DIARIO HAITI/ Il medico: visitiamo 70-80 persone al giorno, soprattutto bambini malnutriti e donne incinte

Gli haitiani coinvolti nella ricostruzione iniziano a fidarsi e a lavorare con responsabilità e professionalità. MARIA EVA VIRGA riferisce la testimonianza di un medico che è stato ad Haiti

17.03.2011 - Maria Eva Virga
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Immagine d'archivio

“Mentre ero ad Haiti, lo scorso dicembre, un giorno è arrivato l’uragano Tomas, che ha provocato forti piogge e inondazioni in un paese già devastato dal terremoto. Quando siamo andati nei campi per constatare i danni, ci è stato riferito che in una tenda di Parc Boby un bambino di un mese era morto annegato, mentre i suoi quattro fratelli erano usciti. La mamma non si è accorta di nulla. La prima reazione, un po’ scandalizzata, è stata quella di dire: «Ma la madre dov’era?». Subito dopo, però, ho pensato quanto dovesse essere distrutta questa donna per non accorgersi di nulla. Poi l’ho incontrata: era come di pietra, non una parola, non una lacrima. Io non sono stata capace di fare altro che abbracciarla e accarezzarla”. E’ il racconto struggente di Clotilde Manzoni, una pediatra di Lecco che ha partecipato alla missione sanitaria di Avsi, associazione volontari per il servizio internazionale, ad Haiti.

Avsi, che è presente nello stato caraibico dagli anni ’90 con progetti agricoli, opere educative e adozioni a distanza, dall’anno scorso, dopo il terribile terremoto, è impegnata anche sul fronte sanitario, dietro richiesta di collaborazione da parte dell’Unicef: nella capitale Port-au-Prince, nei quartieri di Cité Soleil e Martissant, tra le due baraccopoli più pericolose della zona. E come supporto al centro sanitario di Suor Marcella nel quartiere di Warf Jeremie. Cité Soleil, in riva al mare, è costruita su una discarica; vi abitano 300.000 persone, tra le più povere del mondo. Clotilde ha lavorato a lì, nelle tendopoli di Parc Boby, Place Fierté e Bas Fontaine, poi nel cuore della baraccopoli, a Soleil 21. Il progetto sanitario consiste nell’allestire tende adibite ad ambulatorio e nell’educazione igienico-sanitaria delle mamme. “Bisogna individuare e curare i bambini”, racconta Clotilde, “le donne incinte e quelle che allattano. I malnutriti sono il 72% della popolazione. In queste tende vengono visitate anche 70-80 persone al giorno, con i più svariati bisogni”.

Naturalmente Avsi si occupa anche di fornire acqua potabile, luce, alimenti per tutta la popolazione dei campi. Clotilde è stata ad Haiti tre volte, senza vedere grandi tentativi di ricostruzione. “Ma”, afferma, “ho visto un cambiamento nei volontari di Avsi, nelle equipe sanitarie, nei mediatori di pace, negli assistenti sociali, tra i comitati di campo e logistici, formati da haitiani che provengono per lo più dagli stessi quartieri in cui operiamo. Col passare del tempo hanno cominciato a fidarsi e a lavorare con più gusto, responsabilità e anche professionalità. Questo è accaduto perché si sono sentiti amati e valorizzati”.

Ad un anno dall’inizio del progetto sono stati visitati 10.000 bambini, tra cui 749 malnutriti gravi e 4435 moderati, e 5000 donne incinte o allattanti. Sono state distribuite 120.000 dosi di farmaci, 182 tonnellate di alimenti speciali, 650 tonnellate di farina con olio e zucchero, 36.432 dosi di latte speciale (per lattanti orfani o con madri molto malate), 2 milioni di litri di acqua, oltre a tutto il resto: tende, letti, coperte, kit cucina e altro ancora. In totale Avsi ha assunto 250 persone haitiane che aiutano e accolgono ogni persona come se fosse l’unica. Oggi Avsi riesce ad avvalersi anche di due medici locali e questo fa ben sperare che il lavoro negli ambulatori possa continuare per il futuro. Certo, il colera ha peggiorato la già difficile situazione. In 24 ore si può contrarlo e morire.

Secondo i dati forniti dalla dottoressa Manzoni, il 2 febbraio i morti per colera erano 4131, con 685 nuovi casi che scoppiano al giorno. “Abbiamo dovuto allestire tende per la reidratazione, ma soprattutto fare opera di sensibilizzazione per convincere gli abitanti che la malattia non è una maledizione di cui vergognarsi: si può curare. Abbiamo distribuito di tutto per l’igiene e la potabilizzazione dell’acqua, triplicato il numero delle latrine e noleggiato i “tap-tap” (i bus tradizionali, colorati), per il trasporto dei malati gravi negli ospedali. E soprattutto abbiamo dato acqua, acqua e acqua … mentre i prezzi lievitavano”. “Questa esperienza”, conclude Clotilde”, “mi ha fatto sperimentare un’immensa gratitudine per essere nata in Italia, ma soprattutto per essere stata fatta cristiana. Già dalla prima volta in cui sono andata ad Haiti – eravamo ospiti dei padri Scalabriniani – infatti, ho potuto constatare che le persone che ruotano attorno alle missioni, pur essendo povere come tutte le altre, sono profondamente diverse, perché hanno incontrato chi gli ha testimoniato un amore gratuito”.

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