GAZA/ Così la morte di Arrigoni ha sfidato tutti, israeliani e palestinesi

- Filippo Landi

Su Vittorio Arrigoni si è ormai scritto di tutto. Ma qual è stato il senso politico e umano del suo sacrificio? Il commento di FILIPPO LANDI, corrispondente Rai da Gerusalemme

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Foto: Ansa

La vita ed anche la morte di Vittorio Arrigoni non sono stati vani. Nessuna vita umana, in verità, lo è agli occhi di Dio. Questa certezza è anche una grande consolazione. Tuttavia, per i nostri occhi umani, che hanno incrociato in quel terribile video i suoi occhi impauriti poco prima della morte, la vita e la morte di Arrigoni, già oggi, ci appaiono provvidenziali segni di contraddizione. Anche coloro che, dopo morto, lo hanno “insultato”, fino a dire che ha speso la sua vita per una causa sbagliata, anche costoro hanno dovuto confrontarsi con la sua morte, avendo, da vivo, cercato di evitarlo pervicacemente.
Qual è stato il suo primo, certo più grande, segno di contraddizione, per tutti noi? E quando dico “noi” metto in prima fila i giornalisti, i politici, i diplomatici italiani ed europei, ma anche israeliani e palestinesi. La sua presenza. Questo è stato il suo segno di contraddizione. È venuto a Gaza e poteva rimanere in Italia. È sbarcato da un battello nel porto di Gaza nell’agosto del 2008 ed è rimasto in quella terra. E lì è morto. Lì è stato accolto in modo festoso. Lì è stato ucciso con ferocia.
Vittorio Arrigoni non ha mai imbracciato una pistola o un fucile per difendere gli abitanti palestinesi di Gaza o per combattere i politici ed i militari israeliani, che giudicava gli “occupanti”. La sua presenza invece non è mai mancata in questi ultimi anni, quelli più duri dell’assedio israeliano a Gaza.
È salito tante volte sulle barche dei pescatori che escono dal porto di Gaza, per cercare con la sua riconoscibile presenza di indurre gli israeliani dai loro battelli militari a non sparare sui pescatori. Troppo ristretto, infatti, il limite di due-tre miglia dalla riva imposto dagli israeliani, per pescare qualcosa che non affogasse nei liquami. Restare umani, così concludeva le sue corrispondenze, perché nessuno ha il diritto di smarrire l’umanità, anche nel conflitto.

Arrigoni è stato tante volte (come ricordato in questi giorni) sui campi di prezzemolo in terra di Gaza, ma vicino al confine israeliano. Zona militare proibita, dicevano e dicono i militari di Israele. Quel prezzemolo è invece la fonte di sopravvivenza di tante famiglie di contadini. Arrigoni stava anche là, per farsi riconoscere e ritardare l’esplodere dei proiettili da parte dei soldati. Giusto il tempo di fare parte del raccolto e continuare a sopravvivere. Restiamo umani, ripeteva Arrigoni.
La sua presenza, ma anche la sua parola. Ed erano scudisciate. Contro i “governanti” israeliani, non contro gli israeliani. “I Palestinesi, come anche gli Israeliani, hanno gli stessi diritti”. Questo disse Arrigoni, appena sbarcato nel porto di Gaza, in quell’agosto del 2008.
Certo, lui è stato un uomo di parte. Dalla parte palestinese. Per amore dei deboli, non per odio contro gli israeliani. La sua vita è stata un segno di contraddizione per alcuni, ma anche un segno di amore per l’uomo sofferente. La sua morte ha suscitato altrettanto. È stato ucciso da chi voleva spegnere quella presenza “non violenta”, per alimentare la violenza. È stato pianto dai palestinesi giovani, ma anche meno giovani, perché a loro è stata strappata quella presenza e quella speranza. La sua morte, infine, ed è un miracolo, ha dato una scudisciata anche ai politici palestinesi. Uno dei leader di Hamas, Mahmoud al-Zahar, è sceso in strada ed ha detto, rivolto agli assassini di Arrigoni, “siete contro l’Islam”.
Arrigoni è stato anche deriso ed insultato, dopo morto, da alcuni che si definiscono amici di Israele. Arrigoni, ne sono certo, anche di questo sarebbe contento. Segno di contraddizione.



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