ISLAM/ Abbruzzese: Francia, dietro alle richieste religiose c’è una guerra politica

Si è accesa una forte polemica attorno alla decisione del ministro Gueant di vietare la preghiera in strada. Una discussione che riguarda anche l’Italia. Il commento di SALVATORE ABBRUZZESE

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Immagine d'archivio

Dalla mezzanotte del 15 settembre è vietato fermarsi a pregare nelle strade e sui marciapiedi di Parigi. E’ quanto ha fatto sapere il Ministro degli Interni, Claude Gueant. La decisione, che ha già sollevato polemiche, è stata presa perché da anni, soprattutto nel quartiere operaio di Goutte d’Or, al venerdì, giorno della preghiera musulmana, migliaia di islamici si trovano a pregare sui marciapiedi. In Francia da tempo esiste la più numerosa comunità islamica d’Europa che negli ultimi anni per numero di fedeli e di costruzione di nuovi centri religiosi (moschee) ha superato ogni altra comunità religiosa, compresa quella cattolica. A Parigi esiste però già da tempo una grande moschea, ma nonostante questo i musulmani fanno notare da tempo di aver bisogno di altri spazi. Al momento il ministro francese ha fatto sapere che è stato stretto un accordo con alcuni rappresentanti islamici secondo il quale è stata concessa una fabbrica in disuso  come spazio per la preghiera. E’ un fatto, questo francese, che ricorda quanto Milano ha già vissuto in epoche recenti: migliaia di islamici fermi in preghiera sui marciapiedi di Viale Jenner con le conseguenti polemiche. Problema risolto temporaneamente, ma che con l’avvento della giunta Pisapia torna alla ribalta. Qualche giorno fa si era sparsa la notizia che il Comune volesse dare il via alla costruzione di ben dodici moschee nell’area metropolitana milanese. Adesso l’imam di Segrate, rispolverando un vecchio progetto ideato addirittura ai tempi del sindaco Pillitteri, ha chiesto la costruzione di una sola grande moschea a Segrate. IlSussidiario.net ha chiesto al professor Salvatore Abbruzzese un suo commento.

È davvero una esigenza quella espressa dalle comunità musulmane nei grossi centri metropolitani, oppure dietro si cela un quadro ben più complesso?

Si tratta essenzialmente di un problema che da qualche tempo è diventato strumento di lotta politica. E questo crea grossi problemi: quella che doveva essere una dimensione espressiva, è diventata una dimensione affermativa.

Ci spieghi meglio cosa intende.

In Francia, ma ormai non solo in Francia, la presenza islamica ha raggiunto dimensioni vastissime, si vive in uno spazio conflittuale. E’ questo il vero motivo di fondo, e da questo punto di vista quanto imposto dal governo francese è perfettamente comprensibile. Bisogna poi conoscere anche come è vissuta la dimensione religiosa in Francia. Ad esempio, esiste a Parigi, in centro, una grande moschea: non è mai stato concesso però al muezzin di pregare dal minareto, come si fa nei Paesi islamici e questo dimostra una realtà conflittuale ben precisa. In Francia lo spazio laico non può essere federato con una espressione religiosa. Lo spazio laico inteso come spazio interconfessionale, in cui le persone lavorano vicino, deve restare assolutamente privo di alcuna dimensione religiosa sonora o visiva strutturale.

Dunque la nuova ordinanza del ministro si inserisce in questo quadro.

Uno sfondamento per le strade delle dimensioni che possiamo immaginare creerebbe problemi non indifferenti e non intendo solo al traffico con la deviazione di migliaia di auto e di persone. Soprattutto significherebbe una dimensione affermativa e ostentativa, una religione usata come clava culturale per esprimere in qualche maniera una identità alternativa e per certi versi positiva rispetto alla dimensione culturale in cui si trova a vivere. C’è una carica protestataria implicita in quanto esigono gli islamici che non possiamo far finta di non vedere.

Cosa intende per carica protestataria?

Gi islamici in Europa ci sono da più di cinquant’anni, ma solo negli ultimi cinque o sei anni si è assistito a tali ostentazioni e a un tentativo di affermazione del genere: preghiere sui marciapiedi, richieste di moschee e quant’altro. Perché solo adesso si pone il problema della preghiera pubblica?

Tra l’altro sono dati conosciuti che in una città come Milano la percentuale degli islamici che si reca alla preghiera del venerdì è bassissima, sono una piccola minoranza rispetto alla comunità araba che vive in città.

Infatti. E’ chiaro che c’è una strategia conflittuale che viene portata avanti. La religione islamica è abbastanza silenziosa nei propri Paesi di origine, ma avvalendosi delle libertà laiche di espressione che non esistono nei paesi islamici ma esistono in occidente se ne approfitta per invadere gli spazi pubblici di espressione, facendo finta di non capire come tutto questo funzioni in termini puramente oppositivi, di conflitto. Il fatto poi che quelli che pregano siano pochi, li farà diventare gli unici islamici visibili.

Cosa ne pensa del tentativo di apertura della Giunta Pisapia a Milano, che ha fatto e sta facendo della costruzione delle moschee uno dei cavalli di battaglia della propria azione?

Io penso che prima di costruire le moschee si deve fare un dialogo culturale e un dialogo religioso: bisogna presentarsi e conoscersi. Una volta fatto questo e verificato che esista un percorso di avvicinamento sostanziale allora si può porre il problema delle moschee. Non si può bypassare facendo finta di non capire che stiamo parlando di religioni e non di filosofie di vita. Le religioni sono qualcosa di ben più potente di un pensiero sull’essere.

Questo percorso come verrebbe strutturato?

Discutendo su chi siamo, magari aprendo dei centri studi in cui le differenti teologie convivono e vengono confrontate. Cominciamo a conoscerci a vicenda e poi attraverso questo percorso conoscitivo si arriva a un punto preciso di svolta. Ma non si possono saltare secoli di conflitti facendo finta di non capire e trattando un ideale religioso dello spessore di quello islamico come se fosse una qualsiasi proposta culturale. Così come io do  cittadinanza culturale al carnevale di Rio, io do cittadinanza culturale anche alla moschea.

Il che non è esattamente la stessa cosa.

Infatti, non è la stessa cosa. Dietro a questo modo di fare c’è una grande ignoranza di cosa siano le religioni e di che valori abbiano, di che tipo di dimensioni normative di stile di vita ci siano dietro. Io ad esempio sogno un’università interconfessionale in cui i vari rappresentanti mettono a disposizione le loro conoscenze di teologia una accanto all’altra.  Quando siamo capaci di fare una convivenza reale ed esplicita, nella quotidianità, allora si potrà iniziare un confronto religioso di una presenza visibile sul territorio. Ma bypassando, facendo finta che non ci sia dietro un conflitto è strumentale e pericoloso.

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