SIRIA/ Parsi: Assad si ispira al “modello Iraq” per evitare la fine

- int. Vittorio Emanuele Parsi

Il regime non è solo ma ha alle sue spalle una coalizione di tutte le minoranze della società siriana, dice VITTORIO EMANUELE PARSI. Invece, il Fronte di liberazione non è coeso

Siria_Homs_CarriArmatiR400
Carri armati siriani. Foto Infophoto

Un morto e tre feriti, è questo il bilancio dell’autobomba esplosa questa mattina a Damasco. L’ordigno è deflagrato nei pressi della moschea vicino a Piazza Merge, nel pieno centro della capitale. A riferirlo è stata Al Jazeera, che ha citato i Comitati locali di coordinamento siriano. Anche la tv di regime ha riferito dell’esplosione, precisando che è avvenuta per mano di “un gruppo terrorista armato” vicino al complesso di Yelbugha, nel distretto commerciale di Marjeh, accanto alla Città vecchia. Secondo fonti non governative negli ultimi giorni sono morte sessanta persone. Per l’Osservatorio Siriano per i Diritti dell’Uomo, si continua a morire ad Hama e Deraa, nonostante la tregua scattata il 12 aprile scorso. Abbiamo sentito, per IlSussidiario.net, il parere di Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali nell’Università Cattolica di Milano.

Professore, perché la Siria non riesce a concludere la sua “Primavera araba”?

Ciò che fondamentalmente impedisce il successo dei rivoltosi è l’uso massiccio di strumenti di repressione da parte del regime che ha alle sue spalle una coalizione di tutte le minoranze della società siriana, sempre più impaurite mano a mano che la scena si radicalizza. C’è un chiaro interesse del regime nel creare terrore nella maggioranza sunnita da un lato e dall’altro, con lo stesso strumento, tenere uniti tutti i partiti degli indecisi.

Il piano messo in atto dal mediatore per il Medio Oriente inviato dall’Onu, Kofi Annan, è fallito così come qualsiasi tentativo di intervento da parte della Lega Araba.

Annan ha caldeggiato i colloqui fra regime e rappresentanti degli oppositori ma gli sponsor di quel piano, Lega Araba, Stati Uniti, Inghilterra e Francia non sono stati abbastanza credibili. L’unica cosa da fare è prendere tempo e aspettare che la situazione si incancrenisca. Ed è esattamente quello che sta facendo Annan.

Secondo lei è corretto il comportamento dell’Italia nei confronti della situazione siriana?

L’Italia è, per ora ai margini delle trattative e, parlandoci chiaro, anche se si comportasse diversamente non produrrebbe nessun spostamento di peso nell’equilibrio. Sicuramente, allineandoci con gli altri Stati europei abbiamo insistito nell’efferatezza delle violenze di piazza, ma più di questo non possiamo fare. Del resto, il nostro paese deve anche stare allerta poiché siamo pesantemente coinvolti in azioni militari nel sud del Libano, operazioni che, personalmente, giudico già piuttosto audaci.

E’ molto nutrita la schiera dei salafiti nelle fila dei rivoltosi: pensa che i timori delle minoranze cristiane, per un’eventuale caduta di Assad, siano fondate?

Certo, più Assad mette in pratica una repressione sanguinosa più emergeranno con maggior fervore gli estremisti all’interno del Fronte dell’opposizione: in testa a tutti i salafiti. Cristiani e Drusi non possono far altrimenti che sperare nella permanenza di Assad. Non perché amino il tipo di governo che lui rappresenta ma perché alla fine, per loro, è sicuramente il male minore.

Lei pensa che i rivoltosi vogliano davvero un regime democratico, qualunque possa essere la loro idea di democrazia, oppure è più che altro l’esercizio di una forza contraria al regime?

Credo che il Fronte sia composito e molto vario e la “piazza” metta in campo diverse richieste, non tutte compatibili. Ciò che è certo è che lo spettro della Siria si chiama Iraq: le due società si assomigliano, per la loro frammentazione interna e il regime totalitario che le domina e per la politica economica che attuano. E’ chiaro che la Siria teme la fine dell’Iraq.   

Quali scenari si presenteranno nell’immediato futuro?

E’ probabile che la guerra civile si protragga ancora a lungo, vista l’impossibilità di un ripristino dello status quo. Come dicevo prima, Assad non è solo al comando, ma ha dalla sua parte una solida coalizione e per ora le spinte rivoluzionarie non sembrano sufficienti a scardinare questo sistema.

Quali ripercussioni avrebbe nel Medio Oriente un’eventuale caduta di Assad?

Destabilizzazione, non necessariamente negativa, per la situazione in Libano. Indebolirebbe l’Iran che fiancheggia il sistema politico di Assad e metterebbe anche un grosso punto di domanda sul confine nord con Israele, visto che quest’ultimo, al di là delle chiacchiere, ha sempre avuto un buon rapporto con il regime. La Siria ha smesso da tempo di essere un pilastro dell’ordine ma la caduta di Assad non necessariamente causerebbe la fine dei disordini.

Alla luce di ciò che ha appena detto, quanto c’è di vero sul fatto che non esiste un reale interesse internazionale che Assad cada?

Volendo fare una distinzione tra buoni e cattivi, metterei in quest’ultima categoria americani e francesi. Gli altri sono invece genuinamente preoccupati per la portata dei massacri civili che si stanno consumando da ormai troppo tempo.

(Federica Ghizzardi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori