DIBATTITO/ Milbank: ai movimenti di protesta manca un “senso religioso”

- int. John Milbank

Per JOHN MILBANK, “di fronte a Occupy Wall Street, la Chiesa inglese e americana dovrebbero coordinare nuove forme di dibattito e convincere i manifestanti a riflettere sui loro obiettivi”

occupy-wall-street
Una manifestazione di Occupy Wall Street

“Di fronte a fenomeni come Occupy London o Occupy Wall Street, la Chiesa inglese e americana dovrebbero proporsi come mediatrici, cercando di coordinare nuove forme di dibattito e convincendo i manifestanti a riflettere meglio sui loro obiettivi. Il rischio da scongiurare è che queste proteste spontanee siano strumentalizzate dai partiti politici più estremisti, come purtroppo è avvenuto più volte”. Ad affermarlo, nel corso di un’intervista a Ilsussidiario.net, è il teologo inglese John Milbank. Per il professore dell’Università di Nottingham, “dal punto di vista finanziario la City of London (cioè il centro finanziario, ndr) gode di una serie di privilegi, di cui beneficia solo una piccola minoranza e che vanno ben al di là di un normale controllo democratico. E’ contro queste ingiustizie che andrebbe convogliata la protesta di Occupy London, invece di disperderla su altri obiettivi”.

Professor Milbank, fino a che punto proteste come quelle di Occupy Wall Street e di piazza Tahrir saranno in grado di cambiare realmente la società?

E’ impossibile predire il futuro, ma in entrambi i casi si tratta di fenomeni significativi e nuovi dal punto di vista sociale e politico. Queste proteste non emergono da gruppi sociali o da ideologie definite, proprio per la loro caratteristica singolare di manifestazioni spontanee. L’elemento che le accomuna in tutto il mondo è la percezione che vi sia una nuova oligarchia, la cui esistenza è rimossa anche dalla coscienza della classe media. Si tratta di una semplice reazione della gente che tende sempre di più a coalizzarsi. E’ questo a portare le persone a riunirsi nelle strade dal Cairo a New York, da Homs a Londra.

Lei è stato testimone diretto degli eventi di Occupy London (l’analogo inglese di Occupy Wall Street, ndr). Che cosa ha osservato?

Ciò che ho notato con grande frequenza è la presenza in mezzo alla folla di gruppi che puntavano a “impossessarsi” delle manifestazioni spontanee. Lo spettro di chi protestava era molto variegato, andava dai movimenti politici più radicali fino alla Chiesa. E la conseguenza era che tra gli stessi contestatori nascevano a volte discussioni molto accanite.

In molti si sono chiesti se proteste come quelle di Occupy Wall Street o di piazza Tahrir siano realmente spontanee, o se in realtà siano manovrate da poteri occulti o da veri e propri partiti politici …

Le persone coinvolte in questi avvenimenti non sono molto organizzate né hanno ben chiari quali sono i loro obiettivi, e questo potrebbe impedire ad essi di essere realmente incisivi. Ma il fatto più significativo è che in passato la maggior parte delle rivoluzioni sono state messe in atto dalla classe media. La stessa che oggi si sente alienata per il fatto di non riuscire a trovare un lavoro, e per il timore di perdere il suo benessere. Questo fattore ha avuto delle grandi implicazioni, scatenando una sorta di rivoluzione.

 

Quali sono le principali somiglianze e differenze tra le proteste di Occupy Wall Street e la Primavera araba?

