SIRIA/ Waqqaf: Assad non cadrà, senza negoziati si va verso una guerra infinita

- int. Ammar Waqqaf

Per AMMAR WAQQAF, “con i colloqui di pace in Russia, Assad tende la mano all’opposizione. Prima di dire no, Ue e Usa ricordino i morti provocati dal loro intervento in Libia”

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“Con i colloqui di pace in Russia il presidente siriano Assad tende la mano agli esponenti laici dell’opposizione. Prima di dire no a questa via d’uscita pacifica, Stati Uniti ed Europa dovrebbero ricordare che il loro intervento militare in Libia ha provocato dieci volte più morti di quelli che avrebbe causato la repressione di Gheddafi”. Ad affermarlo è Ammar Waqqaf, esponente del Syrian Social Club, che commenta così l’annuncio del ministro degli Esteri russo, secondo cui Bashar Assad è disponibile a incontrarsi a Mosca con esponenti dell’opposizione. Proprio mentre la guerra civile raggiunge la periferia di Damasco, Waqqaf sottolinea che “il presidente in realtà è ancora molto lontano dal cadere. Anche perché un intervento occidentale porterebbe lo Stato d’Israele a subire un attacco simultaneo da parte di Hezbollah, Hamas e Iran”. L’analista e commentatore della BBC racconta inoltre di essere in contatto con numerosi cristiani del suo Paese, e che “la loro richiesta principale è quella di avere uno spazio libero in cui vivere e praticare la loro fede senza che qualcuno che punti un dito contro di loro dicendo ‘Sei diverso, te ne devi andare o sarai ucciso’”.

Durante la notte di domenica i ribelli sono arrivati alla periferia di Damasco. E’ il segno che il regime sta per cadere?

No, non penso affatto che il regime sia prossimo a cadere. Dobbiamo ricordarci che l’amnistia concessa dal regime ai gruppi armati ribelli durerà fino alla mezzanotte di oggi. Il regime è riluttante a compiere qualsiasi intervento militare fino a quel momento. Sta cercando di tenere un profilo il più basso possibile, e pur cercando di impedire che i ribelli entrino a Damasco, nello stesso tempo non colpirà con durezza fino appunto alla mezzanotte di oggi.

Il presidente Assad ha accettato di partecipare ai colloqui in Russia. Non ritiene che sia troppo tardi per parlare di pace?

Non lo è. Nel suo ultimo discorso Assad ha dichiarato che formerà un governo più ampio, che dovrà riconoscere la presenza di un nuovo potere politico emerso durante la crisi. Assad ha però negato qualsiasi opportunità agli estremisti islamici, chiamandoli “Fratelli di Satana” invece di Fratelli musulmani. E’ un’indicazione molto chiara del fatto che non permetterà loro di partecipare al nuovo sistema politico. Nello stesso tempo, il presidente ha porto una mano tesa ad alcune figure chiave dell’opposizione.

Qual è l’obiettivo di Assad?

Portare queste figure attorno a un tavolo, concedere loro una parte del potere e creare un nuovo sistema politico in grado di rappresentare le posizioni dell’80-90% della popolazione siriana. Trovo inoltre molto significativo il fatto che i colloqui di pace non si terranno a Damasco, ma in un territorio straniero e su un piano di parità. I timori dell’opposizione, secondo cui finché Assad era al governo non avrebbe fatto altro che imporre condizioni, possono essere alleviati, proprio perché i colloqui di pace si terranno all’estero.

 

Il Consiglio Nazionale Siriano (Cns) però ha dichiarato di non essere stato invitato e che quindi non parteciperà …

 

Il Cns non rappresenta l’opposizione, ma una parte di essa. E’ composto principalmente da movimenti islamisti come i Fratelli musulmani e il Partito Libertà e Sviluppo, una copia del Partito AKP di Erdogan, più alcune figure liberali per dare un una parvenza di equilibrio a un organismo che non l’ha affatto. Tanto è vero che l’opposizione di sinistra, rappresentata soprattutto da Haitham al-Manna, leader del “Syrian National Coordination Committee”, si è sempre rifiutata di unirsi al Cns in quanto non ne condivide l’ispirazione islamista. Al-Manna e i politici della sua area accetteranno ad alcune condizioni l’invito del governo siriano a partecipare ai colloqui di pace a Mosca.

 

Lei è in contatto con i cristiani siriani, e che cosa le dicono di quanto sta avvenendo nel Paese?

 

I cristiani, come quasi tutte le minoranze siriane, non condividono il tono usato dai manifestanti fin dall’inizio della rivoluzione. Questo li ha resi sostenitori di fatto del regime. Conosco numerosi cristiani nel mio Paese e ho compiuto buona parte dei miei studi in una scuola cristiana ortodossa. La loro richiesta essenzialmente è quella di poter avere uno spazio libero in cui vivere e praticare la loro fede senza che qualcuno che punti un dito contro di loro dicendo “sei diverso, devi andare via o sarai ucciso”. Ciò cui abbiamo assistito di recente in Siria, soprattutto con l’uccisione di un sacerdote vicino a Homs, è l’affermarsi di elementi legati ad Al Qaeda. Tra i ribelli esiste una componente estremista, ma nessuno di loro potrebbe spingersi fino a uccidere un sacerdote cristiano. Solo Al Qaeda può essere responsabile di quanto è avvenuto.

 

Quanto è probabile un intervento militare in Siria da parte dei Paesi occidentali?

E’ altamente improbabile. I Paesi occidentali prima di compiere un simile intervento sono soliti calcolare i rischi con grande attenzione. Il problema non è rappresentato solo dal fatto che l’Esercito siriano è ancora intatto, molto ben addestrato, relativamente ben equipaggiato e dotato di armamenti moderni. Ma soprattutto, il punto è che un intervento occidentale in Siria potrebbe scatenare una guerra in Medio Oriente e lo Stato d’Israele potrebbe quindi essere attaccato simultaneamente da Hezbollah, Hamas e Iran. Si tratta di un deterrente più che sufficiente per i poteri occidentali. Per non parlare del fatto che nel corso del recente intervento occidentale in Libia, decine di migliaia di persone sono morte: se avessero lasciato che Gheddafi soffocasse la rivoluzione, si sarebbe registrato solo un decimo di quelle vittime. L’establishment negli Usa e in Europa si deve quindi chiedere se valga la pena intervenire per salvare i manifestanti, quando questo potrebbe portare a 100 o 200mila vittime nel corso di una guerra civile della durata di due o tre anni.

 

E la Turchia?

 

La Turchia ha scommesso sul fatto che Assad avrebbe perso il potere molto più rapidamente. Questo ha portato a un deteriorarsi dei rapporti tra Ankara e Damasco, e quindi tra la Turchia e tutti i Paesi circostanti. Quando la crisi siriana si concluderà Ankara si troverà circondata da vicini ostili, in forte contrasto con l’equilibrio regionale che Turchia, Siria e Iran avevano creato nei decenni passati. E non dimentichiamoci che Erdogan ne aveva tratto numerosi benefici, anche di politica interna, soprattutto per quanto riguarda la questione curda.

 

(Pietro Vernizzi)

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