VOTO ONU/ Se il riconoscimento della Palestina mette in crisi l’Occidente

- Michela Mercuri

Mentre Obama è in crisi nella tensione tra Israele e Palestina, l’Europa, commenta MICHELA MERCURI, non ha una posizione univoca sulla richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese

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Abu Mazen (Foto Ansa)

Il voto all’Onu per il riconoscimento ufficiale di uno Stato palestinese, previsto per domani, potrebbe diventare l’ago della bilancia, non solo per il futuro della Palestina, ma anche per i già complessi rapporti tra l’occidente e alcuni paesi core dell’area mediorientale. Ancora una volta, dunque, la questione palestinese sembra mettere in crisi una buona parte degli Stati del sistema internazionale, in un momento delicato per gli equilibri del Medio Oriente, scosso dalla primavera araba, in cui ogni mossa degli attori in gioco potrebbe mettere una seria ipoteca sulle future partnership nella regione.

In primo luogo, la proposta  palestinese crea uno spinoso problema politico e diplomatico per gli Stati Uniti. Obama si è visto, infatti, costretto a manifestare il suo dissenso allo Stato palestinese, anche attraverso la possibile opzione del veto all’interno del Consiglio di Sicurezza. Si tratta indubbiamente di un’arma a doppio taglio per l’amministrazione americana che, se da un lato vuole evitare una nuova occasione di scontro con Israele, dall’altro sa bene di rischiare un’escalation delle tensioni,  rafforzando le argomentazioni di gruppi estremisti che non perderanno certo la ghiotta occasione di ricordare l’ennesimo affronto del “nemico occidentale” verso i tentativi pacifici dei palestinesi di far valere i loro diritti di autodeterminazione.

Non è certamente più semplice la posizione dell’Europa, ancora una volta divisa. L’incapacità di parlare con un’unica voce si è mostrata in tutta la sua drammaticità già durante il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea che si è svolto il 2 settembre a Sopot, in Polonia. Grecia, Irlanda, Svezia e altri si sarebbero orientati per il “sì”. Germania, Italia, Olanda, Repubblica Ceca, Bulgaria e altri per il “no”, piuttosto ampia la fetta degli indecisi. Molto più sfumate sembrano essere le posizioni dei due Stati europei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, Gran Bretagna e Francia. Entrambi hanno dichiarato il loro voto favorevole, insistendo, però, sulla necessità di proseguire con i negoziati di pace tra le parti.

Una stessa risposta, però, non presuppone le stesse motivazioni, e su queste i leader dei due paesi sembrano avere pareri diversi: mentre il sì francese può essere considerato come una logica conseguenza della politica estera di rinnovato interesse strategico verso il mondo arabo del presidente Sarkozy, la posizione inglese – in controtendenza rispetto alla storica vicinanza con Washington –  è di più difficile interpretazione e può forse essere giustificata dall’esigenza del premier Cameron di perseguire una politica maggiormente svincolata da quella americana. Una cosa appare comunque certa: gli Stati membri dell’Ue voteranno in ordine sparso e questo non gioverà certo al ruolo dell’Unione, non solo nella questione arabo israeliana ma anche nel più ampio scenario mediorientale.

Spostando l’attenzione nel contesto regionale, la situazione  non è certamente più rosea. Se, come è prevedibile, dopo il veto americano la pratica passerà all’Assemblea generale che voterà in favore della “promozione” della Palestina da “ente” a “stato non membro”, l’Autorità nazionale palestinese avrà fatto un passo in avanti, anche se non decisivo. Tanto potrebbe bastare, però, agli  israeliani per aumentare il proprio isolamento diplomatico-internazionale e questo, come ci insegna la storia, non fa presagire nulla di buono.

A ciò si aggiunga che la posizione di Israele nella regione sta attraversando un momento estremamente delicato. Solo pochi giorni fa (il 10 settembre) l’ambasciata israeliana del Cairo è stata oggetto di sparatorie e atti di violenza, tanto che l’Egitto ha richiamato il suo ambasciatore in Israele, e contestualmente ha convocato l’ambasciatore israeliano al Cairo, per protestare contro l’uccisione, avvenuta il 18 agosto, di tre suoi agenti di sicurezza al confine con lo Stato ebraico. E’ presto per dire se queste tensioni potranno mettere in discussione la tanto sospirata pace di Camp David, sancita nel trattato tra Egitto e Israele del 1979, ma di certo non hanno giovato alla già difficile situazione tra i due paesi.  

A gettare benzina sul fuoco è anche la Turchia che, da Paese storicamente vicino a Israele, sembra diventato in poco tempo uno dei maggiori “sponsor regionali” della causa palestinese, tanto che il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha recentemente dichiarato che “il riconoscimento di uno Stato palestinese non è un’opzione, è un obbligo”. Non c’è, forse, da stupirsi di questa nuova posizione di Ankara, visti anche gli eventi legati all’uccisione, nel maggio 2010, dei nove attivisti turchi della Freedom Flotilla. Ma soprattutto è plausibile credere che questa mossa sia da collocare nel più ampio disegno della dottrina della profondità strategica che, cavalcando l’onda della primavera araba, intende perseguire un nuovo ruolo guida della Turchia nella regione.

Resta ora da capire quanto questo ruolo possa andare di pari passo con la politica di integrazione con l’Europa, con cui la Turchia ha visto aumentare, negli ultimi giorni, le frizioni a causa della questione della presidenza cipriota dell’Unione; e soprattutto con gli Stati Uniti, con cui le incomprensioni potrebbero iniziare proprio dal voto di domani.

Le variabili in gioco sembrano dunque molte ed è difficile prevederne gli sviluppi futuri. Quel che è certo è che, nonostante il mondo sia enormemente cambiato da quel lontano 29 novembre 1947 – quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 181 per risolvere il conflitto arabo-ebraico -, la questione palestinese resta, nel suo drammatico immobilismo, una delle più gravi incognite per il futuro del Medio Oriente e dell’intero sistema internazionale.

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