LETTERA/ 1. Vi racconto di me e Taka, alle prese con il terremoto in Giappone

- La Redazione

MICHELE GIACUMMO racconta come ha vissuto il giorno del terremoto a Tokyo e come i giapponesi stiano reagendo alla catastrofe di venerdì scorso

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Foto Ansa

Negli ultimi tempi si diceva spesso che non c’erano stati terremoti di rilievo ed ecco che ne arriva uno di proporzioni epocali. Venerdì mi trovavo a casa, dato che si trattava del mio giorno di riposo, e Taka era venuto da me per aiutarmi a risolvere con un paio di telefonate un problema che avevo con lo scaldabagno. Spesso due telefonate di un madrelingua risolvono più problemi di dieci fatte da uno straniero che non sa come funzionano le cose.

A ogni modo poco dopo le 14.30, sul punto di riaccompagnarlo alla fermata dell’autobus, la terra comincia a tremare. Da quando sono arrivato circa tre anni fa, di terremoti ne ho sentiti parecchi, sia di notte che di giorno, e solamente un paio sono stati rilevanti. Me ne ricordo uno dove ero impegnato a tenere fermo il forno elettrico per far in modo che non cadesse da sopra al frigo mentre il mio coinquilino se ne usciva trafelato da sotto la doccia con fare preoccupato. Il tutto si è sempre concluso con qualche battuta sdrammatizzante e un paio di risate, ma mai mi era capitato di precipitarmi fuori di casa in ciabatte nel bel mezzo di un freddo e ventoso pomeriggio di marzo.

All’inizio della scossa si rimane come al solito un po’ sorpresi e spaesati. Quando si realizza che si tratta di un sisma si pensa un attimo al da farsi e in quei pochi secondi di solito tutto è già finito. Ma questo venerdì la scossa sembrava non terminare e anzi diventare sempre più incalzante e potente. Al che Taka e io, nel tempo di scambiarci uno sguardo, ci siamo precipitati per strada. Fortunatamente abito al piano terra ed è un attimo uscire e mettersi al sicuro.

La casa dà su una strada che costeggia una delle linee ferroviarie più trafficate di Tokyo. In Giappone le infrastrutture elettriche, proprio per via dei terremoti, non sono interrate, ma sono sospese in un groviglio di cavi e circuiti elettrici su dei pali. Mentre siamo fuori il terremoto ha il suo momento più potente. Sembra di stare su una nave, trema, anzi ondula tutto all’unisono. Una sensazione stranissima e disturbante.

Il boato che accompagna il terremoto è un sottofondo costante, i pali della luce tremano in maniera preoccupante, le biciclette parcheggiate fuori dalle case cadono una dopo l’altra, tutto ondeggia come se fosse una giostra del luna park. Taka dice che ha mal di mare e non posso biasimarlo. Pure dopo la scossa più forte non si capisce se la terra ancora non si è fermata o siamo noi ad aver perso l’equilibrio.

Con noi anche i vicini di casa sono usciti e già cominciamo a domandarci dove sarà stato l’epicentro e con quale forza. Non capiamo ancora la gravità di ciò che è successo. Appena finita la scossa, torno un attimo in casa per mettermi scarpe e cappotto ed esco subito. Ci dirigiamo verso la stazione (che poi è il centro della cittadina dove abito). Ci rendiamo conto quasi subito che i treni sono fermi, anche perché passano di continuo e il silenzio improvviso si fa notare. I passaggi a livello sono abbassati e tagliano Nogata in due senza possibilità di raggiungere il centro.

 

Vicino alla stazione tutti sono per strada e controllano se amici o parenti sono sani e salvi. O almeno ci provano. Ci rendiamo conto in quel momento che i cellulari non funzionano! Visto che non possiamo attraversare i binari Taka e io torniamo indietro verso casa e incontriamo nuovamente la vicina di casa, che ci dice di vedere delle immagini preoccupanti in televisione e di essere preoccupata per il marito che era fuori in bicicletta (e che torna proprio in quel momento).

