SPILLO/ Mala-giustizia “all’italiana”

- Mario Mauro

Mercoledì scorso Giancarlo Caselli, Procuratore Capo della Repubblica di Torino, è intervenuto in un dibattito in cui si è affrontato il tema giustizia. Il commento di MARIO MAURO

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Mercoledì scorso Giancarlo Caselli, Procuratore Capo della Repubblica di Torino, su invito della delegazione del Popolo della Libertà, è intervenuto in una conferenza stampa dal titolo “Pluralismo, democrazia e rischio terrorismo in Italia”, presso il Parlamento europeo di Strasburgo. Abbiamo voluto in questo modo mostrare la nostra solidarietà al magistrato vittima delle intimidazioni di militanti No Tav che gli hanno ripetutamente impedito di presentare in Italia il suo libro “Assalto alla giustizia”.

Ho naturalmente espresso il mio dissenso riguardo il contenuto del libro e la sua visione della giustizia. Ma pur non condividendo le tesi del libro abbiamo voluto intraprendere una battaglia in difesa del pluralismo e della libertà di espressione, condannando con fermezza la gravità delle azioni di cui è stato vittima Caselli.

Il magistrato torinese, che negli anni Novanta è stato Capo della procura di Palermo, ha avuto modo di esprimere il proprio giudizio sulla neonata Commissione speciale del Parlamento europeo sulla criminalità organizzata, dicendo che “è uno straordinario passo avanti delle istituzioni europee contro tutte le mafie”. “Il crimine organizzato – ha detto – non è un problema solo italiano, ma di positivo c’è che l’Italia è anche il Paese dell’antimafia, intesa come antimafia sociale, fatta di organizzazioni, di cooperative dei giovani che lavorano le terre sequestrate ai mafiosi. È un’antimafia che produce lavoro e vantaggi”.

Caselli ha poi giudicato “decisivo” il reato di associazione mafiosa. A questo proposito il Popolo della Libertà, anche alla luce della requisitoria della Cassazione che ha deciso che il processo a Marcello Dell’Utri è da rifare, proporrà in seno alla Commissione contro la criminalità organizzata di discutere il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Questo profilo di reato non esiste in nessun altro Paese europeo. È figlio di interpretazioni giurisprudenziali sicuramente autorevoli, ma non figura per altro neanche nel codice penale italiano. Il problema in ogni caso è poter discutere questo profilo di reato non per depotenziare il lavoro della magistratura, ma perché si eviti, a dispetto della volontà di processare fatti criminali, di intentare processi alla storia.

La requisitoria della Cassazione è infatti molto chiara in questo senso e chi se ne scandalizza ha torto. “Se c’è un imputato ci deve essere una imputazione. Qui abbiamo un imputato, un reato. Ma non un’imputazione. O meglio, un’imputazione liquida. Per una condanna solida […] si altera l’ordine logico del processo, riflesso nella struttura della sentenza: imputazione-motivazione-decisione […]. Non è formalismo, ma sostanza: se il fatto è un omicidio, l’imputazione è per così dire in re ipsa. Ma se il fatto è concorso esterno le cose cambiano drammaticamente […]. Si tratta di questioni miste di fatto e di diritto: la mancata descrizione del fatto impedisce alla Cassazione la qualificazione normativa del fatto”.

Questi sono alcuni stralci della requisitoria del Procuratore generale Iacoviello, che ha concluso precisando come “l’annullamento con rinvio per vizio di motivazione non vuol dire che l’imputato è innocente. Vuol dire che la motivazione è viziata, non che la decisione sia sbagliata. È un annullamento fatto non a favore dell’imputato. Ma a favore del diritto”. Se la sentenza precedente è stata ritenuta lacunosa e oltretutto è stato ignorato il principio del ragionevole dubbio, significa appunto che è stato fatto un processo alla storia, con una sentenza scritta non sulla base dei fatti, ma sulla base di opinioni personali.

Con la nostra iniziativa vogliamo sollecitare la magistratura italiana ad avere il giusto approccio verso una tipologia di reato la cui area “è la più idonea per colpire l’area grigia della cosiddetta contiguità mafiosa”, come dicevano Falcone e Borsellino. Due persone straordinarie, che amavano la verità e sono morti per essa. Tirarli in ballo strumentalmente per dare corpo ai propri convincimenti, spesso ideologici, fa male all’antimafia e fa male all’Italia.

La nostra intenzione è quella di dare un aiuto ai magistrati che lottano quotidianamente contro la criminalità organizzata: riportando il dibattito in sede europea potremmo sfruttare il prezioso contributo di magistrati e giuristi dei diversi Paesi membri.

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