libia, quali sono questi poteri forti che potrebbero uscire vincitori?

Sono gli interessi del clan di Gheddafi, che può fare affidamento su un potere economico senza pari e quindi cambiare a proprio vantaggio la fedeltà dei clan.

Il dittatore  dispone anche di armi chimiche e batteriologiche?

Dovrebbe avervi rinunciato completamente nel 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein, in quanto aveva paura di diventare l’obiettivo successivo di un attacco americano. Per questo motivo ha rinunciato al programma nucleare e batteriologico, e ha chiesto il supporto degli Stati Uniti per disarmare e distruggere i suoi arsenali non convenzionali.

Come valuta l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti di Gheddafi?

Barack Obama è costretto a barcamenarsi perché non sa chi vincerà. La sua vera posizione non è favorevole agli insorti, ma attendista. Anche perché teme che a lungo andare il movimento di rivolta passi sotto il controllo dei fondamentalisti. Le sanzioni Usa servono per accontentare l’opinione pubblica interna, ma non hanno nessun altro effetto e di certo non convinceranno Gheddafi a mollare.

Può essere utile imporre alla Libia una no fly zone?

 

Queste sono tutte chiacchiere da generali che non hanno niente di meglio da fare. La Libia non è la Bosnia, è un Paese da 1 milione e 800mila chilometri quadrati. Come si fa a realizzare una no fly zone con una profondità simile? E poi poniamo che si decida di abbattere degli aerei libici: gli europei e gli americani che si trovano ancora in Libia diventano subito ostaggi. Non penso quindi che chi parla di no fly zone pensi sul serio quello che dice. Molto più serio è il ministro alla Difesa, Ignazio La Russa, che ha dichiarato che proseguirà le azioni umanitarie e nel frattempo l’evacuazione dei cittadini italiani. E ovviamente i nostri aerei C-130 possono atterrare in Libia finché le truppe di Gheddafi non gli sparano. In particolare, c’è un gruppo di 25-30 italiani, tecnici che stavano facendo esplorazioni petrolifere, che si trovano nel sud del Paese. E il loro sgombero sarà più lungo e difficile di quello degli altri nostri cittadini.

 

Che cosa rischia l’Italia da una Libia divisa in più Stati?

 

La Libia comunque sia, unita o divisa, avrà sempre bisogno di esportare petrolio. Qualora si instaurassero due governi distinti, occorrerà rinegoziare il trattato italo-libico. Ma in ogni caso il primo provvedimento del governo provvisorio, quello che a Bengasi dice di rappresentare il popolo, è stato dichiarare che gli accordi internazionali presi dal precedente regime saranno rispettati. Il vero rischio però è un altro…

 

Quale?

Se la guerra civile si radicalizza, ci saranno sicuramente ricadute sugli immigrati maghrebini che si riverseranno verso l’Europa. Gli accordi italo-libici che prevedono di controllare il flusso di irregolari non potrà infatti essere mantenuto, perché le nuove autorità non avranno il controllo della situazione.

 

Cosa potrebbe fare in questo caso la Marina italiana?

 

Niente di più di quello che sta facendo adesso: stare a guardare. Le regole internazionali impediscono di intervenire contro immigrati disarmati, tanto più che si tratta di persone che chiederanno asilo politico.

 

Le proteste nel Nord Africa mettono a rischio anche lo Stato di Israele?

 

No, il regime del Cairo è l’unico che potrebbe minacciare Israele. Ma l’Egitto ha bisogno degli Stati Uniti e sa che la collaborazione e gli aiuti americani dipendono dal rispetto degli accordi stipulati nel 1979 da Sadat e Begin.

(Pietro Vernizzi)

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