 

Io rientro un attimo in casa e verifico che internet funziona (e sarà l’unico mezzo a funzionare per tutta la giornata). In Italia è appena mattina e controllo se per caso mia madre ha già saputo del terremoto. Infatti vedo lampeggiare la messaggeria di skype. La tranquillizzo e a quel punto, visto che Taka non riesce a contattare i suoi familiari, decidiamo di cercare un telefono pubblico.

 

Quando torniamo in stazione i passaggi a livello sono stati ripristinati ed è possibile accedere al centro. Ci fermiamo un momento al koban (sono dei mini posti di polizia dislocati un po’ ovunque) e ne approfittiamo per chiedere se i treni funzionano. A quanto pare non solo la nostra linea, ma tutti i treni sono stati fermati a titolo precauzionale.

 

Troviamo un telefono pubblico. Non ricordo nemmeno quando ne ho usato uno l’ultima volta. Per fortuna pare che linee telefoniche convenzionali funzionino e riusciamo a metterci in contatto con la sua famiglia. Sarà passata forse poco più di un’ora dal terremoto. Raggiungiamo la fermata dell’autobus e una lunga coda di persone aspetta un mezzo che non arriva.

 

Propongo a Taka di fare un giro nei negozi nell’attesa e proprio mentre siamo intenti a curiosare all’interno ecco che arriva una scossa di assestamento abbastanza forte. Ci precipitiamo fuori tutti dal negozio. Le commesse sono intente a tenere fermi i cumuli di prodotti accatastati fuori, mentre all’interno bottiglie di vino e olio si rovesciano sul pavimento.

Tutto sommato niente scene di panico, tutti sembrano saper cosa fare, sebbene nei volti e nei commenti (kowaii, che paura, commenta una signora che passa davanti a noi) sia palpabile la preoccupazione. Taka si lamenta che gli gira la testa e anch’io in effetti mi sento strano come sempre dopo un terremoto. Gli dico di andare a mangiare qualcosa in un ristorante lì vicino visto che comunque i mezzi sembrano interrotti. Altre scosse di minor entità si susseguono ogni tanto. I cellulari continuano a non funzionare.

 

Torniamo verso il posto di polizia per chiedere informazioni. A quanto pare i treni non funzionano e c’è la possibilità che per tutta la giornata non funzionino. A quel punto torniamo a casa e diamo un’occhiata a internet per avere notizie. In questo senso Facebook si rivela provvidenziale anche per avere notizie dagli amici. Essendo l’unico media funzionante in quel momento sono tutti collegati e fioccano da ogni dove messaggi per chiedere com’è la situazione e se si è sani e salvi.

 

Sul canale di NHK (la tv di stato) si susseguono immagini preoccupanti di inondazioni e di una centrale in fiamme. Su Facebook alcuni amici fanno sapere di non riuscire a tornare a casa (Tokyo si estende per decine di chilometri e senza treni o metro è impossibile spostarsi). Qualcuno che non lavora troppo lontano ci prova e racconta, i-phone alla mano, che cosa sta vedendo. Strade piene di gente che cammina, conbini (sono piccoli supermercati aperti 24 ore sullo stile di quelli americani) presi di assalto per mangiare qualcosa.

 

Il commento di Taka che mi dice che mai aveva provato un terremoto cosi forte, si aggiunge agli altri postati su Facebook. Federica è spaventatissima e non vuole rimanere sola in casa, Hide non riesce a contattare i genitori che abitano a Sendai (vicino all’epicentro), Yuichi sta camminando da tre ore cercando di tornare a casa, Alice mette la sua casa a disposizione di chi in quel momento si trovi in zona e sia impossibilitato a tornare.

 

Dall’Italia amici e parenti si mettono in contatto per sapere se sono vivo, mentre Taka e io a turno sul computer controlliamo man mano che tutti i nostri amici e conoscenti non abbiano subito danni ma solo un bello spavento. Alla fine anche Taka, impossibilitato a tornare, si fermerà a dormire da me. Nella notte altre scosse di assestamento si fanno sentire.

