GRECIA & ITALIA/ La rinascita dell’Argentina, un mito da sfatare

- Arturo Illia

Da quando è iniziata la fase acuta della crisi si è fatto un gran parlare di Argentina, citandola come esempio da seguire per risolvere le problematiche europee. Il commento di ARTURO ILLIA

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Da quando è iniziata la fase acuta della crisi si è fatto un gran parlare di Argentina, citandola come esempio da seguire per risolvere le problematiche del giorno d’oggi. Recentemente anche la trasmissione Report, condotta dalla serissima e qualificata Milena Gabanelli, in un servizio mandato in onda proprio sulle iniziative controcorrente per risollevarci dalla recessione in atto, ha mostrato esempi da tutto il mondo, anche dall’Italia, ma si è soffermata in particolare sul Paese latinoamericano, pur sottolineando che non è sicuramente tutto oro quello che luccica.

Credo che a questo punto sia indispensabile fornire un quadro della situazione reale nella quale versa l’Argentina, anche per riportare il tutto su di un binario di maggiore obiettività. Quello che è inconfutabile è che la crisi vissuta in Argentina, esplosa nel fatidico dicembre del 2001, è figlia di un processo neoliberale iniziato dieci anni prima e collegato al ritorno del peronismo al potere in un regime democratico. La statalizzazione delle perdite dei privati iniziata in epoca militare unita al decennio di liberalizzazioni selvagge e politiche finanziarie decisamente creative (una parità tra peso e dollaro totalmente fittizia, o meglio supportata con i fondi degli ingenti prestiti elargiti da Fmi e banche mondiali) hanno portato il Paese al cataclisma del 2001, fatto atteso ma dalle conseguenze ben più disastrose del previsto.

La reazione è stata quella che tutti conosciamo: svalutazione della moneta, blocco dei depositi in dollari e loro conversione in valuta locale, a cui hanno fatto seguito delle proteste popolari talmente accese da causare non solo un alto numero di morti, ma pure la cacciata, nell’arco temporale di una settimana, del Presidente in carica (il radicale De la Rua) e del suo successore (il peronista Rodriguez Saa). Il terzo candidato (un altro peronista, Duhalde) è stato costretto a indire elezioni in brevissimo tempo, ma è riuscito a prendere due decisioni importanti: il rifiuto di pagare il debito e la promessa (mai mantenuta) di restituire ai risparmiatori i depositi bloccati nelle banche nella loro valuta originaria.

Le elezioni portarono alla ribalta Nestor Kirchner, già Governatore della provincia patagonica di Santa Cruz: un risultato dovuto più alla rinuncia del suo avversario (pare incredibile, ma si trattava di Carlos Menem, uno dei massimi responsabili della crisi appena scoppiata) che ai meriti personali. Le prime mosse del Governo di Kirchner furono atte a risollevare il Paese dalla crisi e quindi fu confermata la volontà di astenersi dal pagamento del debito. Un’amministrazione oculata, la contemporaneità della svalutazione (che rendeva l’Argentina altamente competitiva) e l’improvviso aumento dei prezzi del grano, e soprattutto della soia, furono la base sulla quale l’economia ha cominciato a risalire a ritmi da Paese asiatico.

Questo fattore non ha innescato un piano di sviluppo sul quale investire gli enormi introiti che in breve tempo lo Stato era riuscito ad accumulare, bensì l’inizio di uno Stato gestore di settori sempre più larghi della società: fu riconosciuto il diritto alla pensione sociale, i cui minimi vennero elevati, mentre gli importi di quelle maturate vennero decurtati del 70%, dando inizio a una serie di cause penali contro lo Stato da parte dei cittadini che nel tempo, spesso dopo vari anni (se ancora in vita), riescono a vedersi riconosciuti i loro diritti. Ma il fenomeno si è ripresentato anche sui nuovi ingressi nel mondo previdenziale, per cui la faccenda è ancora in corso.

Kirchner affrontò anche un’altra grave problematica pendente: quella dei processi contro gli ex appartenenti alla dittatura militare. Basandosi su di un disegno di legge formulato dalla deputata socialista Patricia Walsh (figlia dello scrittore scomparso durante la dittaura) appartenente all’opposizione, vennero aboliti i decreti promulgati da Alfonsin e da Menem denominati rispettivamente “Punto final” e “Obedencia debida” che videro la luce dopo altrettanti tentativi di golpe operati da una classe militare dotata di un grande potere. Di fatto, sotto Kirchner i processi ripresero e i responsabili furono tutti condannati all’ergastolo.

