DIARIO DAGLI USA/ L’Election Day e quella “democrazia” a suon di tasse

Per POSSAMAI per Obama sarà durissima, anche più di quanto stia emergendo fino ad oggi sulla stampa. Al netto dei tanti limiti, la nostra democrazia (europea) io me la terrei stretta stretta

27.10.2012 - Giacomo Possamai
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Sono sull’autobus che mi riporta a casa, dopo due intensi giorni newyorkesi. E’ stata una bellissima parentesi, ma entro sera bisogna tornare a Filadelfia: domani è sabato e questo è il weekend delle prove generali per il Get Out The Vote. Oggi era la seconda giornata dedicata agli incontri. A pranzo avevo appuntamento con Jessica Shearer, una ragazza che nel 2008 lavorò nell’inner circle del team di Obama. Ma il suo volo ha un ritardo di due ore, per cui non riusciamo a vederci. Probabilmente recupereremo la settimana prossima. In compenso incontro Giovanna Botteri, storica inviata dei tg Rai, da 5 anni a New York. La raggiungo al quattordicesimo piano del palazzo dell’Associated Press, perché all’inizio di quest’anno la Rai ha deciso di chiudere la storica sede nella Grande Mela. Quindi gli uffici Rai sono ora ospitati nel palazzo della stampa internazionale, esattamente a fianco di quelli di Al Jazeera.

La prima cosa che mi colpisce dell’approccio della Botteri è la passione con cui parla di queste elezioni: sembra che parli del suo Paese e non di un stato di cui in fondo non è altro che un’osservatrice. Mi racconta di quello che sta accadendo in alcuni stati del sud degli Usa (per esempio l’Arizona). I repubblicani stanno inviando a casa di latini e afroamericani lettere false, utilizzando tre escamotage. Da un lato scrivono missive nelle quali sostengono che i documenti di ispanici e neri non sono più sufficienti per votare e li invitano a recarsi in uffici inesistenti per aggiornarli. Il punto è che l’informazione non è vera e serve solamente a disorientare l’elettore. Una seconda tecnica è l’invio di materiale elettorale con la data del voto sbagliata: poiché sono certi che quegli elettori non li voteranno, scrivono sui volantini la data sbagliata delle elezioni. Per esempio li invitano a recarsi ai seggi l’8 novembre, invece del 6. C’è un’ultima scorrettezza utilizzata dai sostenitori di Romney, in questo caso in Ohio: sbandierano ai quattro venti che in occasione del voto verranno controllati in modo accurato e puntiglioso i documenti. E’ un tema a cui ispanici e afroamericani sono molto sensibili: molti di loro non hanno il visto in regola o si sono trasferiti in un altro stato senza dichiararlo: spaventandoli si ottiene l’effetto di farli rimanere a casa. Prima di lasciarci, chiedo anche a lei chi vincerà. Mi risponde: “Il cuore mi dice Obama, ma la ragione mi dice che sarà durissima”.

He gli Usa non siano esattamente quella democrazia perfetta da noi tanto idealizzata, me lo conferma anche Federico Rampini, inviato di Repubblica negli Stati Uniti e scrittore di alcuni dei più interessanti bestseller politico-economici degli ultimi anni. Le scene degli elettori portati ai seggi con i pullman il giorno delle elezioni non corrispondono a quelle che noi consideriamo spontanee manifestazioni di partecipazione democratica, mi dice. E non stento a crederlo, visto che questa prima settimana nel comitato mi ha fatto capire che l’obiettivo del Get Out the Vote è esattamente questo. Rampini si diverte anche a sfatare anche qualche altro mito americano: parte dall’esempio dei trasporti pubblici per sfatare il mito delle poche tasse pagate dagli americani. Se devo pagare un biglietto di seconda classe per un treno fatiscente che mi porti da New York a Washington (circa due ore e mezza di viaggio) più di 200 euro, più di 8000 euro per l’università pubblica di mia figlia, migliaia di euro al mese per un’assicurazione sanitaria appena decente, per pagare un’aliquota che alla fine è 5-6 punti sotto la media europea, mi spiegate dov’è il vantaggio?

 

Il caso italiano ovviamente fa storia a sé, perché con un’evasione superiore ai 130 miliardi all’anno, le tasse sopportate dai contribuenti onesti sono insostenibili. Ragionamento che tra l’altro è proprio alla base del suo libro appena uscito, “Non ci possiamo permettere uno stato sociale. Falso!”, che smonta pezzo per pezzo la teoria della necessità di smantellare il sistema di welfare state europeo perché non più sostenibile.

 

Per concludere, i colloqui di ieri e di oggi mi fanno tornare a Philly, come la chiamano qui, con due consapevolezze. La prima è che per Obama sarà durissima, anche più di quanto stia emergendo fino ad oggi sulla stampa. La seconda è che, al netto dei tanti limiti, la nostra democrazia (europea) io me la terrei stretta stretta.

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