MEDIO ORIENTE/ I salafiti e le due “Palestine” mettono in crisi Hamas

- int. Janiki Cingoli

Per JANIKI CINGOLI, Hamas sta acutizzando le tensioni con Israele per rendere più difficile il riconoscimento della Palestina all’Onu, che comporta l’accettazione di alcuni compromessi

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“Si sono aperte le porte dell’inferno”. Hamas ha commentato con queste parole le incursioni dell’aviazione israeliana contro la striscia di Gaza. Nel corso delle operazioni, sono morti Ahmed Jaabari, capo del braccio armato di Hamas, e Raed Attar, un altro responsabile militare del partito islamista. Ilsussidiario.net ha intervistato Janiki Cingoli, direttore del CIPMO.

Cingoli, che cosa c’è dietro l’escalation tra Israele e Hamas?

Il fatto che dalla Striscia di Gaza partano dei razzi e dei missili diretti sulle città israeliane prima o poi avrebbe portato a una inevitabile reazione da parte del governo di Benjamin Netanyahu. Immaginiamoci che cosa farebbe il governo italiano se dall’Istria piovessero dei missili o dei razzi su Trieste. La crisi è pericolosa, la reazione israeliana è a rischio di escalation, sia per le legittime esigenze di difesa, sia perché il Paese si avvicina alla scadenza elettorale. Ma d’altra parte lo stillicidio di razzi continua, è inaccettabile e deve essere interrotto. E’ quindi urgente che mediatori come Egitto e Stati Uniti si mobilitino per fermare l’escalation.

Che motivo ha Hamas per provocare la reazione di Israele?

Le ipotesi sono due. Da un lato è in corso una elevata conflittualità tra Hamas e i gruppi salafiti, che è del tutto analoga alle tensioni al Cairo tra la Fratellanza musulmana e gli stessi salafiti. Questi ultimi compiono un’operazione di continuo scavalcamento nei confronti del “governo” di Hamas, mettendolo in difficoltà e facendo altrettanto con il presidente Mohamed Morsi. E’ anche possibile che alla vigilia dell’Assemblea generale dell’Onu, ci possa essere la tentazione da parte di Hamas di acutizzare la situazione per creare maggiori difficoltà per il percorso che Mahmoud Abbas e l’Autorità nazionale palestinese stanno cercando di intraprendere.

Quindi il vero obiettivo di Hamas nel bombardare Israele è quello di mettere i bastoni fra le ruote a Mahmoud Abbas?

Il punto è che Mahmoud Abbas sta cercando di ottenere il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore nell’assemblea generale dell’Onu. Ad Hamas non vanno bene i termini di questo riconoscimento, che prevedono la divisione della Palestina storica in due Stati sulla base dei confini del ’67 con possibili scambi territoriali. Nel frattempo anche nel Sinai la situazione sta sfuggendo di mano.

Quali sono le forze che premono perché ciò avvenga?

Si tratta dei gruppi jihadisti legati ai salafiti e alleati alle varie tribù beduine, che spesso sono infiltrate da elementi qaedisti. Sono forze molto legate ai gruppi jihadisti palestinesi. Mentre il ruolo giocato da Hamas consiste nel fare filtrare i rifornimenti di armi provenienti dal Sudan e da altre parti del mondo come l’Iran.

A proposito di Iran, quanto è vicino il raid di Israele contro Teheran?

Quanto sia vicino in questo momento forse non lo sa neanche Obama. Nel momento in cui Israele entra nel vivo della campagna elettorale, Netanyahu può essere più tentato di dare avvio al raid. Gli Stati Uniti faranno tutto quanto è in loro potere per bloccare uno sviluppo di questo tipo, ed è difficile che senza un appoggio di Washington compiano questa operazione.

 

Fino a che punto il rischio di un’atomica iraniana è davvero reale?

 

Non è infondato chiedersi come l’Iran possa tollerare una situazione in cui l’India, il Pakistan e Israele dispongono di armamenti nucleari, e soltanto Teheran ne è privo. Non dimentichiamoci che la stessa Russia, a sua volta dotata di bomba atomica, non è poi molto distante. E’ una situazione in cui è difficile dare una soluzione stabile alla questione nucleare iraniana, se non attraverso un riassetto degli equilibri, dei poteri e delle garanzie a livello regionale. Nello stesso tempo, nel momento in cui la leadership iraniana pronuncia minacce che mettono in discussione la stessa esistenza di Israele, quest’ultimo ha il diritto di sentirsi preoccupato.

 

La Francia e la Lega araba hanno riconosciuto i ribelli siriani. Se Assad crolla, c’è il rischio di un regime fondamentalista?

 

E’ indubbio, ed è quello che continua a ripetere la Russia che per bocca dei suoi dirigenti ha più volte ricordato che il suo obiettivo non è mantenere Assad al potere, ma sapere quello che avverrà il giorno dopo la sua caduta. Mosca chiede quindi di conoscere in anticipo il tipo di governo che verrà dopo e il tipo di garanzie che gli fornirà sulla sua area di influenza, e in particolare sul porto di Tartus. I ribelli in esilio sono riusciti a trovare un accordo, ma non c’è dubbio che tra le milizie presenti in Siria sono forti gli elementi qaedisti, e non solamente sunniti. Più in generale a essere in corso nel Paese non è l’insurrezione del popolo contro il tiranno, bensì una guerra civile tra componenti della società: gli alawiti, i cristiani e i curdi con Assad e i sunniti con i ribelli. A sostenere i primi sono Iran ed Hezbollah, mentre con i secondi ci sono Arabia Saudita, Qatar e Turchia.

 

Come si può uscire dalla crisi siriana?

 

Da situazione di questo tipo non si può uscire con una soluzione libica, cioè con una vittoria di una parte sull’altra. Né tantomeno con un intervento dell’Onu, vista la totale contrarietà della Russia. Si deve quindi andare verso una soluzione yemenita, con un consenso tra le diverse fazioni per cercare una via d’uscita comune che non necessariamente vedrà al potere ancora Assad, ma dovrà garantire a chi lo ha sostenuto il suo spazio e la sua sopravvivenza. Assicurando inoltre il soddisfacimento di alcune richieste di Russia e Iran da un lato, e dei Paesi sunniti dall’altra. L’unica alternativa è una guerra civile prolungata che non avrà soluzioni a breve termine.

 

(Pietro Vernizzi)

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