J’ACCUSE/ Frattini: Assad tortura i cristiani siriani per ricattare la Chiesa

- int. Franco Frattini

Per FRANCO FRATTINI, il regime di Damasco riserva ai cristiani un trattamento ancora più duro di quello per i musulmani, nella speranza che le comunità cristiane difendano lo status quo

FrattiniFrancoMeetingR439
Franco Frattini (Infophoto)

“Il regime di Assad sta torturando i cristiani, con un trattamento ancora più duro di quello riservato ai musulmani, nella speranza che le comunità cristiane in Siria sentendosi sotto pressione si mobilitino in difesa dello status quo”. A rivelarlo a Ilsussidiario.net è il responsabile Affari esteri del Pdl, Franco Frattini, grazie a cui sabato un gruppo di attivisti siriani in visita in Italia si è incontrato con un alto esponente del Vaticano. Un colloquio senza precedenti che è avvenuto purtroppo alla vigilia della strage di bambini da parte del governo di Damasco in un campo da calcio a Deir al-Asafir. Come sottolinea Frattini, “gli attivisti che combattono Assad mi hanno fornito piene garanzie che il loro obiettivo non è né sottomettere né espellere le comunità cristiane, ma anzi faranno di tutto affinché esercitino un ruolo di primo piano nella transizione e nella Siria democratica”.

Da cinque giorni l’Egitto sta manifestando contro Morsi, e quando in settembre il presidente egiziano è venuto in Italia, il governo Monti lo ha accolto senza dire una parola sul rispetto della democrazia, dei diritti delle donne e dei cristiani. Per l’Italia gli interessi economici vengono prima dei diritti umani?

Noi non lavoriamo sulla base di interessi economici, che sono pure importanti, ma di principi in cui l’Italia crede fortemente, primo fra tutti la democrazia nel mondo arabo. Abbiamo fatto presente molte volte tutto questo, come lo hanno fatto anche il ministro Giulio Terzi, mio successore, il presidente Monti e il presidente Napolitano, richiamando la necessità che i diritti di tutti vengano rispettati. E’ evidente poi che di fronte a decisioni forti come il recente decreto del presidente Morsi, sarà necessario attendere l’esito della giustizia egiziana.

Ma è giusto che l’Italia taccia di fronte all’accentramento dei poteri da parte dei Fratelli musulmani?

L’Egitto sta lavorando per diventare faticosamente un Paese democratico e ci vorrà del tempo. Noi non possiamo dimenticare che in passato vi erano sì rapporti tra l’Egitto e l’Occidente, ma vi era anche una diffusa violazione dei diritti, tanto che i cristiani copti sono stati colpiti più e più volte, con una risposta molto debole della polizia di Mubarak. Con la presidenza di Morsi si è fatto quindi un passo avanti, anche se molte cose ovviamente si devono ancora consolidare.

Che cosa si aspetta veramente il popolo siriano dalla comunità internazionale?

Di recente ho incontrato i giovani siriani che stanno frequentando un master presso la Sioi, la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale che ho il piacere di presiedere, soffermandomi a parlare a lungo con loro. Il popolo siriano si aspetta che la comunità internazionale tolga il veto a quelle misure che potrebbero veramente aiutarlo. Una forza di stabilizzazione delle Nazioni Unite, o anche solo una forza di aiuti umanitari sarebbe sufficiente, ma finora il blocco ha prevalso. Ci si aspetta una comunità internazionale più forte, meno timida verso la rivoluzione e questa disperata resistenza, che di sicuro porterà alla caduta del regime, ma a prezzo di troppe vite umane.

 

A che cosa si riferisce quando parla di un intervento umanitario della comunità internazionale in Siria?

 

Mi riferisco alla proposta dell’inviato dell’Onu, Lakhdar Brahimi, che punta a creare forze di stabilizzazione sul terreno che possano aiutare le persone più in difficoltà. Non ho in mente quindi un’azione militare come quella in Libia. Sono inoltre necessarie forme di aiuto ai rifugiati: dobbiamo venire incontro al Libano, alla Giordania ma soprattutto alla Turchia. Questi tre Paesi stanno facendo fronte a dei flussi di rifugiati assolutamente enormi, e finora è mancato un piano strategico per venire loro incontro.

 

Sabato a Roma lei si è incontrato anche con gli attivisti siriani. Che cosa è emerso?

 

E’ emerso qualcosa di molto bello. Gli attivisti siriani hanno incontrato in mia presenza una personalità eminente del Vaticano e c’è stato un confronto sul diritto dei cristiani e sull’importanza che loro attribuiscono al fatto che i cristiani esercitino un ruolo nella società siriana fin da ora, e soprattutto dopo la liberazione. Abbiamo avuto un messaggio rassicurante che i sunniti, gli alawiti e coloro che vinceranno non sottometteranno e non espelleranno le comunità cristiane, anzi le considereranno innanzitutto siriane.

 

In Siria sono in corso delle violazioni dei diritti dei cristiani?

 

Vi sono state delle aggressioni da parte del regime, addirittura con delle torture nei confronti dei cristiani, ancora più dure di quelle riservate ai musulmani. Ciò con l’obiettivo di infierire sui cristiani e sperare che la comunità cristiana si mobilitasse per mantenere lo status quo. Ciò non è avvenuto e non avverrà mai.

 

Anche le forze ribelli attaccano le comunità cristiane?

Ci sono certamente delle forze estremiste di tipo salafita, contro cui noi abbiamo messo molto in guardia i rivoluzionari siriani. Ogni violenza da parte di questi gruppi non aiuta certo la rivoluzione, ma loro ne sono consapevoli.

 

Il Papa ha più volte richiamato al dialogo per risolvere la questione siriana. E’ veramente possibile la pace in Siria senza che la comunità internazionale dialoghi con l’Iran?

 

L’Iran sta ancora esercitando un ruolo negativo e non positivo di appoggio al regime. Il dialogo può avvenire con tutti tranne che con Assad. Noi potremmo immaginare una soluzione di tipo yemenita dove un esponente autorevole prenda il posto dell’attuale presidente con libere elezioni, ma purtroppo tutte le proposte in questo senso sono state rifiutate. Quindi non credo ci sia spazio per il dialogo politico con Assad e con i suoi collaboratori.

 

L’Italia ha perso il ruolo di primo piano che aveva un tempo nella mediazione tra israeliani e palestinesi. Si è troppo appiattita sulla posizione dei suoi alleati, e in particolare di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia?

 

Gran Bretagna e Francia all’Onu voteranno in modo diverso sulla Palestina, e quindi non esiste nessun asse Stati Uniti-Gran Bretagna-Francia. L’Italia si ritiene il migliore amico di Israele in Europa, ma al tempo stesso ha sempre sostenuto la causa palestinese. Il nostro sforzo deve andare nella direzione di avere un’Europa unita, evitando che alcuni Paesi votino a favore, altri contro e altri ancora si astengano. L’unica nostra forza è lavorare per una risoluzione unitaria dell’Europa. Gli sforzi dell’Italia in queste ore vanno in questa direzione.

 

Infine una domanda di politica interna. Berlusconi ha lanciato il Monti bis e annunciato la creazione di un suo partito. Che cosa ne pensa?

 

Sono sempre stato favorevole a un’ipotesi di una continuazione dell’impegno del governo Monti. Ascolteremo le opinioni di tutti. La mia “stella cometa” è sempre stata la creazione in Italia di un PPE italiano, cioè una grande aggregazione dei moderati.

 

Quindi non aderirà al partito di Berlusconi?

 

Sono tutti retroscena con interpreti più o meno chiari delle parole di Berlusconi, che non ha ancora detto nulla e non so se davvero presenterà un suo partito.

 

(Pietro Vernizzi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori