GIAPPONE/ Gli esperti: Fukushima dimostra che il nucleare è “sicuro”

- int. Marco Ricotti, int. Francesco Romanelli

Il mondo guarda al Giappone nel timore che un’incontrollata nube radioattiva si sparga ai 4 angoli del globo. Come stanno le cose? Lo abbiamo chiesto a FRANCESCO ROMANELLI e MARCO RICOTTI

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Foto Ansa

Dopo il terribile sisma che ha fatto sussultare il Giappone, ora la paura atomica fa tremare il mondo intero. Ad accrescere i timori per la centrale di Fukushima, le continue indiscrezioni non verificate che hanno reso, se possibile, ancora più convulsa una giornata già di per sé drammatica. In assenza di dati ufficiali si continuano a rincorrere le voci, le smentite e le speculazioni di chi ha interesse a fermare l’energia nucleare in Italia e nel mondo. Intanto l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite (AIEA) non si pronuncia, limitandosi a osservare che «dopo le esplosioni alle unità 1 e 3, i gusci di contenimento sono rimasti intatti», mentre l’esplosione al reattore 2 «potrebbe aver danneggiato l’integrità del guscio di contenimento primario».

Per cercare di fare chiarezza rispetto alla situazione, Ilsussidiario.net ha intervistato due dei maggiori esperti italiani di nucleare, Francesco Romanelli, direttore dell’European Fusion Development Agreement (EFDA), il programma Ue che coordina i vari laboratori attivi nella sperimentazione della fusione nucleare, e Marco Ricotti, professore di Impianti nucleari al Politecnico di Milano e membro dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. Per Romanelli, «a differenza di Fukushima, la centrale di Chernobyl era stata concepita secondo un progetto che presentava diversi problemi e il modo con cui si è verificato l’incidente è stato del tutto peculiare, conseguente a un errore umano di grossa portata. Quindi non siamo in nessun modo di fronte a una situazione in qualche modo analoga a quella di Chernobyl».

Come sottolinea l’esperto, «la centrale di Fukushima è stata concepita in modo diverso, con un reattore moderato ad acqua (boiling water reactor). Questo significa che per esempio i reattori si spengono immediatamente non appena c’è una perdita del liquido di raffreddamento, che agisce anche da moderatore dei neutroni. E questo è effettivamente quello che è successo, anche nel caso di Fukushima». Al contrario, come spiega sempre Romanelli, la centrale di Chernobyl si basava sulla «moderazione a grafite, che non impedisce che il processo continui. Detto in parole povere, i reattori sovietici hanno continuato a funzionare a lungo anche dopo l’incidente, e questo ha fatto sì che la radioattività si diffondesse su un ampio territorio. Quelli giapponesi al contrario si sono spenti subito, e questo fa sì che Fukushima non possa essere un’altra Chernobyl».

E a chi gli chiede se l’Italia, essendo un Paese a rischio sismico come il Giappone, dovrebbe evitare di costruire delle centrali nucleari, Romanelli risponde: «In realtà a Fukushima il problema è stato originato prevalentemente dagli impianti ausiliari di fornitura dell’energia elettrica, più che dal sisma in sé. Il maremoto è stato una catastrofe epocale, ma non è stato la causa diretta dell’incidente nella centrale, la cui struttura esterna ha retto grazie a tutte le precauzioni del caso che già esistono. A risultare inadeguati sono stati invece i sistemi di sicurezza interni, sviluppati negli anni ’50 e ormai obsoleti, in quanto per eliminare il calore di decadimento provocato dalla presenza di combustibile devono utilizzare la circolazione forzata».

 

E aggiunge Romanelli: «Le centrali di terza generazione, quelle che dovrebbero sorgere in Italia, hanno invece impianti di sicurezza basati sulla “convezione naturale”, e quindi non hanno problemi con un’eventuale mancanza di energia elettrica». La convezione naturale è infatti un tipo di trasporto di liquidi e fluidi basato su pressione e forza di gravità, che funziona anche in caso di black out totale espellendo i combustibili ed evitando che si infiammino. Al contrario di quanto avvenuto nel reattore giapponese, dove i sistemi di sicurezza sono andati in tilt non appena è saltata l’elettricità.

 

Il professor Marco Ricotti ammette invece che «gli avvenimenti delle ultime ore portano certamente verso un aumento della gravità dell’incidente, oltre il livello 4 inizialmente ipotizzato da Tepco e probabilmente oltre lo stesso livello 5 dell’incidente di Three Mile Island», la centrale dove nel 1979 si è verificato il più grave incidente nucleare nella storia Usa, ma il cui impatto sui lavoratori e sulla popolazione residente a distanza di 32 anni non ha causato morti accertate. Anche se, aggiunge Ricotti, «credo che prossimamente l’AIEA aggiornerà il valore che ha dichiarato».

E sulla pericolosità dell’energia nucleare, Ricotti osserva: «Premetto che tecnicamente e scientificamente il rischio zero non esiste, in nessuna attività umana, comprese quelle domestiche (per opportuna conoscenza, invito a leggere le dichiarazioni dell’Istituto Superiore di Sanità al riguardo). Questo detto, certamente i progetti delle centrali di terza generazione, attualmente in costruzione o che di recente hanno ottenuto la licenza delle principali autorità di sicurezza nazionali, mostrano una serie di soluzioni differenti».

 

E osserva ancora il professore del Politecnico: «Le nuove soluzioni avrebbero reso praticamente improbabile il realizzarsi di alcuni degli eventi che si sono verificati nelle centrali giapponesi di Fukushima. Quelli colpiti dal maremoto sono infatti reattori di seconda generazione, che comunque hanno mostrato di non poter essere distrutti da eventi quasi apocalittici come il sisma e lo tsunami di venerdì scorso. A differenza di tutte le altre infrastrutture create dall’uomo nell’area costiera del disastro». Per Ricotti quindi discutendo del futuro del nucleare, «non penso sia opportuno ripetere le modalità del passato, ovvero un approccio spesso ideologico e sensazionalistico, puntato sulla sollecitazione di paure o reazioni istintive, assolutamente comprensibili. Ma che non lasciano spazio ad una valutazione attenta, responsabile, capace di guardare ai fatti reali considerando tutte le variabili e i dati».

 

Come conclude l’esperto: «Un altro aspetto riguarda poi l’utilizzo di strumenti non propositivi, quali il referendum, per risolvere le questioni politiche strategiche, e l’energia è certo una di queste, visti anche gli accadimenti nell’area africana e medio-orientale. Credo che tutti comprendano molto bene che tali strumenti sono limitati: da tecnico infatti posso affermare che l’energia è un tema molto complesso e allo stesso tempo strategico per un Paese. Richiede quindi scelte ben ponderate, condivise, non emotive».

 

(Pietro Vernizzi)

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