LETTERA/ Dall’Iraq ai pescatori indiani, il filo rosso è il perdono

- La Redazione

Cosa hanno in comune papa Wojtyla, la vedova del brigadiere Coletta e la vedova di uno dei pescatori caduti vittima qualche settimana fa in India? Nulla, verrebbe da dire, ma non è così

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Caro Direttore, accadono fatti che, oggettivamente, hanno un peso e una portata diversi da altri. Maggiore, anche. Non per il clamore che suscitano – destinato a bruciare e spegnersi come brucia e si spegne la paglia – ma per le tracce d’eterno che si lasciano dietro. Sono fatti che pesano perche’ durano: dentro il tempo, oltre il tempo. Sono fatti che pesano perche’ nuovi: col gusto fresco delle cose autentiche. Cosa hanno in comune papa Wojtyla, la vedova del brigadiere Coletta e la vedova di uno dei pescatori caduti vittima qualche settimana fa in India? Nulla, verrebbe da dire. Tanto piu’ che si riferiscono ad avvenimenti accaduti in periodi, luoghi e circostanze del tutto differenti tra loro (1981 a Roma. 2003 in Iraq. 2012 in India). Effettivamente, “sic stantibus rebus”, nulla da eccepire: non c’entrerebbero nulla.

A ben vedere, tuttavia, essi non solo non sono cosi’ distanti come sembra, ma appaiono fortemente intrecciati da quell’unico grande filo che li rende in qualche modo “unici”: il perdono. Tutti e tre – nell’apice del piu’ grande degli affronti, quello alla vita – hanno perdonato, hanno dichiarato al mondo – a me, a te, a ognuno – che il male e l’odio non sono l’ultima parola, non rappresentano la tomba dentro cui soccombere. Hanno preso a schiaffi la nostra misura mostrando che non siamo condannati a soffocare nel giogo disgraziato delle nostre reazioni ma che e’ possibile amare, anche e addirittura, il destino di chi mi ha tolto un marito. Non e’ una cosa normale, questa. Quotidiana. Si porta dentro una potenza inaudita, che nulla ha a che fare con lo sforzo o l’ascesi. Quante volte ci scopriamo incapaci al perdono, per cose assai men gravi? Siamo cosi’ spesso abbarbicati alla nostra misura da pensare che l’unico modo per non soccombere del tutto, dopo il danno, sia attaccarsi alle nostre ragioni. Quando invece e’ proprio il contrario; si puo’ morire due volte avendo mille ragioni da vantare: la vita non la compie l’aver ragione ma l’aver amato.

C’e’ da rimanere stupiti nel vedere che al mondo esiste una possibilita’ cosi’ concreta di voler bene. Anche oggi. Anche per me. Di cose che non funzionano, specie in Italia, siamo pieni. Il lavoro non c’e’, il futuro vacilla, la crisi attanaglia le famiglie, le imprese, i lavoratori, e il traguardo per uscirne appare spesso lontano. Ed e’ tutto vero. Sacrosanto farci i conti. Ma il cuore, proprio il cuore, quello spazio indifeso dell’anima, ha bisogno per vivere di intercettare delle robe cosi’! Di fatti che sappiano dar pace come nessun posto fisso o Pil al 7% – bonta’ loro – sarebbero in grado di fare .

Sono fatti piu’ pesanti di altri, dicevamo, sparsi qua e la’ nel mondo come semi di luce. Sono fatti che inchiodano ed obbligano a prender posizione: come e’ possibile all’uomo arrivare a tanto? Di che legno e’ fatta quella zattera che permette il guado dall’impossibile desiderio di realizzarsi alla concreta esperienza di compimento? Perche’ tutti vorremmo amare tutto in un modo cosi’ umano, sarebbe ipocrita negarlo, ma nessuno da solo ci riesce.

E allora, senza saper neanche bene come, ci si rende conto che di Wojtyila, di Nassyria e della faccenda dei maro’ in India, quello che resta e dura nel tempo e’ quell’inesorabile positivita’ di cui si sono resi segno, tale per cui sara’ difficile dimenticare, anche fra cinquant’anni. Fosse pure per pochi istanti, torneranno a bussar soavemente alla porta come la piu’ dolce e la piu’ santa fra le malattie.

 

(Lorenzo Ettorre)

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