11 SETTEMBRE/ Quel filo rosso che ci lega alle Torri gemelle

- Fernando De Haro

L’orrore dell’attentato alle Torri Gemelle, avvenuto ormai 10 anni fa, spiega FERNANDO DE HARO, ha riportato l’attenzione del mondo sul rapporto tra verità e libertà.

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Foto: Ansa

Gordon Aamoth, Arlene Babakitis, Neptali Cabezas, Lillian Caceres, John D’Allara, Joseph Eacobacci… e altre 2.974 persone dieci anni fa si alzarono presto per andare al lavoro. Non è difficile immaginare quali furono i loro primi pensieri, l’impeto o la stanchezza che dominava il loro animo, il desiderio di raggiungere i loro obiettivi, le frustrazioni, l’entusiasmo dell’amore trovato o la delusione, l’ultima litigata, l’ultima carezza affettuosa… la vita nella sua pulsione più concreta, questo tessuto che ci è così familiare in cui domina, in modo cosciente o incosciente, un filo rosso: il desiderio di soddisfazione. Ore più tardi, tutti loro hanno incontrato la morte nelle Torri Gemelle, in Pennsylvania o a Washington.

Sabato scorso, Benedetto XVI ha inviato all’Arcivescovo di New York una lettera in occasione del decimo anniversario degli attentati. Il Papa, che ha pregato a Ground Zero nel 2008, ha scritto in questa missiva che “nessuna circostanza può mai giustificare atti di terrorismo” e ha denunciato il fatto che la tragedia, in questo caso, è stata aggravata “dalla rivendicazione dei suoi autori di agire in nome di Dio”. E ha aggiunto: “Ogni vita umana è preziosa allo sguardo di Dio e non bisognerebbe lesinare alcuno sforzo nel tentativo di promuovere nel mondo un rispetto autentico per i diritti inalienabili”.

A molti l’affermazione sullo sguardo di Dio può sembrare una considerazione spirituale, un buon pensiero in ogni caso, ma con scarsa incidenza storica. L’11 settembre è arrivato all’inizio del secolo. Alle sue spalle è stato lasciato definitivamente il cosiddetto “secolo breve”, cominciato con la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. Tanto un evento come l’altro rappresentano un cambiamento storico di prima grandezza.

Dopo il pacifico XIX secolo, sono nati i sistemi ideologici grazie al controllo di una tecnologia militare e di alcuni apparati statali di una potenza fin ad allora sconosciuta. Tutto questo ha provocato una crescente tendenza a sminuire il valore della persona. Più tardi, come avrebbe denunciato Pasolini, la società del consumo ha accelerato la distruzione della cultura popolare e l’individuo è rimasto, senza legami, in balia dei nuovi poteri.

Non a caso, il XX secolo è stato quello dei genocidi: degli armeni, degli ebrei, dei contadini russi, dei cambogiani e anche, su un altro livello, quello che Pasolini ha chiamato il “genocidio degli italiani”, l’omologazione culturale. La caduta del comunismo, nel ‘89, ha provocato un’illusione. Tornò l’ottimismo ingenuo. Alcuni liberali proclamarono che la storia era finita. Con la fine delle ideologie, la “mano invisibile” del mercato (diventato poi globale), avrebbe dato alla libertà mondiale quel che le mancava per essere perfetta.

Era, chiaramente, una libertà senza verità. Ma la caduta delle Torri Gemelle è tornata a mettere il rapporto tra l’una e l’altra sul tappeto della storia, in un modo tragico, abominevole, perché i terroristi hanno affermato una verità che disprezza la libertà. Dieci anni dopo sono stati raggiunti dei successi nella lotta contro il terrorismo, sebbene vi siano stati errori clamorosi, come la guerra in Iraq. La diffusione del jihadismo, nonostante la debolezza di Al Qaeda, continua a richiedere una risposta militare, geostrategica, ma soprattutto culturale.

La libertà senza verità, il relativismo, si è già dimostrato incapace di affrontare la sfida del fondamentalismo, di quella verità senza storia e senza un soggetto che sfida l’Occidente e i paesi a maggioranza musulmana. Ma abbiamo anche avuto l’opportunità di vedere come è inutile, sul fronte dei “buoni” – anche se su un piano molto differente -, un riarmo morale che non fa i conti con il filo rosso, con il desiderio di soddisfazione che portava le vittime dell’11 settembre e tutti noi ad alzarci al mattino. La verità è tale proprio perché attrae, perché seduce la libertà, perché “resiste” alla prova del desiderio.

Lo sguardo di Dio di cui parla Benedetto XVI non è una metafora. È la modalità che ha la Verità per farsi conoscere. Così attento, così sollecito, così dipendente dalla libertà dell’uomo, che si è fatto carne. Tutta la potenza della Verità era 2.000 anni fa negli occhi di un uomo. Nel sul modo di guardare i passeri, le prostitute…

Alcuni anni fa, Luigi Giussani ha spiegato che i cristiani erano stati scelti per portare al mondo lo sguardo di questo uomo, Gesù di Nazareth. Uno sguardo che riflette, rispetta, afferma come nessun altro tutto l’umano che c’era quella mattina nel cuore delle 2.981 vittime dell’11 settembre e che c’è ora nel nostro. Con questo sguardo si costruisce la storia.

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