KENYA/ L’esperto: dietro l’attentato alla chiesa di Nairobi c’è una “guerra santa” strategica

- int. Marco Bello

Un bambino ha perso la vita e altri tre sono rimasti feriti a seguito dell’esplosione di una granata all’interno della Chiesa di San Policarpo a Nairobi. Ne parliamo con MARCO BELLO

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Foto: InfoPhoto

Un bambino ha perso la vita e altri tre sono rimasti gravemente feriti a seguito dell’esplosione di una granata lanciata contro la Chiesa di San Policarpo a Nairobi, in Kenya. Al momento dell’attacco, secondo quanto riferito dalla stampa keniana, si stava celebrando la Messa dei Bambini e tantissimi fedeli si erano riuniti per una raccolta fondi a favore di un uomo che doveva ricevere una nuova sedia a rotelle. Quest’uomo, da tempo paralizzato, era proprio il padre del bambino di nove anni rimasto ucciso nell’esplosione. Nessun gruppo ha rivendicato fino ad ora la responsabilità dell’attentato, anche se le autorità locali sospettano che dietro l’attacco vi sia l’ennesima rappresaglia ad opera del gruppo islamico di al Shabaab, scaturita dall’offensiva militare dell’esercito keniano in Somalia. “La situazione in Nigeria, Kenya e altri paesi del Corno d’Africa e del Sud-est asiatico è indubbiamente preoccupante per alcune minoranze religiose”, ha detto il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, il quale ha espresso “lo sdegno e la fortissima condanna del governo italiano per questi atti criminali di attentatori vili contro chiese nelle ricorrenze domenicali e nelle festività cristiane. Sdegno e rifiuto – ha sottolineato il ministro – che esprimiamo costantemente per gli attacchi contro ogni confessione religiosa”.  IlSussidiario.net ha chiesto un commento a Marco Bello, giornalista di Missioni Consolata ed esperto della situazione africana.

Chi si nasconde dietro l’attacco di ieri a Nairobi?

E’ ormai chiaro che in Africa si stanno muovendo e riposizionando alcuni gruppi dell’islam radicale, in particolare nella zona occidentale e in quella del Corno d’Africa. Nonostante nessuno abbia ancora rivendicato l’attentato, la matrice sembra essere riconducibile ai gruppi fondamentalisti degli al Shabaab che da tempo stanno subendo un’offensiva da parte del Kenya.

Quale motivo in particolare avrebbe spinto questi gruppi al nuovo attacco?

Pochi giorni fa le milizie islamiche di al Shabaab hanno perso la loro roccaforte di Chisimaio, importante città portuale somala da cui era possibile controllare diversi traffici. E’ dunque molto probabile che l’attacco avvenuto a Nairobi rappresenti una reazione a questa recente sconfitta.

Come mai vengono sempre più prese di mira le chiese?

Molti di questi gruppi, che hanno storie e origini diverse, hanno abbracciato le cause della jihad internazionale ovvero quelle di al Qaeda. Tali azioni possono essere dunque ricondotte a una vera e propria “guerra santa” che mira a liberare la terra islamica dalla minoranza cristiana presente. Nell’Islam la Jihad ha diverse connotazioni, può essere spirituale o militare. La grande semplificazione, strumentale, di Al Qeada, è quelle di una guerra di liberazione della terra islamica dai non musulmani, ma anche dai musulmani moderati (sufi). E’ questa ad essere utilizzata da vari gruppi.

Anche al Shabaab ha abbracciato la causa di al Qaeda?

Sì, anche se questi gruppi sono nati essenzialmente per la guerra in Somalia. In qualche modo adesso gli al Shabaab si sono affiliati ad Al Qaeda in quella zona, come del resto hanno anche fatto gruppi algerini nell’Africa dell’Ovest. Hanno sposato la causa, per questo ricevono finanziamenti e quindi agiscono di conseguenza.

Come è evoluta la situazione nel corso del tempo?

In Kenya la situazione sta peggiorando proprio perché il gruppo di al Shabaab sta subendo numerose sconfitte in Somalia, quindi gli attacchi a cui assistiamo rappresentano violente reazioni a questa perdita di potere. Entrano nel Nord del Kenya attraverso una frontiera molto porosa e spesso si nascondo presso i campi profughi di Dadaab, i più grandi del mondo.

Cosa può dirci invece della situazione nigeriana?

In Nigeria è presente Boko Haram che sta tuttora compiendo numerosi attentati. Tuttavia questo movimento ha origini molto diverse e non è affiliata ad Al Qaeda. Inoltre la situazione è notevolmente peggiorata nella zona del Mali, diviso in due a seguito della dichiarazione d’indipendenza di aprile e il cui controllo è stato preso da gruppi islamici (legati questi ad Al Qaeda).

In che modo la Primavera Araba ha influito nelle dinamiche che stiamo commentando?

Senza dubbio la crisi libica ha influito moltissimo in tutta la fascia saheliana, quindi in quell’area che comprende Mauritania, Mali, Niger e Chad, subito a sud del Sahara. Dopo la caduta di Gheddafi, molti combattenti fedeli al regime sono tornati in questi che sono i loro Paesi d’origine, andando dunque a nutrire le milizie presenti di uomini e armi rubate dai depositi e commercializzate a costi più bassi. 

Quanto potranno intensificarsi gli attacchi in futuro?

Non è facile prevedere cosa accadrà ma, come ho detto, finché il gruppo di al Shabaab continuerà a perdere terreno gli attacchi molto probabilmente continueranno. Per quanto riguarda invece l’Africa dell’Ovest, la situazione resta molto critica dopo che il governo del Mali ha richiesto un intervento militare di una forza multinazionale sotto l’egida dell’Onu: per questo il rischio è di assistere a un’escalation di violenza, anche se più “convenzionale”. Infine, per quanto riguarda la Nigeria, è ormai chiaro che molto dipenderà dalle prossime elezioni del 2015: l’attuale presidente è cristiano ma, nel caso in cui dovesse essere sostituito da uno musulmano, è evidente che gli scenari cambierebbero notevolmente.

 

(Claudio Perlini)

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