 

L’elemento comune è stata la sensazione di distanza dai poteri oligarchici, cioè da poche persone con benefici sproporzionati rispetto a quelli della massa. Da un lato quindi nei Paesi arabi c’è stata la ribellione contro figure dittatoriali e leggi quasi criminali. Dall’altra c’è stato il desiderio di rivendicare un futuro diverso. In Occidente le persone scendevano in piazza contro alcune pratiche estreme proprie dei mercati globali. Ci sono alcuni elementi della Primavera araba che non sono affatto peculiari del Medio oriente, ma d’altra parte ci sono alcuni elementi più complicati di come li abbia rappresentati finora la stampa occidentale: per esempio le rivalità tribali e interreligiose. Se guardiamo a cosa c’è dietro questi gruppi che manifestano per chiedere il rispetto dei diritti umani, osserviamo come la minoranza cristiana sia spaventata per quanto sta avvenendo. Un altro elemento da tenere in considerazione è il cambiamento di tattica da parte delle forze islamiste, che molto probabilmente prevarranno in molti dei Paesi arabi. Sarebbe bello pensare che quello che emergerà dalla Primavera araba sarà una sorta di ibrido, con una nuova forma di Stato islamico più tollerante. Ma non sono sicuro che tutti i segnali cui assistiamo siano così promettenti.

 

Di fronte alle proteste dei giovani, che cosa dovrebbero fare i governi di Occidente e Medio Oriente?

Nel caso della Primavera araba, la risposta è molto semplice: i governi dovrebbero dimettersi. Per quanto riguarda Stati Uniti e Gran Bretagna di fronte a Occupy Wall Street e Occupy London, il discorso è invece più complesso. In Occidente i governi possono avere una serie di pretesti per mostrarsi intolleranti nei confronti delle proteste, adottando una legislazione anti-terrorismo per cercare di limitare il diritto di manifestare da parte dei giovani. Anche se in realtà queste proteste non rappresentano una minaccia per nessuno. I governi dovrebbero quindi tollerare le manifestazioni e organizzare discussioni e seminari invitando chi protesta, i rappresentanti del mondo della finanza e altre personalità a confrontarsi tra di loro. Cogliendo questa opportunità di una nuova forma di dibattito pubblico su temi come la finanza.

 

Ritiene che tutto ciò possa realmente avvenire?

 

In realtà, purtroppo tutto ciò non risulterebbe affatto vantaggioso per governi così strettamente correlati al mondo della finanza, anche quando ciò va contro l’interesse nazionale, come quelli di Stati Uniti e Gran Bretagna. Questi governi traggono infatti così tanti benefici dai loro legami con la finanza internazionale, che questo finisce per corromperne le decisioni politiche.

 

Chi potrebbe avere quindi l’autorità morale per aprire un dibattito serio?

 

Sono soprattutto le istituzioni religiose che dovrebbero coordinare nuove forme di dibattito, convincendo i manifestanti a riflettere meglio sui loro obiettivi. Purtroppo nel Regno Unito la risposta della chiesa anglicana che ha chiuso le porte della cattedrale di Saint Paul ai manifestanti, ha denotato una singolare mancanza di fantasia. Gli occupanti sono stati rimossi, la Chiesa si trovava a disagio nei loro confronti e così ha perso un’enorme opportunità per farsi benvolere. In Inghilterra gli occupanti stanno infatti riscuotendo una grande popolarità da parte dell’opinione pubblica.

 

Per quale motivo ritiene che i contenuti di Occupy London meritino il sostegno della Chiesa inglese?

 

Il punto è che i vertici anglicani hanno fatto prevalere i problemi locali sul significato globale della protesta, non riuscendo a comprendere l’enorme opportunità simbolica legata al fatto che i manifestanti chiedevano accoglienza nella cattedrale di Saint Paul. La City of London del resto da un punto di vista finanziario gode di privilegi speciali, che vanno ben al di là di un normale controllo democratico. E’ come se nella Costituzione britannica ci fosse una parte nascosta. Il mio amico, Lord Maurice Glasman, ha tentato di incoraggiare i manifestanti a lanciare una sfida su questo aspetto specifico. Ritengo che si trattasse di un buon piano, ma purtroppo gli esponenti legati ai partiti politici più estremisti hanno corrotto ciò che stava avvenendo.

 

(Pietro Vernizzi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori