PAKISTAN/ Il vescovo Anthony: qui la vita dei cristiani è impossibile

La morte del ministro per le Minoranze in Pakistan, Shahbaz Bhatti ha scosso l’Occidente cristiano. RUFIN ANTHONY, vescovo di Islamabad racconta questa difficile realtà a IlSussidiario.net

03.03.2011 - int. Rufin Anthony
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Shahbaz Bhatti

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«In Pakistan il dialogo tra cristiani e musulmani è impossibile, perché mancano i presupposti minimi: la fiducia nell’altro e l’eguaglianza tra le fedi religiose. Ma noi cristiani non ci facciamo intimorire, siamo parte di questo Paese e anche in queste ore drammatiche la gente sta affollando le chiese molto più che nei momenti “normali”».

E’ la testimonianza di Rufin Anthony, vescovo di Islamabad, la città dove il ministro per le Minoranze religiose, Shahbaz Bhatti, è stato crivellato con 30 proiettili. Intervistato da Ilsussidiario.net, il vescovo rivela di conoscere Bhatti da quando il ministro era un bambino, e di avergli parlato spesso al telefono continuando a incontrarlo anche nelle ultime settimane.

Monsignor Anthony, chi era veramente Shahbaz Bhatti?

Innanzitutto era un uomo giovane e coraggioso, oltre che un vero cattolico. Fin da piccolo si era formato a Khushpur, un ottimo villaggio cristiano, e aveva studiato in una scuola cattolica. Ed era altrettanto valido come politico, perché nella sua attività di governo era mosso dalla stessa visione del mondo che aveva imparato dalla Chiesa.

L’esecutivo di cui faceva parte ha fatto il possibile perché non fosse ucciso?

Purtroppo Shahbaz Bhatti ha commesso la leggerezza di uscire di casa senza la scorta. Ma le autorità gli avevano fornito gli agenti sufficienti per difendersi. E se appena è possibile, il governo protegge sempre le chiese e gli altri edifici cattolici. Ma gli stessi ministri musulmani non sono al sicuro da attentati, e sono costretti a girare con le guardie del corpo.

Che cosa si può fare perché in Pakistan riparta il dialogo tra cristiani e musulmani?

La questione è che il dialogo in Pakistan è impossibile. Il dialogo infatti presuppone persone che, pur essendo diverse, abbiano uguale importanza, siano pronte a capirsi a vicenda e a rispettarsi. Qui invece c’è una visione diversa, i musulmani si ritengono nel giusto, e su tutto ciò che riguarda la religione non si può stabilire un confronto. In Pakistan inoltre non ci si può fidare gli uni degli altri, e quando manca quella fiducia non si può dialogare. L’unico dialogo possibile è quello della vita quotidiana: andare d’accordo, salutarsi quando ci si incontra. Ma ormai per noi cristiani il fatto stesso di esistere è diventato rischioso.

 

E’ possibile eliminare la legge contro la blasfemia?

 

No, lei lo sa che anche questo è impossibile.

 

Perché?

 

Noi cristiani ci chiediamo sempre perché. Per loro invece la legge contro la blasfemia è una cosa che non si può toccare, punto e basta. Per voi occidentali però forse è impossibile capire questo, la situazione in cui vivete è completamente differente.

 

Ma per un cristiano pakistano è pericoloso pregare e andare a messa?

 

Qui nessuno ha paura di niente. Dopo gli attentati, come quello contro il ministro Bhatti, la gente viene in chiesa molto più numerosa che non nei momenti «normali». Più ci attaccano, e più le messe sono affollate, perché le persone sentono di avere bisogno di Dio, che è l’unico che ci può proteggere.

 

Ha paura per la sua vita?

 

Non ho nulla di cui temere. Un giorno o l’altro dovremo morire tutti.

 

Da dove vi viene il coraggio?

Dal fatto che noi cristiani viviamo in Pakistan da molti secoli, e se ci troviamo in questo Paese, non è certo per caso. Questa è la nostra terra, noi siamo originari di qui, e non ce ne vogliamo andare.

 

Vi sentite parte della Nazione pakistana?

 

Noi cristiani ci sentiamo pakistani, anche se qui qualcuno pensa che non sia così. Ma in generale la mia convinzione è che in Pakistan non ci sia molto il senso di essere una Nazione, perché ci sono tanti gruppi etnici e religiosi, vere e proprie sette, e quello che manca è l’idea dell’unità.

 

Ma la democrazia in Pakistan non rischia di essere controproducente per i cristiani?

 

No, anche per i cristiani in un Paese a maggioranza musulmana la democrazia è un fatto positivo. Perché dà a ciascuno la voce per dire qualcosa, consentendo a ogni persona di esprimersi. E il governo pakistano è autenticamente democratico.

 

Quali sono le principali difficoltà per i cristiani nella vita di tutti i giorni?

 

I cristiani in Pakistan sono molto poveri, più dei musulmani, e non hanno nessuna proprietà. Sono assunti soltanto per svolgere dei lavori manuali, con salari molto bassi, quando non sono disoccupati.

 

E che cosa si può fare per rispondere a questa situazione?

 

L’unica possibile risposta è la formazione, perché una persona che segue un percorso di studi qualificante avrà le possibilità di condurre una vita diversa. In Pakistan ci sono tantissime scuole cattoliche, le leggi ci consentono di aprirle e la Chiesa sta investendo sulla formazione per riscattare le persone dalla povertà.

 

(Pietro Vernizzi)




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