LIBIA/ 1. Jean: Berlusconi, qui si rischia un nuovo Vietnam

- int. Carlo Jean

La crisi in Libia sta precipitando verso un epilogo ancora incerto ma CARLO JEAN, ex-militare e stratega, mette in guardia l’Italia e l’Europa: Gheddafi è solo un tassello del mosaico

lanciamissili_libia_R400-1
Un lanciamissili in Libia (Foto: ANSA)

«La decisione italiana di partecipare ai bombardamenti su Tripoli anticipa l’inizio di un’escalation dell’intervento occidentale in Libia. L’obiettivo è cacciare Gheddafi, ma una volta raggiunto questo scopo resteranno intatte le basi del suo potere: le tribù della Tripolitania. E queste ultime non accetteranno mai un predominio dei ribelli della Cirenaica». Lo spiega Carlo Jean, analista militare ed ex numero uno dell’ufficio Pianificazione finanziaria dell’Esercito italiano, all’indomani della decisione di Berlusconi di inviare i caccia italiani per bombardare la Libia. Per Jean, «Gheddafi può cadere, ma la sua fine può aprire le porte alla guerra civile e all’anarchia. Tutto dipende dalle tribù della Tripolitania, che rappresentano il 66% della popolazione libica, contro solo il 26-27% dei ribelli della Cirenaica».

Generale Jean, come valuta la decisione assunta ieri da Berlusconi?

Con questa decisione, l’Italia si allinea del tutto a Francia e Gran Bretagna. Completando l’evoluzione della posizione del nostro governo, da un’attesa di fronte all’evolversi della situazione, all’adesione totale alla coalizione dei volonterosi. Un esito in qualche modo prevedibile, dopo che Frattini aveva affermato che con Gheddafi non si tratta, chiudendo quindi l’ambasciata italiana a Tripoli e annunciando l’apertura di un consolato a Bengasi. Un po’ come nel caso dell’invio degli addestratori militari italiani, si tratta di scelte che non cambiano le posizioni di forza sul terreno, ma che lanciano segnale politico molto importante: «Stiamo iniziando un’escalation». Occorre tenere conto di quanto era avvenuto a suo tempo in Vietnam. L’escalation voluta da Kennedy era incominciata proprio con la spedizione di istruttori e consiglieri militari, per poi giungere all’invio di intere unità dell’esercito.

Come si concretizzerà questa escalation?

Diventa più sempre più verosimile quanto affermato dal comandante supremo della Nato, l’ammiraglio James Stavridis, secondo cui in caso di inizio di una guerra civile in Libia, la Nato dovrà intervenire con una forza di stabilizzazione per sostenere il nuovo regime e provvedere al cambio di governo.

Ma che progetto politico c’è dietro all’intervento della Nato?

Questo è un grosso punto interrogativo. Nessuno ha mai definito che cosa vuole la Nato, perché siamo intervenuti in Libia, quale sarà il punto raggiunto il quale potremo dire: «Missione compiuta, adesso ci ritiriamo». Nelle riunioni del Gruppo di contatto, era stato chiesto al segretario generale dell’Onu di definire l’assetto finale che dovrebbe raggiungere la Libia nelle intenzioni della comunità internazionale. In linea teorica la risoluzione delle Nazioni Unite parla di «protezione della popolazione civile». Ma evidentemente questo obiettivo non lo si ottiene con una «no fly zone». Prima dell’intervento della Nato, Robert Gates, segretario americano alla Difesa, aveva affermato letteralmente che una «no fly zone» sulla Libia non avrebbe risolto nulla e chi proponeva questa misura era da inviare a un ospedale psichiatrico. E invece è proprio quello che è stato stabilito dalla risoluzione Onu.

Quindi qual è il vero obiettivo dei «volonterosi»?

Quello che Obama ha sostenuto fin dall’inizio, e che è stato confermato anche da Francia, Gran Bretagna e Italia, è che non è possibile una stabilizzazione della Libia finché Gheddafi rimane al potere. Ma Gheddafi non controlla la Libia da solo: le basi del suo potere sono infatti le tribù, tra cui soprattutto quella dei Warfalla. Una volta quindi che il Colonnello sarà stato cacciato, le tribù rimarranno al loro posto e non accetteranno il dominio dei ribelli della Cirenaica. Quello che occorrerebbe è una consultazione con i capi di queste tribù, perché solo in questo modo si può evitare che, una volta caduto Gheddafi, la situazione precipiti nell’anarchia o in una guerra civile senza fine. La cacciata di Gheddafi potrebbe cioè produrre un effetto simile allo scioglimento dell’esercito irakeno da parte dell’ambasciatore americano Bremer, che ha eliminato l’unica forza che poteva evitare l’esplosione del caos in Iraq.

Quanto sono influenti le tribù della Tripolitania?

Nella Tripolitania si trova il 66% della popolazione libica, nella Cirenaica controllata dai ribelli il 26-27%, il resto è nel Fezzan. Bastano questi dati per comprendere che sicuramente il potere di Gheddafi si basa su un consenso abbastanza forte da parte della popolazione libica. Lo si vede anche dalle unità dell’esercito che si battono senza sbandarsi, perché sono composte da soldati di tribù che sostengono Gheddafi.

Perché, dopo che Gheddafi ha annunciato il ritiro da Misurata, gli attacchi contro i ribelli sono continuati?

E’ probabile che i responsabili di questi attacchi siano le tribù rimaste fedeli a Gheddafi, che agiscono in modo autonomo. Non mi risulta invece che provengano da unità dell’esercito regolare, che d’altra parte sono talmente mimetizzate tra i ribelli, da essere difficilmente distinguibili. In particolare, nella zona di Misurata c’è la tribù dei Warfalla, che continua ad appoggiare Gheddafi, e che è dotata di una notevole forza militare. Possibile quindi che a essere intervenuta sia stata quest’ultima.

Ma perché Gheddafi ha deciso di ritirare l’esercito, stando almeno alle sue dichiarazioni?

E’ una mossa tattica, dettata in primo luogo dal timore dell’escalation militare della Nato. Inoltre gli attacchi contro Misurata hanno risvegliato delle forti pressioni da parte dell’opinione pubblica occidentale sui governi. Misurata è rappresentata dai media di tutto il mondo come una città martire, un po’ come Sarajevo. Ma soprattutto, all’origine potrebbero esserci delle pressioni da parte delle tribù, che hanno chiesto a Gheddafi di interrompere i bombardamenti, garantendogli in cambio: «Ritira l’esercito e noi con le nostre milizie provvederemo a controllare la situazione».

Fino a che punto questi due mesi di guerra hanno indebolito Gheddafi?

Da un punto di vista militare, la disponibilità di armamenti e munizioni, concentrati in Tripolitania e nel Fezzan, gli consentono di andare avanti in modo piuttosto tranquillo. Sembra che abbia un tesoro di guerra di 6-7 miliardi di dollari in cash e oro, grazie a cui può assicurarsi il sostegno di Stati come Ciad, Niger e Algeria.

Che cosa ne pensa del piano di pace dell’Unione africana?

E’ un piano che prevede che Gheddafi rimanga al potere e sia considerato un interlocutore. Un’ipotesi che né Francia né Inghilterra né Italia né Stati Uniti sembrano volere prendere in considerazione. Significherebbe infatti una divisione in due della Libia che molto probabilmente sarebbe definitiva. E soprattutto, la legittimità dell’intervento internazionale si basa sulla risoluzione Onu, il cui presupposto è proprio il mantenimento dell’unità della Libia.

(Pietro Vernizzi)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori