ITALIANO RAPITO/ Il generale: non abbiamo in mano nulla da negoziare

- int. Fabrizio Castagnetti

Un ingegnere italiano è stato rapito in Siria insieme a due colleghi russi. Non è il primo caso: secondo il generale FABRIZIO CASTAGNETTI un intervento diplomatico non sarà cosa semplice

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foto: Infophoto

“Se non ci sono rapporti diplomatici coltivati nel tempo, quando accadono episodi del genere è assai difficile poi intervenire”. A dire così è il generale Castagnetti, contattato da Ilsussidiario.net, parlando del rapimento dell’ingegnere italiano Mario Belluomo accaduto ieri in Siria in circostanze ancora tutte da chiarire. Quello che si sa al momento è che insieme a lui sono stati rapiti anche due colleghi russi, cosa che, come sottolinea Castagnetti, visto il ruolo della Russia di grande sostenitore del regime Assad, “fa pensare che autori del rapimento siano elementi rivoluzionari che in questo modo hanno in mente qualche ritorsione o ricatto nei confronti proprio della Russia”. Certo è che il pensiero va ai due italiani rapiti la scorsa estate e liberati dopo una settimana soltanto senza che ci furono richieste di riscatto: “La situazione attuale in Siria è estremamente confusa e nessuno è in grado di dire cosa stia succedendo realmente. Certo è che la nostra diplomazia non ha molte carte da giocare sul territorio siriano”.

Siamo davanti a un nuovo rapimento di un lavoratore italiano in Siria: il ministro Terzi ha promesso il massimo impegno per risolvere il caso.

Non sarà facile. L’Italia, ma anche molte altre nazioni occidentali, non hanno mai coltivato un grande rapporto con la Siria e non parlo di oggi, quando data la situazione di guerra civile sarebbe impossibile. Parlo di una situazione contingente che è durata per decenni.

Ci spieghi meglio.

Quando ero a capo della missione in Libano nel periodo 2006-2008, ma anche prima, quando mi recai alla fine degli anni settanta proprio in Siria, non potei fare a meno di notare il totale isolamento diplomatico della Siria da parte delle potenze occidentali, Italia in particolare. Di tutti i Paesi dell’area, la Siria non era certo quello più “diabolico”; eppure, secondo me, è sempre stato abbandonato al suo destino.

Per cui oggi è difficile per un paese come il nostro intervenire dal punto di vista diplomatico in un caso come quello dell’ingegnere italiano rapito?

Direi di sì, non ci sono leve molto forti da parte nostra su cui fare pressioni. Poi la situazione recente, che ha visto i paesi occidentali schierarsi tutti contro Assad, non faciliterà certo richieste di aiuto. Mi avete fatto pressioni di ogni tipo, potrà dire Assad, e adesso volete il mio aiuto? 

Rapporti internazionali non sufficientemente diplomatici?

Rapporti che richiedono di essere più pragmatici se poi si ha bisogno di cooperazione e di interventi comuni. 

Tornando al rapimento in atto, è possibile capire chi ne sia l’autore?

Possono essere criminali comuni che vogliono chiedere un riscatto all’azienda, come possono essere ribelli anti Assad, visto che hanno rapito anche due russi. Attualmente è difficile capire cosa succeda in Siria: la notizia del ritiro del personale Onu ci può indirizzare verso una certa direzione, ma quello che è più significativo è il commento del viceministro russo che ha fatto cenno alla possibile caduta di Assad.

Lei lo ritiene realistico?

Se questo commento corrisponde alla situazione reale sul terreno non lo so. Il fatto che non ci siano state più fughe di ministri, generali o alti funzionari di Assad potrebbe invece far supporre il contrario, e cioè che la situazione è stagnante. Gli attentati a Damasco ci sono sempre stati e gli aeroplani di Assad continuano a bombardare, quindi è evidente che ci sono ancora aeroporti in mano al regime. Poi ogni tanto salta fuori che l’aeroporto stesso di Damasco è in pericolo, ma ripeto: è tutto molto confuso.

 

E adesso ci troviamo davanti al rapimento di un connazionale.

 

Vorrei al proposito sottolineare come la nostra stampa non parla molto di questioni internazionali, tantomeno di Siria, eppure lì ci saranno giornalisti. Ma non si legge quasi niente e rimango basito di questo nostro provincialismo.

 

Lei ha avuto modo di essere sul territorio medio orientale, come ci ha detto: è sempre stato così?

 

Durante le mie permanenze in Libano ma anche in Siria mi sono sempre meravigliato che non ci fosse nessuna iniziativa della comunità internazionale, o anche di singoli stati, nei confronti della Siria che è un attore fondamentale nel quadro del Medio oriente per risolverne i conflitti. La Siria tra l’altro era un paese orientato al mondo occidentale, anche se ovviamente non un paese democratico perché il primo Assad era molto più terribile del figlio. Ma non c’erano estremisti perché i siriani al potere non sono radicali come i sunniti. 

 

Allora la Russia era già sostenitrice della Siria?

 

Non tanto dal punto di vista politico, ma da quello militare certamente. Può essere che la presenza della Russia dietro al regime siriano abbia sconsigliato di intraprendere un discorso diplomatico, ma va ricordato che ci sono tante questioni rimaste aperte dal punto di vista siriano.

 

Ad esempio?

 

Non dobbiamo dimenticarci che il Golan è territorio siriano oggi annesso a Israele, un problema mai affrontato. Israele ha restituito a Egitto e Giordania i territori occupati, ma il Golan no e  la questione siriana è rimasta tabù. Certo, le alture del Golan sono fondamentali per la sicurezza di Israele, però è un dato di fatto che è territorio conquistato e annesso. Così come le famose quattordici fattorie di Sheb’a, che rappresentano la scusa per Hezbollah di rimanere armato. Si tratta di territorio siriano anche quello occupato da Israele: perché la comunità internazionale non crea un gruppo di lavoro per determinare a chi appartengono queste fattorie? Sono tutti “misteri” siriani che anche nell’ottica di un ipotetico dopo Assad non promettono nulla di buono.

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