CORNO D’AFRICA/ Maria (Avsi): la speranza dei bambini che rinasce da una buca

- La Redazione

MARIA LI GOBBI ci continua a raccontare cosa succede in quel remoto angolo dell’Africa dove Avsi è impegnata ad aiutare le popolazioni in difficoltà

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Bambini africani

Gli arrivi continuano, qui nei campi profughi di Dadaab. I ritmi sono rallentati, si contano un migliaio di persone al giorno. I nuovi arrivi vengono rilocati nel nuovo campo di Kambi Oos, che dista circa 7 km dall’area abitata più vicina, il campo di Hagadera. Sono quelli che vivono nella condizione peggiore. Un senso di precarietà dato non solo dalle tende utilizzate come case, ma dalla mancanza di spazio, di servizi, di sicurezza…

Le famiglie che arrivano ora a Kambi Oos mandano i loro figli a scuola nel campo di Hagadera, perché perlomeno laggiù l’istruzione viene garantita. Noi lavoriamo per questo, su richiesta dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), della Cooperazione Italiana per lo Sviluppo del ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con la Mount Kenya University, Unicef e il Pce, il Centro permanente per l’educazione dell’Uganda, partner di Avsi per la formazione in Africa.

Ieri ho mostrato il nostro operato ai rappresentanti della Cooperazione italiana, molto presenti qui sul territorio, per far vedere loro come lavoriamo e come i soldi dei nostri connazionali sono spesi. Abbiamo attraversato in macchina i soliti 17 km che separano il campo dalla cittadina di Dadaab. Polvere, sabbia, vento… e, questa volta, un grande cammello che attraversando la strada ci ha costretti a rallentare.

Siamo arrivati nel campo meno sicuro tra i tre già esistenti prima dell’emergenza: Dagahaley. Qui stiamo costruendo una scuola a due piani, la più grande. Io non ho mai costruito scuole. Ho lavorato in ambito educativo in diversi paesi, ma non ho mai costruito una scuola. E vedere quello che stiamo creando, passo dopo passo, è emozionante. Mi sono resa conto che quei buchi nel terreno, le fosse, le tracce, tutto quell’insieme di terra che inizia a prendere forma, è una delle cose più belle che io abbia mai visto.

Una scuola di due piani: 24 classi, uffici per i professori, per il preside, servizi igienici per gli studenti e il personale, acqua, una biblioteca. Pensare che grazie al nostro lavoro e al contributo delle persone che sono lontane da qui, abbiamo la possibilità di costruire, è qualcosa che rende felici. Perché avere un luogo che oltre a essere sicuro e utile sia anche bello educa i bambini. Li può far sentire non solo normali, ma anche speciali.

Non è facile lavorare a Dadaab di questi tempi. Non lo è per nessuno. Sono tutti stanchi, provati dai numerosi incontri settimanali per riuscire a organizzare la vita di 470.000 persone nella maniera più umana e ragionevole possibile. Tutti sono sommersi dal lavoro. La giornata inizia alle 6 del mattino e finisce alle 8 di sera quando ci si corica senza forze.

Dopo mesi in cui si è sentito parlare solo di disperazione e morte, vedere quelle fondamenta che si alzano dove solo tre settimane fa non c’era nulla, è come vedere crescere la speranza. Sapere che almeno 2000 dei bambini che ora corrono dietro alle macchine (perché non c’é nessuno che si prenda cura di loro), avranno un luogo dove stare e dove potranno imparare, dove sentirsi sicuri e protetti , è una consapevolezza che riempie il cuore di gioia e di senso tutto il nostro operare.

Le persone che arrivano qua vogliono vivere, realizzarsi, vedere i loro figli pronti ad affrontare il mondo al di là delle recinzioni visibili e invisibili imposte da un campo profughi. Quelle prime buche nel terreno, dove verranno gettate le basi di queste scuole, sono lì a testimoniare che la speranza non è per gli sciocchi, ma è per ciascuno di noi.

 

(Maria Li Gobbi)

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