Taka che il sabato deve lavorare (e anche io) se ne va via la mattina presto. Per fortuna i treni hanno ripreso a funzionare. Prima di uscire do un’occhiata alle notizie che si fanno via via più inquietanti. Tutti tramite passaparola via Facebook fanno girare link a video di tsunami o di scene di terremoto. Alla fine la scuola dove lavoro a titolo precauzionale ha deciso di tenere chiuso fino a domenica (ieri, ndr). Una cosa straordinaria per un Paese dove tutto funziona 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno.

 

Visto che mi avvisano in ritardo, mentre sono già in treno, una volta raggiunta Ikebukuro mi rendo conto che sebbene tutto sembri tornato alla normalità e i giapponesi nella loro fredda flemmaticità facciano un po’ finta di niente, qualcosa è diverso. In stazione qua e là si vedono salaryman (colletti bianchi) sonnecchiare sulle scale o in un angolo, segno che non hanno potuto tornare a casa; i treni vanno a regime ridotto (in effetti non so come ho fatto ad arrivare fino a Ikebukuro) e ci sono code sterminate di gente che attende pazientemente di entrare sulle banchine; qualche grande magazzino è chiuso probabilmente per riordinare le merci cascate dagli scaffali e nelle vetrine dei negozi di elettrodomestici (Ikebukuro ne è piena) si vedono nei tv di ultima generazione le immagini del disastro.

 

Tornando a casa passo dal supermercato per fare la spesa e gli scaffali sono semivuoti. I miei amici su Facebook postano anche loro le immagini dei conbini e dei supermercati presi d’assalto (o non riforniti?). Una cosa impensabile in un Paese dove il servizio al cliente è impeccabile e il consumismo è secondo solo agli Stati Uniti.

 

Complice anche un possibile disastro nella centrale nucleare di Fukushima, la gente si rifornisce di generi di prima necessità. Cosicché pane, acqua minerale, instant cup noodles (ramen e simili) che sono facilmente conservabili, sono spariti dagli scaffali. Secondo un’amica italiana che vive in Hokkaido (dove viene prodotta gran parte dei prodotti alimentari giapponesi), i camion non riescono ad attraversare la zona disastrata dallo tsunami e quindi ad approvvigionare i supermercati della capitale.

Nonostante tutto comunque, ciò che sorprende di più è la pragmatica calma e tranquillità che caratterizzano il popolo giapponese alle prese con una calamità di proporzioni non indifferenti. Le vittime salgono, i dispersi aumentano, ma il Paese si organizza e sono sicuro che nel giro di qualche settimana avrà sistemato le cose più urgenti. I giapponesi vivono in una zona ad alto rischio sismico e sono abituati fin da piccoli a prepararsi al peggio con esercitazioni periodiche. Se aggiungiamo che hanno un senso del bene comune e della cosa pubblica molto elevato (pongono la comunità davanti al singolo) non c’è di che stupirsi della strabiliante organizzazione e puntualità che caratterizza il Paese.

 

Se così non fosse ci troveremmo di fronte a un disastro di proporzioni ben maggiori. Ma la meticolosità nella costruzione delle abitazioni (che infine sono state spazzate via dallo tsunami e non rase al suolo dal terremoto) e in generale nel preparare ogni cosa (ad esempio, giunge l’avviso di terremoto in arrivo in tv poco prima che si abbatta, c’è una specie di countdown. Anche nei luoghi pubblici c’è un sistema collegato alle centrali di rilevazioni sismiche che avverte in tempo reale con un allarme e countdown – l’ho sperimentato io stesso in un paio di situazioni), ha permesso di evitare il peggio.

 

Domani (oggi, ndr) in alcune zone e fasce orarie sono previsti dei blackout per venire incontro alle esigenze energetiche (visto le centrali nucleari fuori uso): per ora si tratta, in questa parte del Paese, di alcune zone periferiche di Tokyo (per fortuna non dove abito io). Non so se queste misure verranno estese anche ai giorni successivi.

 

Certo è ancora presto per dire che tutto tornerà alla normalità, però guardando a come la situazione viene vissuta dai giapponesi, senza scene di panico e disperazione, ma anzi in maniera positiva e costruttiva, cercando di aiutarsi a vicenda, lo si può sperare.

 

(Michele Giacummo)

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