DIARIO DAGLI USA/ Cercando voti a Filadelfia, dove bianchi e neri sono divisi da un quartiere

- Giacomo Possamai

A poche settimane dalle elezioni americane, GIACOMO POSSAMAI racconta la campagna di Barack Obama per la presidenza. Oggi, a caccia di voti facendo il porta a porta a Filadelfia

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Barack Obama (Infophoto)

“In questo college dal 1968 possono essere iscritti ragazzi e ragazze di tutte le etnie” recita una targa fuori dal Girard College, un immenso complesso scolastico che spacca in due il quartiere a sudovest di Filadelfia. Peccato che questa sia solamente la riga finale, preceduta da dieci righe che raccontano una storia di discriminazioni e di lotta per i diritti che lasciano traccia ancora oggi. Girard College era inizialmente una scuola censitaria, cui potevano accedere solo i bianchi, da un certo reddito in su.

Ma torniamo per un attimo al punto in cui c’eravamo lasciati ieri: l’arrivo di Laila, la ragazza olandese. Che sia tosta e abituata a comandare lo si capisce subito: appena arrivata ci divide zone e compiti. In patria è capo di gabinetto del vicesindaco di Amsterdam e si è presa un mese di ferie per seguire la campagna di Obama. E’ la nostra Field Organizer: in pratica ha il compito organizzare il minuscolo comitato del quartiere (Natalia, Giovanni ed io).

La mattina ci comunica che dovremmo andare a fare il porta a porta da soli, Giovanni ed io. Perché siamo pochi e le forze vanno ottimizzate. Noi, perplessi, obbediamo. La zona dove dobbiamo andare è la parte più malfamata del suburb di Girard, oltre il College. Filadelfia è caratterizzata da un’alternanza rapidissima, e apparentemente insensata, di quartieri splendidi e di zone visibilmente fatiscenti. Basta una strada o un parco di mezzo e sembra di trovarsi in un’altra città. Con Giovanni scopriremo presto quanto sia vero.

Aggirando l’enorme struttura del College ci troviamo in un luogo completamente diverso da quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle: finestre con i cartoni al posto dei vetri, porte completamente sverniciate, cumuli di immondizia per strada, case diroccate, moltissime porte murate dalla polizia causa sfratto degli ex inquilini. Ma è un’altra la cosa che ci colpisce: in una giornata intera passata nel quartiere incontriamo decine di persone. Sicuramente più di un centinaio. E sono tutte di colore, senza eccezioni. Anzi no, un’eccezione c’è: di cognome fa Cardillo, chiare origini ispaniche. Insomma, fa parte anche lui di una minoranza.

Cento metri più indietro la situazione è completamente diversa: la nettissima maggioranza degli abitanti è bianca. E non può non tornarci in mente la targa, davanti al College: dal 1968 sono passati 44 anni, ma al College il ragazzino bianco e quello di colore continuano ad arrivare da due lati diversi dal quartiere. Lo associamo con un’altra esperienza vissuta oggi: stamattina, per venire qui, abbiamo deciso di prendere l’autobus invece del treno. Sul treno la grande maggioranza dei passeggeri, direi 70 a 30, sono bianchi. Nei quattro autobus che abbiamo preso oggi gli unici bianchi eravamo noi. Conducenti compresi. Sembra di vivere in un mondo a compartimenti stagni, e in fondo lo è.

Ed è proprio con questa gente che andiamo a parlare a Girard, per ricordare loro che il 6 novembre si vota. Perché il tema vero è fargli presente che tra meno di tre settimane ci sono le elezioni: sono troppo impegnati a trovare un modo per sopravvivere per pensare a votare. Anche se, in realtà, quando chiediamo loro se supportano Obama le risposte sono univoche: “of course”, “100%”, “sure”. E tradiscono, tutti, un certo orgoglio. Perché uno di loro, alla fine, ce l’ha fatta. E loro non hanno nessuna intenzione di lasciarlo solo.

 

(Giacomo Possamai)



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