ISRAELE/ Herzog (Haaretz): così gli “indignados” possono cambiare il paese

- int. Michael Herzog

MICHAEL HERZOG (Haaretz) commenta la protesta che si è sollevata in questi giorni in Israele: mai si era visto un movimento di queste proporzioni, stanco delle differenze sociali

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Gli indignados di Tel Aviv

Gli “indignados” arrivano anche in Israele. Dopo la Spagna, anche lo Stato ebraico deve fare i conti con una protesta giovanile, politicamente indipendente da ogni schieramento, che avanza richieste sociali ed economiche. “Una sorpresa per il nostro Paese” ha detto a Ilsussidiario.net Michael Herzog in una conversazione esclusiva. “In passato, penso agli anni sessanta e settanta ma anche successivamente, c’erano state proteste popolari con a tema riforme economiche, ma non avevamo mai assistito a un movimento su così grande scala che di giorno in giorno si estende in nuove città e richiama sempre più partecipanti”. Tutto è cominciato un paio di settimane fa quando solo pochi giovani avevano piantato delle tende, come vuole la tradizione seppur recente di questo tipo di agitazioni, in pieno centro di Tel Aviv. Cosa volevano? Esprimere sfiducia, dire di essere stufi di pagare gli affitti altissimi che sono la regola nella capitale israeliana, ma non solo. Nel giro di pochi giorni questi giovani sono diventati centinaia, poi la protesta si è diffusa a macchia d’olio in tutto il Paese. Sabato scorso una manifestazione di 30mila persone ha messo insieme gli “indignados”, le massaie che protestano per i prezzi troppo alti dei prodotti alimentari e i lavoratori ospedalieri, a loro volta sul piede di guerra da mesi. Ma cosa c’è alla radice di tutta questa protesta che sta mettendo in seria crisi il governo di destra del premier Netanyahu?

Dottor Herzog, anche Israele vive una crisi economica paragonabile a quella di molti Paesi europei? Com’è la realtà economica della sua nazione?

No, non c’è nessuna crisi economica, tantomeno paragonabile a quella che colpisce l’Europa. Anzi. Il tasso di disoccupazione è il più basso che si registra da molti anni, l’indice generale economico è molto positivo.

E allora da dove prendono spunto queste proteste a cui si assiste in Israele?

E’ un problema tutto israeliano, tutto interno. E’ una crisi sociale, più che economica, anche se ha risvolti ovviamente economici, e nasce dal quadro generale della nostra società, estremamente divisa fra classe alta e classi media e bassa. Una differenza elevata che si osserva tra ricchi e maggioranza della popolazione. A essere colpiti da questa situazione sono soprattutto i giovani, gli studenti, che infatti hanno dato il via alle proteste.

Può spiegare meglio questa problematica israeliana?

Tutto nasce dal fatto che il governo attualmente in carica per anni non ha fatto nulla per ovviare a questa divisione sociale interna. Non ha mai varato provvedimenti che ad esempio andassero ad intaccare l’alto costo delle abitazioni, non si è preoccupato di calmierare gli affitti, che sono davvero elevati. Si può dire che è da circa un decennio che il governo non vara alcun provvedimento né mostra di interessarsi ai problemi che hanno le classi meno fortunate, quella più bassa, ma anche la classe media. I giovani, gli studenti, sono particolarmente furibondi perché non è mai stato presentato un piano che venisse incontro alle loro esigenze, come appartamenti in affitto a prezzi convenienti per loro.

Che tipo di reazione ha suscitato questo movimento nella società israeliana? C’erano segni che potevano indurre a pensare ad una protesta imminente?

Per molti, in Israele si è trattato di una autentica sorpresa. In passato la società israeliana aveva ovviamente visto movimenti di protesta, ma francamente mai così massicci come questo, che si sta espandendo di giorno in giorno in nuove città e vede la partecipazione sempre più alta di persone.

Come sta affrontando il governo questa protesta?

Ha provato ad affrontare alcune delle richieste, ha promesso dei piani di intervento per venire incontro agli studenti, ma il movimento ha giudicato insufficienti tali proposte. C’è una forte pressione sul governo in questo momento che sente tutta la forza di questo movimento su di sé.

Pensa che questa protesta potrà influire sulle prossime elezioni nazionali israeliane, facendo perdere il Likud?

Al momento non è possibile dirlo. La caratteristica di questa protesta è che è del tutto apolitica. Potrebbe essere che le richieste del movimento possano diventare tema di dibattito alle prossime elezioni, argomenti che in effetti non sono mai stati affrontati prima, e che quindi ci possa essere una sorta di contraccolpo sul partito attualmente al potere, quello di Netanyahu.

Si può dunque dire che il movimento sia del tutto slegato da qualsivoglia corrente politica?

Assolutamente sì, è un movimento genuino che esprime un autentico disagio per una certa condizione di vita considerata ingiusta. Gli stessi leader dei partiti di opposizione non hanno cercato di cavalcare la protesta, andando nelle piazze, ma limitandosi a incontrare i leder della protesta.

Secondo lei esiste qualche tipo di relazione fra questo movimento e quelli che hanno animato le proteste di alcuni Paesi nord africani? E anche con gli indignados spagnoli?

E’ molto difficile dire una cosa del genere. Israele è un Paese democratico totalmente diverso dai regimi dittatoriali del nord Africa. Il contesto è diverso, anche se le rivolte nord africane avevano degli elementi di tipo economico. Ma ad esempio non si può parlare di alcun collegamento fra quanto succede in Israele e in Siria. Certo, su più larga scala, si può forse dire che i nostri giovani siano rimasti colpiti e influenzati da quanto hanno visto in Spagna e anche nei paesi nord africani, ma tutto avviene su piani politici ed economici diversi, come spiegato prima.

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