LIBIA/ Un Paese senza istituzioni, dominato dalle tribù. Quali scenari per il dopo-Gheddafi?

- La Redazione

Posto che Gheddafi venga sconfitto, quali sono i possibili scenari in ballo per il futuro della Libia? Li passa in rassegna Michela Mercuri per Equilibri.net

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Muhammar Gheddafi (Foto: ANSA)

Posto che Gheddafi venga sconfitto, quali sono i possibili scenari in ballo per il futuro della Libia? Li passa in rassegna Michela Mercuri per Equilibri.net

Quale corso potrebbe assumere il conflitto libico? E, soprattutto, una volta conclusosi, cosa ne sarà del Paese, chi assumerà il potere e come si muoverà l’Occidente? Michela Mercuri, docente di Storia contemporanea dei Paesi Mediterranei presso l’Università degli Studi di Macerata, dalle pagine di Equilibri.net, in un articolo intitolato “Può esistere una Libia senza Gheddafi? Alcuni possibili scenari per il futuro”, analizza le ipotesi in gioco. Alla luce, anzitutto, di una premessa: Gheddafi ha governato il Paese come se fosse un suo possedimento personale. Impedendo che si potessero creare, almeno embrionalmente, quelle istituzioni necessarie alla vita di un Paese.

Anche in Egitto e in Tunisia c’era un regime dittatoriale. Ma le istituzioni, per quanto manipolate e usate dal potere, esistevano, e in esse si era mantenuta la coscienza del proprio ruolo nei confronti della popolazione e dello Stato. Il dopo Gheddafi rappresenta quindi un’incognita. L’occidente dovrà avere a che fare con le svariate tribù che si spartiranno il potere, il cui ruolo fino ad oggi ci era ignoto.

Date le premesse, bisogna considerare alcune variabili. Anzitutto, quella relativa alla caduta del leader, evento tutt’altro che certo. Basti pensare che, sebbene adesso la situazione appaia volgere a favore degli insorti, fino a pochi giorni fa Gheddafi sembrava in procinto di riconquistare il potere.

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La seconda, riguarda i nuovi attori del potere libico. Nel paese non esistono, appunto, istituzioni. Ma neanche partiti di opposizione, sindacati, una società civile forte. La rivoluzione, del resto, non ha ancora espresso un leader. Non restano che le tribù. Data la premessa e le variabili, l’articolo esamina i possibili scenari.

 

Il primo: la caduta di Gheddafi. Data l’inesistenza delle istituzioni suddette, il Paese «potrebbe restare in mano alle tribù (la forza più strutturata, l’unica ad avere resistito a più di  40 anni di dittatura) che, una dopo l’altra, hanno aderito alla rivolta, frantumato in una serie di potentati pseudo-indipendenti, Cirenaica in testa».

 

La Libia sprofonderebbe nella lista degli stati falliti, in cui le opposte fazioni in campo darebbero vita ad un perenne militarizzazione del conflitto. Si arriverebbe «alla frammentazione del Paese,  all’assenza di un governo unitario e dunque al caos». Meno probabile, invece, l’“afghanistanizzazione” della Libia: non sembra che le forze di Al Qaida siano state in grado, finora, di infiltrarsi tra gli insorti al punto da guidarne le mosse.

 

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Il Secondo scenario: la persistenza di Gheddafi. Abbattere il Rais potrebbe non essere così semplice. Non è escluso che passino mesi e, a quel punto, non  resterebbero che due ipotesi: intensificare lo sforzo bellico, dal momento che la guerra non può essere lasciata a metà, o negoziare con Gheddafi una sorta di esilio interno.

 

Il  terzo scenario contempla la possibilità della nascita di una nuova classe dirigente: «Nulla vieta infatti che i responsabili delle tribù e dei clan potrebbero decidere di sedersi insieme intorno al tavolo delle trattative e negoziare gli interessi particolari con la ricerca di una politica comune, dando magari vita a una sorta di grande assemblea creata su base confederativa».

 

 

Il quarto ha a che fare con il ruolo dell’Occidente: «L’uso della forza nel conflitto interno di un Paese non si risolve solitamente con la sola azione militare  ma crea i  presupposti di una lunga presenza, tramutando la responsabilità di proteggere un possibile intervento, magari motivato da ragioni umanitarie, in una sorta di semi-protettorato con costi elevati, anche in termini di vite umane».

 

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E’ anche possibile che una «volta raggiunto l’obiettivo, le potenze della coalizione potrebbero, pertanto, decidere di limitare la loro presenza nel territorio rafforzando», affidando alla Lega araba e all’Unione africana un ruolo preponderante di mediazione».

 

Qualunque  cosa accada, resta da comprendere, in conclusione, se sarà necessario mantenere a tutti i costi l’unità territoriale della Libia o se non sia meglio prendere atto del fatto che Tripolitania e Cirenaica «sono realtà diverse  dal punto di vista storico, tribale, religioso e la loro fittizia unità è stata  una  costruzione del colonialismo, mantenuta, poi, dalla dittatura di Gheddafi».

 

Resta il fatto che «a differenza di quanto accaduto per le altre azioni militari poste in essere da potenze occidentali in modo più o meno unilaterale, oltre alla risoluzione dell’ONU, c’è l’appoggio della Lega Araba e il sostegno di molti Stati dell’area». Questo è l’elemento sul quale puntare per dirimere, al termine del conflitto, la questione libica.  

 

 

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