SIRIA/ Ecco la “partita a tre” del dopo-Assad

- int. Valeria Talbot

Il governo turco sospende ogni trattato di cooperazione con quello siriano minacciando anche sanzioni economiche. Secondo VALERIA TALBOT, il quadro medio orientale sta cambiando

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Bashar al-Assad (InfoPhoto)

Dopo lunghi tentennamenti la Turchia ha deciso di sospendere la cooperazione strategica in atto con la Siria. Non solo: il governo di Ankara ha anche annunciato sanzioni economiche e il blocco della vendita di armi al governo di Damasco, in tema con quanto ha deciso di fare la Lega Araba. Il cerchio dunque si sta stringendo intorno al regime sanguinario di Assad? E’ ancora presto per saperlo, ma di certo la presa di posizione turca segnala un cambio di prospettive e di scenario sul tormentato quadro medio orientale. La Turchia infatti da tempo ha stretti legami con la Siria, dopo un periodo di turbolenza alla fine degli anni Settanta caratterizzato dall’appoggio siriano ai ribelli curdi. Il cambio di atteggiamento del presidente turco Erdogan avrà dei risvolti? Al momento, il Ministro degli esteri turco ha fatto sapere in una nota che “il governo siriano si è giocato tutte le opportunità, le alternative sono ormai esaurite, ma non è che una conseguenza delle loro scelte”.  Questo passo di Ankara segna anche un ulteriore passo avanti della Turchia nel ruolo di leader della scena medio orientale: “La Turchia” ha detto Valeria Talbot, esperta di Medio Oriente in una conversazione con IlSussidiario.net “ha la potenzialità per ambire a un ruolo di leadership in questa zona di assumere questo ruolo in un vicinato che è sempre più instabile”. Per Valeria Talbot, i rapporti tra Turchia e Siria si sono deteriorati in tempi veloci, e lo scenario medio orientale appare sempre più instabile, con Russia e Iran che vi giocano un ruolo di primo piano nel cercare di ostacolare le risoluzioni occidentali e guadagnare vantaggi diretti.

Era possibile aspettarsi questo cambiamento da parte della Turchia nei confronti della Siria?

Quando sono scoppiate le prime rivolte in Siria, la Turchia si era schierata a sostegno del regime di Assad. Questo per mantenere quell’alleanza che caratterizza i due Paesi da parecchi anni. A dire il vero al momento dello scoppio delle rivolte in Siria il governo turco aveva cercato di fare comunque pressioni sul regime di Damasco affinché questo facesse delle aperture politiche e ci potesse essere un cambiamento seppure nella continuità dei rapporti esistenti.

Rapporti che durano da parecchio tempo, non è vero?

All’incirca dai primi anni Ottanta, dopo che i due Paesi avevano vissuto una fase difficile in seguito al sostegno del regime di Damasco alla causa dei ribelli curdi in Turchia. C’era stato quindi un riavvicinamento tra Turchia e Siria fino a diventare quest’ultima uno dei partner più importanti per la Turchia nella regione.

Una svolta che considera stabile? O ci saranno ripensamenti da parte di Ankara?

I rapporti, di fronte all’intransigenza della Siria a qualunque idea di apertura democratica, si sono deteriorati. La Turchia ha cambiato linea e strategia appoggiando l’opposizione siriana che proprio in Turchia ha costituito il Consiglio di transizione siriano. A conoscere però i dettagli delle relazioni tra questi Paesi, l’importanza della Siria per la Turchia è rimasta la stessa, ma si è perso un rapporto di fiducia tra i due governi.

Quale scenari possiamo individuare? La Turchia recentemente ha di molto inasprito i suoi rapporti di lunga amicizia anche con Israele, arrivando alla rottura.

La Turchia sta cercando di adattare la propria politica estera ai cambiamenti del quadro regionale in evoluzione. Il deterioramento però dei rapporti con Israele non è una conseguenza della primavera araba, ma risale alla fine del 2008, inizio 2009 con l’Operazione piombo fuso dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza. Pensiamo alle critiche immediate del governo turco verso la politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Poi c’è l’episodio sanguinoso della Freedom Flottilla che ha portato a un piano di criticità le relazioni bilaterali fra i due Paesi.

La Turchia sembra sempre più volersi imporre in questo scenario.

La Turchia ha la potenzialità per ambire a un ruolo di leadership, sta cercando di assumere questo ruolo di leadership in una situazione di vicinato che è sempre più instabile.

Quanto potrà influire la decisione turca sulla fine del regime di Assad? Ci sarà adesso una svolta secondo lei?

Quanto si andrà avanti è difficile dirlo però è difficile anche pensare che in Siria si possa tornare alla situazione precedente le rivolte. Quanto il regime al potere potrebbe far finta che nulla sia successo? E’ una questione di tempo, resta da capire in che modo avverrà un cambio di regime.

La Russia continua a sostenere apertamente il regime di Assad. Quanto influisce questa posizione sulla tenuta del regime stesso?

La posizione della Russia a sostegno della Siria influisce sicuramente sul quadro generale. Sta bloccando ogni iniziativa all’interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite perché si possa non dico intervenire militarmente, ma adottare una risoluzione comune nei confronti della Siria appunto a livello di consiglio di sicurezza. Per la Russia la Siria rimane l’ultimo e unico alleato nell’area, un alleato storico. E vuole evitare che succeda quello che è successo in Libia.

Cioè?

Che il mancato sostegno iniziale alla rivoluzione da parte dei russi porti a un decisivo ridimensionamento della Russia nella Libia attuale, quella del post Gheddafi.

E il ruolo dell’Iran?

L’Iran sta cercando di espandere la propria influenza a livello regionale approfittando della insicurezza della caduta dei regimi arabi, e sfruttando anche le tensioni settarie tra sciiti e sunniti che si stanno diffondendo nell’area dall’Iraq al Barhein e in misura minore anche nell’Arabia Saudita. L’Iran rimane l’alleato forte e importante della Siria.

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