IL CASO/ Jean: il “piccolo” Yemen prepara un’altra crisi in Medio oriente

- int. Carlo Jean

Nello Yemen è in atto una guerra civile ma il presidente Saleh, secondo CARLO JEAN, è ancora saldo al potere. L’analisi di uno scenario che enfatizza gli errori compiuti dagli Usa

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Gente in piazza nello Yemen (Ansa)

Sabato le agenzie di stampa hanno annunciato la morte del premier yemenita Ali Mohammad Moujawar, deceduto in seguito alle ferite riportate negli scontri di venerdì, quando i miliziani ribelli dello sceicco Sadeq Al Ahmar hanno attaccato la residenza del capo dello Stato Ali Abdullah Saleh, rimasto anch’egli ferito negli scontri (il presidente si è recato in Arabia Saudita per farsi operare al torace). La guerra civile che da gennaio ha portato il caos nella Repubblica, con i gruppi tribali antagonisti che hanno chiesto l’allontanamento del presidente Saleh, ancora saldo al potere, non lascia per ora intravedere mutamenti significativi nei rapporti di forza. Ma quello della Penisola arabica è l’ennesimo scenario costretto a misurare quella che il generale Carlo Jean definisce, con riferimento all’occidente e nello specifico agli Stati Uniti, una «politica ondivaga e non fondata su una vera conoscenza della realtà araba».

Generale Jean, qual è la matrice dello scontro in atto?

Non è religiosa, ma politica e tribale, se pensiamo che il capo delle forze che si sono ribellate al presidente Saleh, il generale Ali Muhsin al Ahmar, è fratellastro di Saleh. In ogni caso le forze di Saleh sono preponderanti, agli ordini di nipoti o stretti congiunti del presidente e, verosimilmente, gli sono ancora leali. È probabile che ora prenderanno l’iniziativa di una vendetta dell’attentato, diretta innanzitutto contro la tribù Hasid, una delle più potenti dello Yemen del nord alla quale appartiene appunto al Ahmar.

Che ruolo giocano le tribù in questa guerra civile?

Un ruolo assolutamente centrale. Lo scontro, che dura da mesi, è soprattutto interno alle forze dello Yemen del nord. Qui la gran parte della popolazione è costituita da sciiti zaidi, ma in questo caso significa ben poco. L’epicentro è la moderna città di Sana’a e questo fatto attesta che lo scontro deriva dalla difficoltà – ma direi quasi dall’impossibilità – di conciliare uno stato moderno accentrato con una società tribale.

Esiste la possibilità che lo Yemen del sud cada nelle mani di gruppi terroristici?

Lì i gruppi terroristici sono forti e sicuramente ben organizzati. L’Aqap – al Qaeda in the Arabian Peninsula – ha le sue basi soprattutto nello Yemen, e unitamente ad altri gruppi regionali come Aqim, al Qaeda in the Islamic Maghreb, riesce ad esercitare una proiezione internazionale. Non dimentichiamo che Nidal Malik Hasan, il maggiore musulmano dell’esercito Usa autore della strage di Fort Hood (Texas, 5 novembre 2009, ndr) era in collegamento con sceicchi e capi religiosi yemeniti. Certamente i gruppi terroristi presenti nello Yemen del sud stanno approfittando della guerra civile per rafforzarsi.

A chi va attribuita la modernizzazione che ha citato poc’anzi?

Senza dubbio al presidente Ali Abdullah Saleh.

Ma è vero che prima gli Usa hanno sostenuto Saleh e ora stanno guardando al suo ex alleato e ora suo principale antagonista, sceicco Sadeq al Ahmar?

Non sosterrei ancora questa tesi. Sicuramente l’azione degli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, quando hanno invitato Saleh a dimettersi, è derivata dalla preoccupazione che la sua permanenza al potere avrebbe continuato ad accrescere i conflitti interni. Ma le forze di Saleh, come le dicevo, sono ancora superiori, in particolare nella zona di Sana’a, quella centrale e più moderna del Paese.

Secondo lei in questo quadro regionale gli Usa hanno commesso degli errori?

Hanno commesso gli errori che si fanno quando si ha una politica ondivaga e non fondata su una vera conoscenza della realtà araba. Ci sono stati migliaia di morti in Siria e centinaia in Bahrein, e dunque in misura verosimilmente di gran lunga superiore a quelli della Libia, ma a differenza di quest’ultima non un dito è stato mosso.

Un deficit di visione strategica?

Per rimanere nello Yemen, non è facile intervenire quando ci sono conflitti o colpi di stato all’interno di un paese dove il potere e la ricchezza sono nelle mani di gruppi tribali: difficilmente in questi casi un intervento esterno può essere efficace.

Ma Obama che cos’avrebbe potuto fare per gestire la transizione? Individuare terze forze in campo capaci di farlo?

Avrebbe potuto chiedere all’Arabia Saudita, ma non appare più nelle condizioni di poterlo fare. Il punto è che l’entusiasmo per la liberalizzazione del mondo arabo è del tutto ingiustificato perché non è così che funziona. L’unica eccezione potrebbe rivelarsi, a conti fatti, la Tunisia. In Egitto i militari hanno bisogno dell’appoggio dei Fratelli musulmani, ma legandosi ad essi lo fanno anche con le loro componenti più radicali. Si dirà il controllo delle vergini in piazza Tahrir è un episodio nel contesto di una transizione lunga e complessa; mi auguro davvero che sia così.

Cosa prevede sul breve e medio periodo?

Non tanto la divisione in due stati, quanto piuttosto un inasprimento della guerra tribale. Per lo Yemen potrebbe delinearsi un futuro come per la Somalia, con tribù che si attaccano a vicenda cercando di imporre il primato. È questa l’ipotesi peggiore. Ma potrebbe anche essere che le tribù trovino una accordo: un accordo basato sul denaro, magari sotto gli auspici dell’Arabia Saudita intenzionata ad evitare il caos ai propri confini.

Prima ha accennato alle differenze di comportamento dei governi occidentali, dalla Libia alla Siria e al Bahrein. Con quali conseguenze?

Quelle di delegittimare tutte le future azioni occidentali. La Libia conta poco, eccetto che per l’Italia, ma l’effetto combinato della caduta di Mubarak e di un’involuzione radicale in Egitto, insieme all’espandersi dei disordini in Giordania, rischierebbe di far saltare gli accordi tra Egitto e Israele e tra Giordania e Israele. A quel punto nella prospettiva di una generazione, cioè tra 20-25 anni, una nuova guerra tra stati nel Medio oriente diventa possibile.



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