Allo stesso tempo, però, si assistette a una sostanziale revisione storica di quel nefasto periodo, nel quale il Paese era attraversato da un’ondata di terrorismo opera di vari movimenti, ai quali si contrappose (purtroppo) la genocida repressione militare. Ma resta il fatto che essa fu conseguente a un clima politico torbido, con una Presidente (Isabelita Peron) vedova dell’omonimo ex dittatore, ma che aveva portato l’ex coniuge alla rottura con tutta l’ala sinistra del movimento peronista, instaurando un clima da guerra civile. Al terrorismo si contrapponevano formazioni paramilitari governate dall’ex maggiordomo di casa Peron, il sinistro Lopez Rega, che nel frattempo aveva conquistato la fiducia di Isabelita e di fatto la sostituiva al potere.

Il kirchnerismo, con l’appoggio di una parte del Movimento delle madri di Plaza de Mayo (l’altra è tuttora fedele ai principi che avevano ispirato la nascita del gruppo), iniziò un vero e proprio processo reinterpretativo di quella nefasta epoca, che raggiunse il culmine nella ricompilazione della prefazione del libro “Nunca Mas” di Ernesto Sabato, testo che raccoglie le testimonianze rese al processo alla dittatura promosso da Alfonsin. Al testo dell’autore, che parlava apertamente di una guerra civile, viene proposto un singolare concetto di “cattivi” (i militari) contro “buoni” (i terroristi) di guerra sporca e guerra giusta… Dimenticando quello che Sabato scriveva basandosi sul concetto che la Democrazia non si costruisce, nè si ottiene con le armi in mano e che il terrorismo si deve combattere e si può rispettando i diriti umani, non calpestandoli.

Nonostante i processi fossero ripresi a causa di un decreto sfornato dall’opposizione, il kirchnerismo si costruì l’aureola di unico inquisitore del passato regime, dimenticando di come fin dal suo inizio la giovane democrazia argentina aveva processatto il suo recente passato, che, come ripetiamo, all’epoca era ancora presente e vitale, tanto da provocare sommosse e tentativi di golpe. Ma da ciò emerge un’altra caratteristica dell’attuale potere argentino: finchè tutti i media erano consenzienti con il Governo tutto funzionava a meraviglia, ma da quando è stata votata una legge (sacrosanta) che regola la proprietà dei mezzi di informazione e mette dei limiti (la legge precedente era un decreto militare) è iniziata una vera e propria guerra che è tuttora in corso. Il nemico principale è il Gruppo Clarin, che detiene non solo molti mezzi di informazione, ma è proprietario (monopolista) dell’unica cartiera che fornisce i giornali.

Gli effetti di questo conflitto si sono ulteriormente dilatati sotto la presidenza della moglie (Cristina Fernandez de Kirchner) e si sono vieppiù acuiti per l’enorme serie di scandali che, rotto il patto, sono saltati fuori e che coinvolgono la famiglia presidenziale. Lo scrittore Luis Majul, autore di un libro sull’argomento, parla di un patrimonio di circa 3200 milioni di dollari. Da parte del Governo la risposta non si è fatta attendere e si è basata non solo su di una chiusura netta verso ogni pensiero differente da quello kirchnerista, ma anche sulla sostanziale perdita di diritti di chi non è in sintonia con il potere, tanto che la malfamata nomenklatura peronista degli anni ‘50 è tornata a operare attraverso un gruppo di fedelissimi del kirchenrismo (battezzato “La Campora” in nome di un ex presidente argentino che cedette il potere a Peron e ne permise la seconda elezione), che sanno molto di guardie rosse di maoista memoria.

Non solo: il kirchnerismo ha iniziato a manovrare in forma più o meno velata acquisendo o fondando mezzi di informazione, ovviamente subalterni al suo pensiero, promosso monologhi televisivi a reti unificate di ore in cui il Presidente parla a un uditorio compiacente, obbligato i lavoratori pubblici a intervenire alle manifestazioni del potere, pena la perdita della giornata lavorativa o, quando il partecipante non lavora nell’apparato pubblico, dietro compenso. Quella che si sta instaurando in Argentina non ha niente a che vedere con la Democrazia, ma ha più a che fare con un’oligarchia agonizzante che tenta in tutti i modi (leciti e non) di mascherare una situazione che potrebbe trasformarsi in un altro 2001.

Perchè se è vero che il tasso di disoccupazione è sceso, la pensione è garantita a tutti e i salari dispongono di una mini-scala mobile, il tasso di inflazione è ormai del 30% annuo (l’Indec, l’istituto di statistica nazionale, lo calcola allo 0,8%…), la povertà si è mantenuta al 33% e il sistema indotto delle sovvenzioni alle classi meno abbienti non sta portando a nessun risultato; semplicemente perchè invece di promuovere e sviluppare una cultura del lavoro, si preferisce agire con elargizioni per ogni figlio posseduto che, pur se di valori minimi, spesso agiscono da giustificazione per abbandonare il lavoro… e spesso sono frutto di un voto di scambio. Come d’altronde nella Pubblica amministrazione e nelle imprese legate al Governo: anni fa la Compagnia aerea Aerolineas Argentinas venne rinazionalizzata, dopo due privatizzazioni in cui la politica ha giocato un ruolo non proprio ortodosso. Attualmente la compagnia perde circa 1200000 dollari al giorno, soldi ripianati dall’Anses (l’Inps locale – a dimostrazione di quanto le pensioni costituiscano un “bancomat” per molti governi, compreso quello italiano), ma i suoi funzionari e dipendenti godono di trattamenti economici addirittura superiori a quelli europei, e naturalmente la gestione della compagnia lascia molto a desiderare dal punto di vista commerciale…

Sempre nel settore dei trasporti ci si è accorti solo dopo una catena di incidenti culminati nel disastro recente della stazione Once (50 morti) che gli immensi capitali dati ai privati come sovvenzione per il mantenimento della rete ferroviaria già distrutta nel suo network durante le liberalizzazzioni degli anni ‘90 finivano nei conti americani aperti dagli imprenditori e il livello di sicurezza era semplicemente disastroso.

Allo tsunami di polemiche causato dalla tragedia si è aggiunto l’ennesimo scandalo che chiama in causa l’intorno governativo: il ministro dell’Economia è stato accusato di aver favorito apertamente un’impresa in grave situazione economica nella commessa della stampa delle banconote; una situazione molto grave che rischia di far terminare il secondo mandato della Kirchner anzitempo. Per questo sono state messe in atto due misure tese a far “dimenticare” alla gente la situazione gravissima: due manovre “patriottiche” come dare un impulso sfrenato al problema delle Malvinas (le Falkland) – un disco molto caro ai militari e anche al potere politico quando si trovano in difficoltà – e la rinazionalizzazione dell’impresa petrolifera YPF, espropriandola dalle mani della spagnola Repsol, che nei torbidi anni Novanta l’aveva acquisita nel corso delle privatizzazioni decise da uno dei più corrotti governi della storia del Paese. Peccato che tra i più accesi fautori di quella operazione ci fossero il già citato Nestor e sua moglie, entrambi ferventi menemisti.

Le due mosse, se da un lato hanno favorito (come logico) un patriottismo acceso e condiviso dai più, dall’altro hanno allontanato l’Argentina dal resto del mondo e creato non pochi problemi, specie dopo la pubblicazione di un video molto polemico sulla sovranità delle Falkland, dove si tirano in ballo i prossimi giochi Olimpici, nei quali gli atleti argentini gareggeranno in chiare condizioni di inferiorità perchè, a causa del blocco delle importazioni di prodotti stranieri in Argentina, i loro attrezzi per la preparazione giacciono da mesi in dogana.

Certo, dal 2001 molte imprese fallite sono state risollevate proprio dai lavoratori, ma si tratta di casi isolati, quasi eroici, e non di programmi istaurati da un potere governativo che aveva, nel 2006, le casse del tesoro piene. Attualmente non lo sono più e difatti è stata messa in atto una politica fiscale tesa soprattutto a far pagare il conto di politiche senza senso (tipo quella già citata del blocco delle importazioni) ai pensionati e alle classi produttive del Paese, settore agricolo in primis. Anche perchè di industria argentina, purtroppo, non si può ancora parlare.

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