SCENARIO/ In Pakistan l’ultima prova di debolezza di al Qaeda?

- Emanuele Schibotto, Stefano Torelli

Gli attentati di venerdì in Pakistan non sono una reazione diretta di al Qaeda, spiegano EMANUELE SCHIBOTTO e STEFANO TORELLI di Equilibri.net, ma di indipendenti, i Taleban Pakistani

alqaeda_R400
Sostenitori di Al Qaeda in Pachistan, foto Ansa

Gli attentati suicida che hanno scosso il Pakistan nella giornata di venerdì, rivendicati dai Taleban Pakistani, apparentemente testimoniano la forza di reazione di al-Qaeda a seguito del decesso della propria guida, Bin Laden. In realtà, sono l’espressione di debolezza ed incapacità di agire dell’organizzazione.
Venerdì 13 maggio due attentati suicida hanno colpito il centro di addestramento delle forze di polizia pakistane di Frontier Constanbulary situato a Shaqbarak, a ridosso del confine con l’Afghanistan. Gli attentati hanno provocato la morte di almeno 80 persone (di cui 66 militari) e 120 feriti. Ora, da questo episodio emerge una volta di più la debolezza di Al Qaeda. Perché? Tre sono le ragioni principali.
In primo luogo, è opportuno ricordare che al-Qaeda è una organizzazione terroristica ma è anche e soprattutto un vessillo, una sigla sotto la quale si muovono decine di movimenti terroristici, spesso slegati tra loro e senza collegamento diretto con l’organizzazione creata da Osama Bin Laden.  L’episodio pakistano è chiarificatore: l’esercito pakistano non è convinto che dietro gli ultimi attacchi via sia la mano ultima di al-Qaeda, poiché gli stessi Taleban Pakistani si muovono in maniera autonoma ed al loro interno vi sono diverse fazioni con obiettivi e mire differenti. Rasul Bakhsh Rais, docente di scienze politiche all’Università di Lahore, intervistato da Associated Press, afferma: “Ritengo che vi siano fazioni interne ai Talian che intendano smarcarsi da al-Qaeda e penso vi stiano riuscendo”. I Taleban Pakistan; Lashkar-e-Taiba; al-Qaeda nel Maghreb islamico; al-Qaeda nella Penisola araba sono organizzazioni che si richiamano ai principi generali qaedisti, ma che in realtà perseguono fini particolari e non necessariamente coincidenti tra loro.
In secondo luogo, al-Qaeda riesce a colpire oramai solo dove detiene basi logistiche, dove cioè è fisicamente presente in maniera organizzata. E’ indicativo il fatto che la rappresaglia di al-Qaeda per vendicare l’uccisione del suo leader sia avvenuta in territorio pakistano e non in suolo statunitense. 

Al-Qaeda presenta ancora un pericolo per la pace e la sicurezza internazionali, ma è molto probabile che negli anni a venire la minaccia qaedista verrà portata soprattutto nelle sue roccaforti in Pakistan, Afghanistan, Somalia, Yemen, Paesi tra i più poveri del mondo, con un apparato statale in ginocchio e non funzionante. In Occidente, in particolar modo in Europa, gli esperti di terrorismo non parlano di cellule terroristiche bensì di nebulose:  la cellula è collegata ad un organismo, ad una base, mentre  nel caso specifico si tratta di gruppuscoli sprovvisti di un collegamento strategico e quindi incapaci di portare una minaccia di grandi proporzioni.
In terzo luogo, dal 2005 in avanti gli apparati di intelligence, sia nordamericani che europei, hanno accresciuto sensibilmente la propria capacità operativa ed il livello di cooperazione. Se consideriamo il successo degli attentati di Madrid e Londra, si tratta di azioni causate principalmente dalla inefficienze dei sistemi di sicurezza e non da una dimostrazione di professionalità portata dai terroristi. Inoltre, dal 2001 la Comunità internazionale ha avviato un percorso multilaterale per l’adozione di una cornice normativa al fine di contrastare il terrorismo internazionale: dal Piano d’Azione contro il terrorismo adottato dal Consiglio Europeo nel 2001, alla Carta Osce sulla Prevenzione e il contrasto al Terrorismo del 2002, alla Strategia Globale adottata dall’Assemblea Generale nel settembre 2006.
Ma forse il segnale più rilevante della debolezza intrinseca di al-Qaeda, in questo momento storico, la osserviamo dalla assenza del marchio terrorista nelle rivolte in atto nel Maghreb e nel Medio Oriente. La cosiddetta “primavera araba”, vale a dire quel risveglio delle coscienze delle popolazioni dei paesi arabi, dalla Tunisia all’Egitto, dallo Yemen al Bahrain, alla Siria, potrebbe segnare un punto di non ritorno nel declino di al-Qaeda e della sua presa sulle masse arabe e musulmane.

Per anni, infatti, la strategia terroristica si è rivolta, oltre che contro obiettivi occidentali, contro quegli stessi regimi che governano nella maggior parte dei paesi del Medio Oriente. E’ questo il caso degli attacchi all’Arabia Saudita, la cui famiglia reale è accusata di essere collusa e complice delle politiche degli Stati Uniti, così come era il caso dell’Egitto di Mubarak. Quest’ultimo, soprannominato “il Faraone”, era oggetto di ripetute critiche da parte di al-Qaeda e del suo numero due (dopo la morte di Bin Laden possibile numero uno), l’egiziano al-Zawahiri. Il governo egiziano è sempre stato accusato di essere complice delle politiche israeliane nei confronti della popolazione palestinese e di costituire una sorta di quinta colonna degli interessi occidentali nell’area mediorientale. Più di una volta, l’ultima nel gennaio di quest’anno con l’attentato a una chiesa copta nei pressi di Alessandria d’Egitto, i movimenti terroristici hanno tentato di perseguire lo scopo della destituzione di Mubarak tramite la violenza indiscriminata e il tentativo di gettare il paese nel caos. Negli anni precedenti obiettivi del terrorismo sono state le località turistiche sul Mar Rosso, oltre che altri attacchi contro le comunità cristiane copte del Paese.
La lotta trentennale del terrorismo, in questo senso, non è però riuscita ad ottenere quanto ottenuto in venti giorni di assedio di Piazza Tahrir da parte della popolazione egiziana. La destituzione di Mubarak per mano (o, se non altro, per concorso) di una massa popolare composta da giovani, uomini e donne, nel nome degli ideali democratici e senza alcuna ingerenza da parte di al-Qaeda, ha messo in luce la crisi del movimento terroristico. La caduta del regime egiziano per mano di un movimento che potrebbe, al contrario, essere descritto come pacifista, rappresenta la fine dei sogni di al-Qaeda di radicarsi all’interno delle società arabe e il fallimento della sua strategia terroristica. Il possibile monopolio della scena politica legata all’islam da parte di movimenti legati alla Fratellanza Musulmana potrebbe rappresentare il passo finale verso la sconfitta di al-Qaeda, nella misura in cui i valori della cultura musulmana potrebbero divenire parte attiva all’interno di un processo di democratizzazione (lungo e, comunque, non ancora assicurato) tramite l’Islam politico e moderato, piuttosto che strumentalizzati dal radicalismo qaedista.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori