TURCHIA/ Selin Sanli: stare fuori dall’Ue è stata la nostra salvezza

- int. Selin Sanli

Per SELIN SANLI, la Turchia è in pieno boom economico, e se paragonata al baratro della vicina Grecia, non si può certo rimpiangere il fatto di essere stati lasciati fuori dall’Europa

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Immagine di repertorio

Se un tempo la Turchia sognava l’Europa, oggi l’Ue non è più sinonimo di progresso ma della miseria e della disoccupazione della vicina Grecia. Lo dimostra il fatto che secondo un sondaggio dell’Università del Bosforo, pubblicato sul quotidiano Vatan, oggi soltanto il 47,1% dei turchi ha un’opinione positiva dell’Europa, contro il 73% del 2003. Se nove anni fa il 74% della popolazione avrebbe votato “sì” a un referendum sull’ingresso nell’Ue, oggi solo il 51% si esprimerebbe in modo favorevole. Selin Sanli, corrispondente da Firenze della radio televisione turca Trt, commenta per Ilsussidiario.net i risultati del sondaggio.

Per quale motivo i turchi che hanno un’opinione positiva dell’Europa sono sempre di meno?

La causa principale è la crisi economica. Abbiamo visto la nostra vicina Grecia sprofondare nel baratro e mettere in svendita ogni cosa. Un tempo l’Unione Europea era una potenza politica ed economica, ma dopo quanto è avvenuto ad Atene e in seguito alla crisi economica e politica dell’Italia che sembra non avere mai fine, le cose sono cambiate. Per tutto questo insieme di fattori l’Unione Europea è diventata meno attraente. Ankara ha retto meglio di Atene alla recessione globale? Non soltanto ha retto, ma oggi la Turchia sta attraversando una fase di boom economico, è in forte crescita e spero che continui su questa strada. Il premier Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che è mancato poco che la crisi toccasse anche noi, ma per fortuna ce l’abbiamo fatta.

Per quale motivo la Turchia è rimasta immune dalla crisi economica?

Soprattutto perché non fa parte dell’Unione Europea. A ciò si aggiunge il fatto che i costi della manodopera nel nostro Paese sono molto più bassi, e i prezzi dei prodotti turchi sono di conseguenza più contenuti. Le aziende tessili italiane, anziché fare cucire le giacche negli stabilimenti del Belpaese, delocalizzano in Turchia dove tutto costa la metà, compresi i viaggi e la stessa dogana. Nello stesso tempo però il nostro Paese è facilmente raggiungibile dall’Europa, i suoi abitanti hanno ricevuto un’educazione di buon livello, lavorano e sono pagati, anche se i salari sono più bassi rispetto agli standard del Vecchio Continente.

C’è qualche settore che sta andando particolarmente bene?

Il nostro è un Paese ricco di materie prime, e quindi tutti i settori stanno trainando. Di recente per esempio c’è stato un boom della fiction turca, che ha registrato il picco nel 2011. Le serie tv prodotte nel nostro Paese sono state vendute in 24 Stati nel mondo, inclusi quelli non islamici come la Romania, l’Ungheria e la Repubblica Ceca, generando un fatturato da 60 milioni di dollari. Noi sappiamo imparare, è questa la chiave del successo turco.

 

Il giudizio dei turchi sull’Europa deriva anche dalla delusione per il fatto di esserne stati esclusi?

 

Sicuramente pesa anche questo fatto. Ancora oggi per esempio ai turchi che desiderano visitare l’Ue è chiesto il visto. La forte crescita della nostra economia fa sì che quanti dal nostro Paese si recano in Italia, soprattutto nelle città turistiche come Firenze, lo fanno per spendere e non certo per trovare lavoro. Eppure siamo sempre trattati come potenziali immigrati, e questo un po’ ci indigna. A un cittadino turco che vuole venire in Italia, l’ambasciata chiede quante case possiede, qual è il suo reddito e altre domande un po’ vessatorie che ci mettono abbastanza in soggezione.

 

Quali sono le conseguenze di questo atteggiamento?

 

Nei confronti di un potenziale turista che è contento di vivere in Turchia, che non penserebbe di emigrare per nessun motivo, e che vorrebbe soltanto trascorrere tre giorni a Roma e tre giorni a Venezia, diventa un disincentivo a recarsi in Italia. Sono questi piccoli fatti a creare risentimento nei confronti della burocrazia dell’Unione Europea. Noi turchi abbiamo capito che siamo forti anche senza l’Ue, anzi molti di noi pensano che sia una fortuna esserne stati esclusi, perché se le cose non fossero andate così oggi staremmo peggio. Fino a un paio di anni fa il fatto di essere stati lasciati fuori ci pesava, oggi stiamo bene anche senza Ue.

 

Il 64% dei turchi teme che un’adesione all’Ue andrebbe a scapito dei valori islamici. Quanto conta la religione nel giudizio negativo sull’Europa?

 

Noi turchi siamo sempre stati diversi dagli altri musulmani: dal punto di vista della mentalità ci sentiamo certo più europei che arabi. Non nego che la gente possa avere paura di quello che non conosce. Io però sono musulmana, ma vado in chiesa quasi tutti i giorni e mi fa tantissimo piacere. Pur nelle rispettive differenze, tanto il Cristianesimo quanto l’Islam sono religioni monoteiste e vedo soltanto punti d’incontro tra di loro. Di recente sto leggendo la Bibbia, e se si conoscessero tutti gli elementi che abbiamo in comune tra turchi ed europei non ci sarebbe più questa paura. Ritengo che in un futuro più o meno lontano, magari tra 50 o 60 anni, il conflitto tra la civiltà occidentale e quella orientale cesserà e gli estremisti smetteranno di esistere.

 

(Pietro Vernizzi)

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