ARGENTINA/ Una “guerra civile” mette a rischio la democrazia

- Arturo Illia

Da qualche giorno l’Argentina è scossa nuovamente da un’ondata di saccheggi nei riguardi di supermercati e negozi di tutto il Paese. Ce ne parla ARTURO ILLIA

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Cristina Kirchner

Da qualche giorno l’Argentina è scossa nuovamente da un’ondata di saccheggi nei riguardi di supermercati e negozi di tutto il Paese. Il fenomeno non è assolutamente nuovo e rientra in quella che ormai è una vera e propria guerra che rischia di dividere la Nazione e che ha messo a repentaglio per l’ennesima volta la già fragile democrazia. Ampiamente previsti dalle autorità, i saccheggi sono iniziati nella città patagonica di Bariloche con l’assalto a un ipermercato. Gruppi di facinorosi si sono avvicinati a bordo di camion e hanno iniziato letteralmente a rubare quanto possibile, ma sopratutto articoli voluttuari quali televisori, elettrodomestici, profumi, ecc., tralasciando invece gli alimentari.

Ci si è resi subito conto di quanto la manovra fosse solo all’inizio e che lo spettacolo a cui si assisteva altro non era che una replica di quanto già accaduto nell’1987 e nel 2001, fatti che portarono rispettivamente alle dimissioni dei Presidenti Alfonsin e De La Rua. La certezza si è avuta quando i saccheggi si sono estesi su tutto il territorio nazionale con un bilancio di due morti e diversi feriti negli scontri con la polizia, che però in molti luoghi ha dovuto arginare la sommossa praticamente disarmata.

Che il clima in Argentina fosse rovente lo si era capito dal successo della manifestazione autoconvocata contro l’attuale Governo l’8 novembre scorso: più di due milioni di persone scese in piazza per protestare, questo sì, democraticamente, contro le manovre di una parte politica dominante che vuole ergersi a oligarchia, ispirandosi al modello venezuelano di Chavez e bandendo con tutti i mezzi possibili il pensiero differente. Quella dell’8N (come venne chiamata) era stata la seconda convocazione di massa: il suo successo ha spinto il Governo a istituire una contromanifestazione per il giorno 7 dicembre, in contemporanea con l’applicazione de la Ley de Medios, specialmente nei confronti del Gruppo Clarin, un multimedia oppositore dell’attuale potere.

La gestione dei mezzi di informazione in Argentina è stata per anni sottoposta alle modifiche apportate dall’ex Presidente Menem a una legge promulgata dalla Giunta militare tristemente al potere negli anni ‘80. In pratica la nuova legislazione impedisce la proprietà multimediale da parte di gruppi egemonici, quali appunto il Gruppo Clarin, quello della Spagnola Telefonica e quello del Gruppo Perfil. Cosa condivisibilissima, ma che nasconde una curiosa eccezione: l’attuale Governo controlla, direttamente o attraverso gruppi economici a lui vicini, l’80% del mercato multimediale: in pratica la legge che si pretendeva di far applicare era disattesa proprio da chi l’ha approvata ma inapplicata per anni.

Fatto che ha provocato una reazione di gran parte della società ed elemento tra le ragioni delle proteste di settembre e novembre: in pratica se il potere legislativo avesse accolto l’appello governativo, l’Argentina si sarebbe trovata con un monopolio mediatico, in barba alla democrazia. Ma la corte di Giustizia ha respinto il tutto, rovinando la “festa” che di fatto non è stata solo un colossale buco nell’acqua, ma sopratutto uno schiaffo politico di dimensioni inaspettate alla Presidente Cristina Fernandez de Kirchner, che ha subito reagito con discorsi chilometrici occupando tutte le reti televisive e accusando la magistratura di essere “il cancro della democrazia”.

Approfittando del 29° anniversario della restaurazione democratica in Argentina, avvenuta nel 1983 con il radicale Alfonsin, il Governo ha organizzato un evento per il 10 dicembre nella storicissima Plaza de Mayo in risposta, a suo modo di vedere, alle manifestazioni di segno opposto: la piazza si è riempita, ma, altro caso curioso, attirata da un contemporaneo megaconcerto che ha visto partecipare i musicisti più famosi del Paese, tutti profumatamente pagati, a cui ha fatto seguito l’ennesimo megadiscorso a reti unificate di sempre. Con quali accenti è facile immaginare, anche perché i lettori del Sussidiario sono a conoscenza della distorsione mediatica attuata dall’attuale esecutivo sulla vicenda storica dei diritti umani nell’epoca dittatoriale sulla quale l’entourage kirchnerista pretende il monopolio della condanna e del giudizio.

Il Paese sta attraversando una crisi economica durissima, con un’inflazione galoppante che ha portato il costo della vita a livelli altissimi, fatto smentito ripetutamente dal Governo ma vissuto quotidianamente dagli argentini, oltre che a un aumento delle tasse. La crescita economica, che dal 2001 marciava a livelli asiatici, si è bloccata e il lavoro inizia a scarseggiare. I salari godono di aumenti sì, ma non proporzionati all’inflazione e il Governo continua a “espropriare” sulle pensioni, negando da anni la riparametrazione non solo votata per legge, ma anche imposta dal potere legislativo. E la maggior parte dei sindacati ha risposto a tutto questo con uno sciopero nazionale, avvenuto in novembre, che ha bloccato l’intero Paese.

Siamo ormai di fronte a una Nazione spaccata in due, dove i saccheggi, come nelle altre occasioni citate sopra, non sono scoppiati per caso… e difatti è ancora un susseguirsi di reciproche accuse: ha iniziato il Ministro Anibal Medina, accusando i sindacati di aver promosso le manifestazioni ma forse dimenticandosi che in altre occasioni le stesse frange hanno appoggiato interessi governativi. Immediata la risposta del leader della Cgt, il più forte sindacato locale: Hugo Moyano, dopo aver invitato il Governo a fornire prove tangibili, ha rigirato la cosa parlando di una chiara manovra del potere per fare un uso vittimistico dell’accaduto e rafforzare la propria immagine.

Di certo quanto successo ha messo in secondo piano due fatti accaduti, quali il licenziamento del giornalista televisivo Marcelo Longobardi, che da anni gestiva programmi sia radiofonici che televisivi di dibattito di indiscusso successo ma purtroppo per un gruppo mediatico (quello di CN5) passato nelle mani dell’impresario kirchnerista Cristobal Lopez, e la statalizzazione della Rural, il maggior centro espositivo del Paese, dove ogni anno si tiene la fiera omonima, tra le più importanti del mondo in campo agricolo. La costruzione , di grande valore storico e artistico, era di proprietà della Sociedad Rural, la più grande associazione di agricoltori e allevatori del Paese, a cui venne venduta negli anni Novanta dal Presidente Carlos Menem.

Molti hanno interpretato questo fatto come una chiara vendetta “ritardata” da parte della Presidente per il conflitto scoppiato anni fa con il mondo rurale, cosa che l’aveva portata a un passo dalle dimissioni. Ma sopratutto a una spaccatura con questo settore, il più importante del Paese, tuttora vigente e sulla cui comprensione vi rimandiamo a un’intervista realizzata con uno dei suoi personaggi più rappresentativi , il Dottor Gonzalo Villegas, che sarà presto pubblicata su queste pagine.

Di certo è da notare come la sostanziale mancanza di dialogo, di confronto veramente democratico e di reciproco rispetto stia portando a una crisi profonda una Nazione che, nella congiuntura mondiale che investe il mondo, avrebbe tutti i numeri necessari per essere una bellissima eccezione…. l’America tanto sognata dai nostri connazionali che, a ondate, l’ hanno popolata.

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