ELEZIONI USA/ Valesio (Columbia): io, americano da 40 anni, stavolta non voto

- Paolo Valesio

Secondo PAOLO VALESIO, naturalizzato statunitense, in questa particolare occasione non andare a votare può essere il modo per parlare al potere con il linguaggio della verità  

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“Non posso soffrire i votanti incerti”, ha detto a un giornalista un attivista di uno dei due grandi partiti americani che si affrontano in questi giorni. Quella che segue non è una confessione, che sarebbe ristretta a un ambito puramente personale, ma un’ammissione, ovvero una testimonianza su qualche cosa che può ben essere di interesse generale. Sono sempre esistite, negli Stati Uniti come in ogni altro paese, delle “comunità inammissibili” (come dice il titolo di un breve libro di Maurice Blanchot, La communauté inavouable  –  titolo la cui promessa resta più suggestiva del libro stesso); vorrei descrivere brevemente tre di tali comunità qui e oggi, in questo scorcio di campagna elettorale.

Una comunità inammissibile l’ho appena menzionata: è quella dei votanti incerti. Nel mio ambiente professionale così come in quello personale vige tra le persone “impegnate” un pensiero unico, e uno solo dei due totem politici è accettabile; essere incerti è giudicato negativamente (ma è sempre meglio della scelta dell’altro totem: quella, porterebbe a una scomunica de facto). L’altra “comunità inammissibile” è quella di chi non vota – per scetticismo, per disinteresse, per stanchezza, per disincanto. Fra i “giovani” professionisti colti, occupati o sottocupati (diciamo, le persone tra i venti e i quarant’anni) che io conosco, ce ne sono, accanto a quelli che sostengono fieramente il pensiero unico di cui dicevo, vari altri che hanno rinunziato a mettersi in campagna, e il 6 novembre non si faranno vedere ai seggi elettorali.

Lascio agli specialisti lo studio di questo fenomeno, e passo all’ultima comunità: la più ristretta, la meno ammissibile, la più somigliante a una tribù sparsa piuttosto che a una vera e propria comunità, o addirittura a un branco piuttosto che una tribù. Siamo pochi, ci riconosciamo per istanti e poi finiamo confusi nella folla. Sto parlando di coloro dei quali non sarebbe esatto dire che non votano: essi piuttosto esprimono un non-voto. Può sembrare una distinzione di lana caprina – una di quelle mosse in cui si specializzano gli intellettuali francesi alla moda.

E invece no: è una differenza autentica, e sofferta. Chi non-vota o vota-no è una persona che segue appassionatamente la politica, ma per un complesso di ragioni questo mese tenterà di dire il suo “no” come cosa diversa dal mettersi in pantofole. Dopo circa quattro decenni di vita statunitense e di lavoro (di cui sono debitore a questa società) con tanto di pagamento di tasse, e dopo avere disciplinatamente espresso un voto americano per molti anni, questa volta sento di dover fare un piccolo passo di lato.

E la ragione è una sola: sono stanco del sangue sparso, da tutte le parti; sento il suo odore, e mi nausea. Seguendo i dibattiti televisivi e gli articoli di giornale e i frammenti di conversazione politica all’intorno mi sono sentito cadere addosso il peso della violenza emanante da questo paese come un peso personale. E non mi importa più tanto se questa violenza sia necessitata o almeno giustificabile: la avverto come peso sulla coscienza e ciò mi basta. 

È una sensazione o un sentimento piuttosto che un ragionamento? È una presa di posizione irrazionale e sentimentale, di quelle che una volta (prima del femminismo) si sarebbero dette femminili? È l’anima dentro la mia psiche di uomo che si fa troppo sentire – così come simmetricamente si potrebbe dire, delle donne qui che adottano un linguaggio bellicoso, che in esse l’animus (mi riferisco ovviamente alla ben nota coppia dialettica teorizzata da Jung) emerga forse anche troppo chiaramente? Tutto questo è probabile, ma così si entra in un’auto-analisi che rischia il solipsismo. Quello che resta e conta è la  testimonianza come possibilità di oggettivazione.      

Obbedirò con lealtà, da buon cittadino, a chi fra pochi giorni diventerà il più potente personaggio politico-militare al mondo; ma quest’anno non lo andrò a votare. E non sarà una mossa contro, bensì una mossa pro, compiuta in nome di quella che una forte tradizione pacifista americana definisce come l’esigenza di “speak truth to power” – una bella espressione che è difficile tradurre bene; si potrebbe dire: “parlare al potere il linguaggio della verità”.

Senonché questo richiamo a un termine grave e pesante come “verità” per me in questa situazione è già troppo solenne, quasi pomposo; dunque taglio via questa parola. Quando martedì prossimo non potrò girare per strada con il piccolo distintivo che qui ti appiccicano al bavero quando esci dalla cabina elettorale e che dice “Io ho votato”, sarà il mio modestissimo modo di parlare al potere. Per dire che cosa? Beh, ci sono tanti modi di parlare – e uno di questi è tacere: anche la non-parola del non-voto può essere una parola.

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