LIBIA/ Parsi: ecco perché anche l’Italia è “costretta” a entrare in guerra

La Francia, in ottemperanza alla risoluzione Onu 1973, ha iniziato i bombardamenti aerei contro obiettivi strategici in Libia. Il commento di VITTORIO EMANUELE PARSI

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Aerei in parteza per la Libia (Imagoeconomica)

I bombardamenti sulla Libia sono iniziati. Alle 15.46, dopo il vertice all’Eliseo con i rappresentanti delle forze occidentali, il presidente Sarkozy ha rivolto a Gheddafi un ultimatum. «Il colonnello – ha detto – ha ancora la possibilità di rispondere senza riserve alle richieste della Comunità internazionale».  Da parte dell’ormai ex leader libico, non c’è stata alcuna risposta. Intorno alle 18 è partito il primo attacco a terra di un aereo francese contro un mezzo militare libico. Nelle ore successive, il numero di tank distrutti sarebbe salito a 4. Dopo settimane in cui la rivolta dei cittadini libici è stata repressa nel sangue con inaudita ferocia, gli Stati occidentali, con l’appoggio della Lega Araba e dell’Unione Africana, hanno deciso che il limite di sopportazione era stato abbondantemente oltrepassato. Quella francese sarà la prima di una serie di iniziative legittimate dalla risoluzione 1973 dell’Onu, che autorizza un impiego limitato della forza. Se il conflitto andrà avanti, se Gheddafi non sarà sconfitto nell’arco di breve tempo, ne seguiranno altre. Alle quali l’Italia dovrà, necessariamente – spiega Vittorio Emanuele Parsi, contattato da ilsussidiario.net – prendere parte.  

E’ stato fatto tutto il possibile per scongiurare i bombardamenti?

No, nel senso che Gheddafi non ha contemplato il cessate il fuoco. L’unica cosa che poteva scongiurarli era che obbedisse alle pressioni internazionali. La risoluzione, a mio avviso, conteneva in sé l’impossibilità di una mediazione. Gheddafi, politicamente, se avesse accettato una tregua, avrebbe perso la faccia e consentito all’opposizione di rafforzarsi. Ora, ovviamente, ci saranno vittime tra i civili. In guerra, purtroppo, ci sono sempre. E’ una constatazione drammatica, ma è così. Le morti di innocenti andranno ad assommarsi alle migliaia che Gheddafi ha già provocato. Contestualmente, tuttavia, dobbiamo ragionare sul fatto che, senza questo intervento militare, le vittime che Gheddafi continuerebbe a fare sarebbero molte di più.

Entro quanto è possibile ipotizzare, ragionevolmente, la fine del conflitto?

Non è così facile dirlo. Basti considerare che appena quindici giorni fa Gheddafi era dato per sconfitto. Credo, in ogni caso, che se l’azione militare sarà incisiva il raìs non potrà durare un granché. Potrà, forse, resistere a Tripoli; ma l’obiettivo è quello di impedirgli la riconquista della Cirenaica, possibilmente estromettendolo dalla regione in maniera stabile.

 

Quali sono le linee guida della strategia militare messa in campo?

 

Ogni mezzo che ha la possibilità di sparare, che si muova o stia fermo è un obiettivo, così come tutto ciò che fornisce sostegno a chi spara.

 

E il Colonnello? Non rappresenta l’obiettivo principale dei bombardamenti?

 

Dai tempi di Ronald Reagan è noto che pensare di colpirlo è pia illusione. Si tentò di bombardare il bunker in cui si rifugiava, ma non si riuscì. Del resto, ma gli esempi potrebbero essere molti altri, in Iraq si cercò invano di colpire Saddam Hussein. Centrare un bersaglio del genere è come cercare un ago in un pagliaio; bisognerebbe mandare una squadra di incursori, capaci di penetrare in territorio nemico e infiltrarsi tra gli avversari in campo. Ma l’ipotesi non è nelle forze.

 

Da cosa è dettata la posizione di cautela italiana, ritenuta da alcuni ambigua?

Berlusconi ha chiuso il contenzioso con la Libia, iniziativa che considera un successo della nostra politica estera. Può darsi che questo lo porti a nutrire una sorta di indecisione sul da farsi. Non credo, tuttavia, che tale percezione sarà determinante. Se il conflitto diventerà più articolato non potremo non parteciparvi. Il danno di una nostra astensione sarebbe enorme. Per l’economia e l’industria italiane, oltre che per le commesse future. Sarebbe, inoltre, difficile giustificare agli occhi della Comunità internazionale la nostra presenza in Iraq e in Afghanistan, e voltare le spalle ad un’azione in Libia. In ogni caso, per il momento, noi non stiamo partecipando all’azione militare, così come gli altri Paesi alleati.

 

Quindi, in cosa consisterà il nostro coinvolgimento futuro?

 

Sicuramente concederemo le nostre basi logistiche e i mezzi navali, e daremo l’apporto dei nostri mezzi di ricognizione alle forze di bombardamento. Potrebbe esserci una titubanza nell’impiego dei caccia bombardieri italiani, che credo sarà sorpassata dall’acuirsi della crisi.

 

Qual è la posizione della Lega Araba nei confronti di Gheddafi?

 

Lo considerano ufficialmente fuori. Ha fatto la guerra al suo popolo e, benché al suo interno abbia ricoperto svariati ruoli, persino per loro, è troppo.  

 

(Paolo Nessi)

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