LIBIA/ Non sarà il “Gigante di cartapesta” a salvarci dal Maghreb (in arrivo)

- Robi Ronza

Non siamo una colonia dell’Europa, ha detto Mario Monti. Motivo in più per aprire finalmente l’agenda sulla quale l’Italia non ha ancora scritto nulla. Il punto di ROBI RONZA

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Nuovi barconi in arrivo dalla Libia (InfoPhoto)

Il premier Mario Monti ha recentemente rivendicato a sé e al proprio governo il merito di stare salvando l’Italia dal pericolo di divenire una colonia dell’Unione europea. E ha aggiunto che stiamo facendo tutti i sacrifici che facciamo non per imposizione di Bruxelles ma “soprattutto per noi stessi”; e che anche per un Paese aperto all’internazionalizzazione come il nostro è importante mantenere un’autonoma capacità di decidere.

L’episodio è interessante perché fa emergere un aspetto della cultura politica dell’attuale premier che merita di venire più attentamente considerato. Anche se appartiene a quell’establishment alto-borghese italiano secondo il quale l’Italia è un Paese “anormale” che per normalizzarsi dovrebbe diventare una fotocopia del Nord Europa “atlantico”, secolarizzato e di tradizione protestante, Monti in effetti non è del tutto rinchiuso in questa scatola. Percepisce che le potenzialità culturali (ampiamente connesse alla sua tradizione cattolica), e perciò anche economiche, e l’orizzonte  geopolitico dell’Italia sono ben più ampi,  anche se poi nella sua bisaccia bocconiana non può di certo trovare ciò di cui avrebbe bisogno per tirarne tutte le conseguenze.

Lo stile molto anglosassone, le buone maniere e le amicizie altolocate del premier in carica possono essere d’aiuto, ma poi in ultima analisi quel che conta è il peso del Paese; e questo nel caso dell’Italia dipende non da ciò che il Nord Europa le concede bensì dal suo essere o meno all’altezza del ruolo specifico che la storia e la geografia le assegnano nell’area mediterranea e in quella danubiana. L’abbiamo già detto altre volte ma vale la pena di ribadirlo perché sin dalla sua nascita, 150 anni fa, lo Stato italiano deve purtroppo fare i conti con una classe dirigente che per lo più ne ignora o comunque ne sottovaluta le risorse; e perde tempo a sognare di essere altrove e di poter disporre di risorse che non sono le nostre.

In tale prospettiva il nostro Paese ha bisogno che al più presto tutto il Sudest europeo entri nell’Ue; e che al più presto la pace e lo sviluppo regnino finalmente sulla riva sud e sudest del Mediterraneo. Occorre però per questo un forte e coerente disegno di politica estera che l’attuale governo evidentemente non ha. Con gli Stati Uniti in lenta ma irreversibile ritirata dal Mediterraneo e con la Francia uscita con le ossa rotte dalla guerra alla Libia del colonnello Gheddafi (i cui esiti fallimentari per Parigi sono stati uno di principali motivi della sconfitta e dell’uscita di scena di Sarkozy), nel Mediterraneo si sta creando un vuoto che il nostro Paese avrebbe tutto l’interesse a colmare rapidamente in tutta la misura del possibile.

Desta perciò un certo sconforto la notizia secondo cui il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata – dopo aver appreso dal suo collega libico che è possibile una ripresa dell’afflusso via mare di immigranti illegali verso l’Italia – per prima cosa abbia detto alla stampa che andrà a Bruxelles a chiedere lumi e aiuti, poiché tutto ciò è un problema europeo per il quale occorre innanzitutto un piano europeo. Siamo di nuovo al “Gigante, pensaci tu!”. E per soprammercato, a un gigante di cartapesta come l’Ue sta sempre più dimostrando di essere. Il nostro Paese potrà poi anche proporre piani a Bruxelles, ma prima e in primo luogo deve prendere iniziativa in proprio: per la lotta coordinata al traffico intercontinentale di disperati verso l’Europa (del quale il passaggio via mare verso Lampedusa è soltanto l’ultima tappa); a favore della stabilizzazione della Tunisia e della Libia; in aiuto all’uscita dell’Egitto dall’emergenza; a forte sostegno dell’azione dell’inviato dell’Onu Kofi Annan per una soluzione negoziata della crisi siriana.

E persino nel caso del lontano Afghanistan – la cui intricata vicenda ieri è stata drammaticamente riportata alla ribalta dall’uccisione di Arsala Rahmani, principale mediatore fra i Talebani e governo Karzai – l’Italia avrebbe qualcosa di suo da dire e da fare, anche in forza di storici legami tra Roma e Kabul che risalgono alla prima metà del 900. Speriamo che finiscano per giocare anche in queste direzioni gli “scatti d’orgoglio” che Monti ci ha recentemente rivelato di avere (e dei quali non avremmo saputo nulla se non ce li avesse confessati egli stesso, tanto l’uomo è impassibile e imperscrutabile qualunque cosa dica e qualunque cosa faccia).

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