NUCLEARE/ Fukushima come Chernobyl? Gli esperti a confronto

- int. Carlo Lombardi, int. Vincenzo Balzani

Mentre alla centrale di Fukushima scatta la corsa contro il tempo per spegnere i reattori, in Italia si accende più che mai il dibattito sul futuro del nucleare

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Foto Ansa

Mentre alla centrale di Fukushima scatta la corsa contro il tempo per spegnere i reattori, in Italia si accende più che mai il dibattito sul futuro del nucleare. Una vera e propria escalation, quella di questi giorni, con il governo giapponese impegnato nel tentativo affannoso di tranquillizzare la popolazione e il mondo intero. Subito smentito dall’Autorità per la sicurezza nucleare della Francia, che ha fatto sapere che il disastro sarebbe stato sottostimato. Al punto che Angela Merkel ha annunciato la decisione di sospendere la costruzione di nuove centrali in Germania.

SPEGNIMENTO EFFICACE – Ilsussidiario.net ha intervistato due esperti, uno favorevole e uno contrario all’utilizzo civile al nucleare, per capire quali saranno le ripercussioni dello tsunami in Giappone sul modo in cui d’ora in poi guarderemo all’energia atomica. Come sottolinea Carlo Lombardi, professore di Impianti nucleari al Politecnico di Milano e senior advisor della Fondazione EnergyLab dal 2008, «la risposta a un terremoto simile ha dimostrato la validità del criterio di progetto che sempre impone in ogni situazione lo spegnimento delle centrali, come difatti è avvenuto, e non è una cosa da poco considerata l’eccezionalità dell’evento. Poi tali eventi e il susseguente maremoto sono impossibili nel nostro Paese, come dimostra la lunga storia che abbiamo a disposizione».

CENTRALI DI NUOVA GENERAZIONE (leggi l’approfondimento tecnico) – E aggiunge il professor Lombardi: «Nel nostro Paese è stato sempre applicato il vincolo di escludere dai siti possibili quelli giudicati sismici. Infine emerge il fatto che le centrali che si prevedono in Italia hanno livelli di sicurezza ben superiori a quelli di Fukushima, costruite alcuni decenni fa, di concezione precedente a quella di Caorso». Lombardi inoltre spiega così l’incidente di Fukushima: «Alle temperature di funzionamento, intorno ai 300 gradi, la reazione non avviene, ma se in caso di mancato raffreddamento la temperatura delle barrette sale e arriva ai valori di 1000 gradi, inizia la produzione di idrogeno. Questo può avvenire anche a reattore spento, perché il calore di decadimento per quanto piccolo richiede un sicuro raffreddamento della barretta».

 

FRONTEGGIARE GLI INCIDENTI «SEVERI» – Per l’esperto dell’EnergyLab, «forse l’aspetto concettuale più rilevante e più innovativo riguarda la possibilità di fronteggiare i cosiddetti incidenti “severi”, cioè quelli che si avrebbero se nessun sistema di protezione funzionasse. Questi difatti comporterebbero la fusione del combustibile, che deve essere raffreddato in qualche modo; anche in questo caso due sono le soluzioni adottate: l’uso di un grande crogiolo posto sotto il reattore, dove il combustibile fuso può disposi con una geometria che consente il suo raffreddamento; oppure una modifica del sistema che comporti che il combustibile fuso rimanga sempre all’interno del recipiente del reattore, dove viene solidificato, perché il recipiente viene raffreddato da acqua in ebollizione che riempie una cavità che lo circonda».

«SCARSA TRASPARENZA» – Diametralmente opposta la posizione di Vincenzo Balzani, chimico molecolare dell’Università di Bologna, che ricorda come «già nel 2002 gli impianti nucleari della Tokyo Electric Power (Tepco) furono chiusi perché si sospettava che la società giapponese avesse dichiarato il falso sulla sicurezza. Difficile quindi sapere se in questo caso le informazioni sulla gravità dell’incidente di Fukushima siano o meno corrette. Nel migliore dei casi, migliaia di persone sono state sfollate, ed è facile intuire con quale spirito ritorneranno nelle loro case. Dopo Chernobyl, le persone in Ucraina cedevano all’alcolismo per lo shock subito, ora potrebbe ripetersi qualcosa di simile».

 

MODELLI SENZA RISCONTRI – Per il professor Balzani quindi, «detto francamente mi sembra una pura pazzia continuare a costruire delle centrali nucleari. Chi ci assicura che sono sicure, lo fa sulla base di modelli matematici che però non trovano riscontro nella realtà, perché non si possono fare esperimenti in grado di simulare una catastrofe atomica». E a chi gli fa notare che la centrale di Fukushima è di vecchio modello, mentre quelle che si progetta di costruire in Italia saranno molto più avanzate, Balzani ribatte: «Questo nessuno lo mette in dubbio, ma come si fa a essere sicuri in un campo come il nucleare? Una centrale non risponde mai in modo lineare alle sollecitazioni, basta una piccola interferenza per produrre gravi danni. Per questo motivo, la rischiosità di una centrale nucleare non si può prevedere».

NON VALE LA PENA RISCHIARE – E si interroga l’esperto: «Come si fa a garantire che domani quella certa area non sia colpita da un terremoto? Qua in Italia siamo zona sismica, a Messina abbiamo già assistito a un maremoto terribile. Insomma, è un rischio che non vale la pena correre». Anche perché, come aggiunge Balzani, il gioco non vale la candela: «Basterebbero le scorie radioattive per sconsigliare di ricorrere all’energia atomica. Il problema è che non si sa dove metterle, come dimostra anche il fatto che gli Stati Uniti, che rappresentano la nazione tecnologicamente più avanzata e che dispone di vasti territori, ha deciso di rinunciare alla costruzione di un deposito permanente sotto le montagne del Nevada».

 

LO SMANTELLAMENTO – Il secondo problema per Balzani «è quello dello smantellamento: una centrale nucleare dopo 30-40 anni di funzionamento deve essere chiusa, ma al suo posto non possono sorgere nuovi insediamenti perché l’area rimane radioattiva per un centinaio di anni. Anche per questo motivo, il nucleare non è economicamente conveniente». Per Balzani la risposta al fabbisogno energetico deve essere differente: «Occorre investire in energie rinnovabili, cioè in particolare sul solare, sull’eolico, sul geotermico. E soprattutto bisogna consumare di meno e usare l’energia in modo più efficiente».

 

(Pietro Vernizzi)



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